Foto di Mariabruna Fabrizi.
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Quando Parigi sognò Manhattan

La strana storia del quartiere Olympiades, la Chinatown tutta torri e grattacieli della capitale francese.

 

Ci sono stati momenti in cui Parigi ha sognato di diventare come Londra o Manhattan, confinare il tessuto haussmanniano, radere al suolo i quartieri insalubri e far emergere un nuovo skyline metropolitano, avvicinarsi in pratica alla Ville Radieuse immaginata da Le Corbusier negli anni 20 del Novecento. E ci sono stati momenti in cui ci è quasi riuscita, come quando tra la fine degli anni 50 e i primi 70, col sostegno del governo De Gaulle, l’operazione Italie 13 portò alla progettazione di più di cinquanta grattacieli destinati a sostituire vaste aree industriali dismesse nel 13° arrondissement, nel settore sud della città. “Quasi” perché, delle cinquanta imponenti torri previste, solo una trentina ne saranno realizzate, mentre migliaia di metri quadri resteranno invenduti, snobbati di fatto dalla popolazione.

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Studi urbanistici: lo studio dell’esistente e il progetto per il settore Italie 13 (1965). Tratto da APUR, “Quartier des Olympiades, diagnostic urbain. Secteur Italie-Olympiades : définition et mise en oeuvre du projet 1960-1980”

Operazione emblematica all’interno di Italie 13 fu la costruzione del quartiere Olympiades, un compendio dei dettami urbanistici dell’epoca declinati su un triangolo di terreno di circa dieci ettari compreso tra l’avenue d’Ivry, la rue Nationale e la rue de Tolbiac, un immaginario alla “High-Rise” trasposto nel cuore della Ville lumiere.

Olympiades venne concepito seguendo il principio di una netta separazione delle funzioni e dei percorsi, e attorno alla presenza di quella che in Francia chiamano “dalle”: un massiccio basamento di due piani fuori terra che accoglie le attività commerciali e crea un livello artificiale, a una quota più elevata rispetto a quella stradale. L’obiettivo ideale di questo schema, che lascia circolare i pedoni sul livello sopraelevato mentre relega le automobili al piano stradale (oltre che ai parcheggi sotterranei), è di risolvere i problemi di congestione e le interferenze tra usi diversi. Rigido al limite della distopia, questo principio tipicamente funzionalista porta inoltre a separare in maniera radicale gli alloggi rispetto al resto della città: i grattacieli che li accolgono, nati dal livello del basamento, sono le uniche strutture con accesso diretto a luce e aria.

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Plastico del progetto Italie 13 presentato al Comune del 13° arrondissement di Parigi nell’ottobre 1968. Coll. Pavillon de l’Arsenal.

Il quartiere Olympiades, nella mente dei promotori, era un’operazione immobiliare destinata a una classe agiata, moderna, interessata a uno “stile di vita innovativo” in cui la città tradizionale viene sostituita da quartieri spaziosi arricchiti da servizi di prestigio, mentre le strette e buie abitazioni haussmanniane lasciano spazio a grattacieli confortevoli sul modello dei condos di lusso statunitensi.

Solo che siamo a Parigi e sono gli anni 70: i grattacieli che la città sta imparando a conoscere sono quelli delle banlieue e delle cité ghetto addossate oltre i limiti del peripherique, il Grande Raccordo Anulare della capitale francese. Sono anche gli anni della crisi petrolifera e di un’incertezza generalizzata, e va a finire che quella classe media tanto idealizzata dai promotori di Olympiades non vuole correre il rischio di investire in un quartiere che ritiene mal collegato, poco attrattivo e dai costi elevati. Il risultato è che le torri del 13° arrondissement, nonostante la caduta dei prezzi al metro quadro, rimangono in gran parte invendute. Nel 1974 il nuovo governo guidato da Valéry Giscard d’Estaing sospende infine le operazioni di costruzione. Addio grattacieli nella Parigi intra-muros.

Gli anni 70 sono segnati anche da altre crisi: dall’altra parte del mondo, nel sud-est asiatico, si susseguono conflitti, stermini, guerre civili, migrazioni di massa. Dal Vietnam alla Cambogia passando per il Laos, le popolazioni stremate tentano ogni via di fuga, raggiungendo a piedi il confine thailandese dove li aspettano i campi della Croce Rossa Internazionale, o tentando di salpare via mare su imbarcazioni di fortuna. Le drammatiche immagini dei barconi stracolmi di profughi fanno leva sulle coscienze occidentali, commosse dalla causa dei “boat people”.

In Francia nasce quindi un movimento di opinione, diffuso e potente, che vede impegnati numerosi intellettuali sia di destra che di sinistra (tra i quali spiccano Jean-Paul Sartre e Raymond Aron, ma anche Yves Montand), in un appello congiunto all’accoglienza. Per il governo e per la destra francese, in pieno clima di guerra fredda, abbracciare questa specifica causa umanitaria si rivela un’utile propaganda anticomunista; per la sinistra, in passato non sempre incline a criticare i regimi est-asiatici, si tratta anche di fare i conti con un latente senso di colpa.

