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Il pittore che incantò Oliver Sacks

Lo strano caso di Franco Magnani e dei quadri raffiguranti la sua Pontito, Toscana, 29 abitanti nel 2016.

 

Franco Magnani è nato a Pontito nel 1934. Pontito, secondo lo schema dei sussidiari delle elementari, si trova su un monte, in Toscana. Dall’alto dei suoi 749 metri sul livello del mare, la rocca si isola dal resto della valle con una certa dose di sprezzatura. Uno scenario in cui Magnani vive il sogno di un’infanzia ideale – così sussurrano i ricordi, perlomeno. Passano gli anni, muore il padre, l’esercito nazista viene e se ne va, arrivano gli anni Cinquanta. Magnani non riesce a trovare lavoro e, come molti altri ragazzi della sua generazione, scende in pianura. C’è chi si trasferisce a Pistoia, chi a Montecatini. C’è chi va a Nord, a lavorare nelle miniere; Magnani – che aveva imparato a fare il cuoco a Rapallo – sognava di girare il mondo e, nel 1960, si imbarca su una nave da crociera.

Il grande neurologo, psicologo, autore e divulgatore Oliver Sacks, grazie al quale è stata divulgata la sua storia nei primi anni Novanta, sottolinea che nel futuro artista i semi della nostalgia stavano già germogliando: “Scrisse un’autobiografia, che però al momento dell’imbarco gettò in acqua. A questo punto, il bisogno di rievocare e di ricordare la sua infanzia era chiaramente molto forte”. Per cinque anni rimbalza tra Europa e Caraibi, approfondendo poi la conoscenza di Antille e Bahamas (vive più di un anno a Nassau, la capitale). Il 1960 diventa 1965 e Magnani compie una scelta decisiva: si trasferisce a San Francisco. Sono gli anni Sessanta, e trasferirsi in California significa abbandonare definitivamente l’Italia. Significa abbandonare Pontito.

E proprio nei primi mesi a San Francisco Magnani viene colpito da quella che Sacks inizialmente definisce come una “strana malattia”. Una febbre molto alta, delirio, e forse convulsioni. Teniamo a mente questo forse. Alla malattia segue un lungo ricovero, una situazione di riposo in cui diventa sempre più chiaro che i sogni ultra vividi e realistici comparsi al culmine dell’attacco, le visioni di una Pontito deserta, immobile, metafisica, rimangono impressi “davanti al suo occhio interiore”. Ologrammi estremamente dettagliati: e insieme agli ologrammi si presenta la necessità di restituirli alla realtà. A più di trent’anni, dopo un decennio passato in cucina, Magnani inizia a dipingere. Ossessivamente. Inizia una serie di quadri estremamente realistici con al centro un unico protagonista: Pontito.

Quanto realistici? Magnani ha riprodotto a memoria lo stesso numero di scalini della chiesa del paese a distanza di 9777 chilometri dalla sua infanzia. Praticamente tutti i suoi dipinti, da più di cinquant’anni, nascono come rievocazioni infantili, infinite ricostruzioni di un mondo in cui il sole brillava sui campi, le campane propagavano onde nel cielo immobile, sul paese regnava la pace. Una pace livida, pericolosa, definitiva, una pace mortale (notevole come il personaggio più importante di Pontito sia stato Lazzaro Papi, traduttore — tra le altre cose — del Paradiso Perduto).

Senza averla letta da qualche parte, il pittore ha già interiorizzato la prima regola: la creazione artistica è la proiezione ordinata di un grumo di ossessioni.

 

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Magnani – giustamente, per chi scrive – si è sempre rifiutato di prestarsi a un’attenta analisi medica, arrendendosi a quella che ha sempre considerato un’ispirazione di carattere mistico. Dice Werner Herzog: “Gli esseri umani illuminati fino all’angolo più oscuro dell’anima sono insopportabili, così come un appartamento totalmente inondato dalla luce è inabitabile”. Il senso della vita di Magnani trova compimento nella sottomissione agli ordini formulati da un’altra dimensione. Tutti i suoi quadri sono “risposte” a delle “chiamate”. Sacks racconta di quando ha assistito a una di queste apparizioni: racconta di uno sguardo fisso, di pupille dilatate, di “una specie di attacco psicolettico”.

I primi quadri incapsulano lo stile, il respiro, il ritmo di quelli a venire; Magnani stesso si sorprende della chiarezza del tratto, della sicurezza nella composizione. Circa vent’anni dopo, nel 1987, all’Exploratorium di San Francisco viene organizzata A Memory Artist, la prima personale. Ad alcune opere del pittore toscano vengono affiancate le foto del paese scattate nel 1987 da Susan Schwartzenberg.

Tre mesi prima dell’inaugurazione della mostra Ruth, sua moglie, muore di cancro. Il lutto e la mostra sono due martellate. Incoraggiato – non spinto – da Sacks, si apre alla possibilità di spezzare la catena dei ricordi e tornare a Pontito. Magnani “aveva pensato di fare a piedi la strada che sale serpeggiando fino a Pontito, portando sulle spalle una croce di legno, fatta con le sue mani per la vecchia chiesa del paese.” Tornato al paese, un cane che non vedeva da quando era bambino gli sarebbe venuto incontro e l’avrebbe riconosciuto. Eppure, si dice che Magnani non abbia mai letto l’Odissea.

