Foto: Adriano Zanni.
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Nel Deserto Rosso

Reportage fotografico da quella Ravenna invisibile e grigia in cui Michelangelo Antonioni ambientò il suo capolavoro del 1964.

 

Dove sei nato, dove vivi o più semplicemente dove ti consideri a casa, quella è la tua città. Nel mio caso tutto questo coincide e individua un unico luogo, Ravenna. La mia città l’ho raccontata nel 2008 in un disco, Piallassa, lasciando da parte i mosaici, le chiese romaniche e i divertimentifici della Riviera Romagnola, e spostando l’occhio (e l’orecchio) in direzione della Ravenna meno visibile e più nascosta: quella delle molte storie che ruotano attorno al selvaggio sviluppo industriale degli anni ’50 e ’60. Quella raccontata da Michelangelo Antonioni nel suo Il Deserto Rosso: ambientato qui, nello stesso anno in cui sono nato, nella mia città.

 

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Quella Ravenna lì, l’ho anche fotografata. Il tentativo era di rendere superflue le parole, facendo confluire tutti i frammenti sensoriali di questa storia in una narrazione unica, che seppur frammentata in contenitori diversi (il disco, la raccolta di immagini, un blog per Il Post, la cronaca locale, ecc) segue un filo comune: quello delle cicatrici inferte al territorio.

 

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Diceva Michelangelo Antonioni: “È troppo semplicistico dire, anche se sono stati in molti a dirlo, che io faccio un atto di accusa contro questo mondo industrializzato ed inumano che schiaccia l’individuo e lo nevrotizza. Al contrario, la mia intenzione (…) era di rendere la bellezza del mondo. Anche le fabbriche possono essere dotate di grande bellezza”. E poi proseguiva: “Le linee rette e curve delle fabbriche e delle loro ciminiere possono essere anche più belle di un filare di alberi che l’occhio ha già visto troppe volte. È un mondo ricco, vivo, utile. (…) Posso dire che, situando la vicenda de Il deserto rosso nel mondo delle fabbriche, sono risalito alla sorgente di questa specie di crisi che come un fiume riceve mille affluenti e si divide in mille bracci per sommergere tutto e, spargersi dappertutto”.

 

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L’A.N.I.C. (Azienda Nazionale Idro Carburi) era l’azienda chimica di Stato fondata negli anni ’30 e diretta più tardi da Enrico Mattei. A Ravenna, l’A.N.I.C. installò negli anni ’50 lo stabilimento petrolchimico attorno al quale Antonioni scelse di ambientare il suo film del 1964. Protagonista Monica Vitti e musiche elettroniche firmate Vittorio Gelmetti, Il deserto rosso vinse il Leone d’oro come miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia.

 

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Teatro di sogni e speranze, fatiche e lavoro, palcoscenico di maestosa imponenza, fabbrica portatrice di benessere e dolore… Il petrolchimico era un organismo pulsante e dotato di vita propria, con i suoi fumi, le sue linee geometriche che lo attraversavano sotto forma di strade, i tubi e i suoni che si propagavano in spazi e dimensioni immense, gli uomini, le macchine. Col passare degli anni, sempre più macchine e sempre meno uomini.

 

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Lo spartiacque è la Via Baiona: una lunga striscia di asfalto piena di buche e crepe, teatro della lunghissima fila di stabilimenti industriali che ci negano la vista del mare, ma percorrendo la quale basta voltare le spalle alle enormi torri di acciaio e fumo per trovarsi di fronte a uno scenario completamente diverso. È “la piallassa”, un’infinita distesa di specchi d’acqua, capanni da pesca e vegetazioni selvaggia. Una linea di separazione tra l’inferno e il paradiso, o quel che resta di entrambi.

 

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E infine c’è l’uomo presente ovunque anche se mai in forma diretta, come soggetto al centro di tutto. Ovunque segnali della sua presenza, ovunque le ferite che ha inflitto al suo territorio, cicatrici ancora aperte e ben lontane dal rimarginarsi, con le quali convive, ai margini della propria città. Che è la mia città, Ravenna.

 

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Foto dell’autore.

Il cofanetto Red Desert Chronicles è pubblicato da Boring Machines.