 

 

Le convergenti pressioni di politica e opinione pubblica, sfociano quindi in una straordinaria azione di accoglienza che, tra il 1975 e il 1990, vede la Francia aprire le porte a più di 120.000 rifugiati, fuoriusciti dalle ex colonie francesi d’Indocina. Si tratta in maggioranza di cinesi di etnia Teochew che la diaspora aveva portato a spostarsi dalla Cina al Laos, al Vietnam, alla Cambogia. I primi ad arrivare nel paese sono commercianti con buone disponibilità economiche che puntano a investire in nuove attività. Il gruppo di pionieri asiatici si inoltra nella densa città di Parigi alla ricerca di alloggi e di spazi commerciali disponibili, e finisce per imbattersi proprio in quel quartiere semideserto che i locali avevano ritenuto inadatto alle proprie esigenze: Olympiades.

Di Olympiades, al contrario dei parigini, i nuovi arrivati apprezzano la modernità dei grattacieli e la praticità della piattaforma logistica integrata nel basamento, che permette loro di gestire agilmente –  tramite montacarichi – l’arrivo delle merci e la distribuzione ai piani commerciali superiori. Dal 1978 in poi, il numero di asiatici scappati dai paesi in guerra che si stabiliscono nel quartiere cresce quindi in maniera esponenziale: si aprono una dopo l’altra piccole attività, legali e non, e un numero enorme di negozi, ristoranti, associazioni. Le leggende metropolitane insinuano che più famiglie vivano ammassate in singoli appartamenti, che durante la notte si possa scorgere nelle torri l’attività incessante degli atelier clandestini di tessuti, e che la piccola criminalità sia stata debellata da un “servizio d’ordine” interno gestito dai proprietari dei supermercati; in breve, che il quartiere di Olympiades, all’interno della sua muta carcassa di cemento, nasconda una piccola Kowloon Walled City.

 

 

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Foto di Mariabruna Fabrizi.

Intanto la comunità cresce e prospera attraverso i legami familiari, costruisce delle reti di supporto e crea i propri punti di riferimento adattandosi al rigido schema delle costruzioni, ma in qualche modo piegandolo alle proprie esigenze. Nel tempo si configura un’insolita Chinatown, a prima vista parecchio estranea agli elementi tipici del folklore asiatico trasposto in Occidente, ma che investe gli spazi urbani disponibili nei modi più originali. Ad esempio, i luoghi di culto (che incarnano il cuore delle comunità sradicate) non possono replicare la loro configurazione architettonica originaria, e allora si appropriano di spazi residuali insoliti: ancora oggi, entrando in uno dei parcheggi sotterranei vicino Avenue d’Ivry, si scorgono le lanterne di un tempio buddhista; un altro luogo sacro, corredato da statue e altari, occupa gli spazi originariamente destinati a una sala congressi di cui rimane visibile il controsoffitto tipicamente anni 70.

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Foto di Mariabruna Fabrizi.

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Foto di Mariabruna Fabrizi.

Gli anni passano e il quartiere prende vita, le piccole attività diventano importanti catene di prodotti alimentari che distribuiscono in tutta la Francia. La galleria commerciale al secondo piano del basamento assume le caratteristiche di una vitale città coperta, un punto di riferimento parigino per tutte le attività e i prodotti genericamente riconducibili all’Asia: vendita di porcellane, gadget kawaii, statuaria, vestiti di lino, ristoranti vietnamiti, negozi specializzati in poster e merchandising di boy band coreane… Gruppi di anziani giocano a carte e a dadi sulle scale, mentre gli adolescenti – non solo asiatici – si incontrano accanto alle vetrine dei negozi di musica.

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Foto di Mariabruna Fabrizi.

Se da un lato gli urbanisti e gli architetti dell’epoca vedono la storia del 13° arrondissement come un tragico echec, dato il rifiuto della maggioranza della popolazione e dello stesso presidente della Repubblica di sottoscrivere il valore simbolico di potenza e modernità delle torri, dall’altro l’evoluzione sociale, demografica e fisica di Olympiades mostra invece come il rapporto del pubblico con lo spazio fisico sia in grado di mutare nel tempo, raggiungendo equilibri che nessuno avrebbe immaginato al momento della concezione. Le forme urbane trascendono nel tempo le loro funzioni d’origine, diventano punti di riferimento inaspettati per comunità eterogenee, si legano ad avvenimenti, a immaginari, a significati apparentemente incoerenti, dimostrando come la città in quanto produzione umana non potrà mai ridursi a uno “schema organizzativo”.

Chi aveva immaginato di veder nascere degli spazi urbani ordinati e strettamente funzionali cancellando un tessuto scomposto e insalubre, si ritrova con un quartiere complesso e incontrollabile, abitato nei modi più inconsueti, in cui gli usi si intersecano e sovrappongono costantemente. E in cui la stessa città di Parigi inventa un altro modo di essere se stessa – senza per questo assomigliare a Londra o Manhattan.