Dopo infiniti dubbi e ripensamenti, arriva l’ora di un fugace ritorno in patria. Primo inconveniente: Giovanni Paolo II è in Africa, e non può benedire la sua croce, come sperava (davvero). Poi, viene portato subito dall’aeroporto a Pontito, dove lo aspettano le autorità locali. Finito l’evento, si ritrova a camminare in una Pontito più piccola, più spoglia, più… morta.

 

 

Di fronte al manifestarsi del paese, la visione apocalittica (citando il pittore: “Ci sarà la guerra atomica. E allora io la lancerò nella spazio, in modo da preservarla per l’eternità”) si fonde al timore reverenziale.  Dopo tre settimane Magnani torna a San Francisco. I primi dieci giorni sono tragici: ci sono due pellicole proiettate nella sua mente: la Pontito dell’infanzia, la Pontito del 1990. È una crisi profonda, tormentata (“Vorrei non esser mai tornato là… lavoro meglio con la fantasia”). La crisi si risolve con una serie di scorci più “umani” dei precedenti; se la Pontito di prima sembrava non essere mai stata abitata, costruita da una razza aliena per rimanere conservata nel tempo, questa Pontito è in attesa di un ritorno imminente, magari dal lavoro nei campi. Decide allora di tornare una seconda volta: questa volta in incognito, non continuamente distratto da cariche istituzionali, cerimonie, estranei.

Ci torna, con Sacks, nel marzo del 1991, salendo sulla stessa strada del pullman su cui sarei salito io venticinque anni dopo (“arranchiamo in seconda, dopo essere quasi finiti nel fosso alla prima curva”), superando San Quirico, Castelvecchio, Stiappa, i centri della valle pesciatina. La seconda visita sembra una buona idea, le immagini tornano a fuoco.

È tanto toccante quanto inquietante notare come queste nuove opere, così nuove per Magnani, siano molto simili alle precedenti. C’è qualche albero in più, c’è qualche steccato. Nell’atelier di Magnani, il garage della San Francisco Bay, sono comparse delle scarpe appese a una trave: sotto, un cartello che le inquadra come le scarpe del ritorno in Italia dopo trentaquattro anni. L’Italia, nel cartello, viene rinominata Terra Promessa.

Infedeli alla linea (gotica)
Pontito si trova in provincia di Pistoia ed è, delle dieci frazioni che vanno a formare la cosiddetta Svizzera Pesciatina, la più settentrionale. Una zona collinare che regala un’ottima occasione per incollare una buffa voce di Wikipedia: “La Svizzera Pesciatina si estende su una superficie di circa 50 km quadri su un territorio prevalentemente montuoso, bagnato dalla […] Pescia di Pescia. La zona più elevata si divide in due valli, la Val di Forfora…” eccetera. Quindi: la Pescia di Pescia divide Pescia in due Pescie. La rive droite imprenditoriale, la rive gauche religiosa. Essendo sosta obbligata per chi vuole salire a Pontito con i mezzi, ho potuto verificare in prima persona:

 

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A Pescia ci sono bambini che accarezzano i cani nascosti dalle ringhiere, ci sono bandiere dell’Italia per gli Europei, appese da sinistra a destra sui terrazzini. C’è un concessionario che si chiama Auto Pippi; c’è un gommista che si chiama Fantozzi. Ci sono anziani che ricambiano allarmati il mio sguardo interrogativo – li immagino tutti grandi amici di Magnani. Il paese si rivela essere un centro molto vivace anche se, in effetti, per chi viene dalla suburbia veneta sembrerebbe vivace qualsiasi posto in cui un nutrito numero di persone si saluta sorridente (!), o diverse generazioni chiacchierano nei bar all’aperto (!!) senza per forza presentare la circolazione sanguigna mappata sul viso.

Una volta attraversata la Pescia di Pescia – una corrente chiara bordata da due filari d’erba – si arriva nella riva sinistra. La riva seriosa, disseminata di ambulatori e chiese e fiorai in posizione strategica. All’ingresso di uno degli ambulatori c’è un cartello che segnala la presenza di una “Cappella del commiato” in caratteri Comic Sans. Quasi di fronte, timida e dimessa, c’è una piccola chiesa. Si chiama San Antonio Abate ed è fatta così:

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Tipo.

Parto per Pontito. Il bus ospita 28 sedili e 11 passeggeri. L’età media si aggira sui cinquantacinque e sono presenti solo gli estremi della forbice. Presenza maschile: 27%. Dislivello previsto: 690 metri.

Al netto dell’aria condizionata letale, al netto della colonna sonora del viaggio (dove il rantolio delle sospensioni reumatiche del pulmino incontra le trombette spaziali – penso Diplo o epigoni – sparate dalle cuffie di un ragazzo con la faccia simpatica in pigiama), al netto della guida assassina dell’autista (ho ancora in mente il suono del clacson nei tornanti; dal primo al quarantesimo minuto sono stato concentrato a registrare le ultime impressioni di una vita fin troppo breve, un finale tormentato, intimo, rovinato dalla calma andina delle comparse sedute di fronte), al netto di tutto ciò, da Pescia a Pontito si vive il privilegio di assistere a un panorama di una dolcezza indescrivibile, un paesaggio che esalta la facoltà tutta umana di riconoscere infinite sfumature di verde.

Facile dimenticarsi di come lungo il crinale che divide il pistoiese dal lucchese, settant’anni fa, si giocò il destino del Paese.

Sebbene il padre di Magnani sia morto in tempo di guerra, la sua scomparsa non fu un affare bellico. L’anno seguente però, nel 1943, Pontito venne occupata dall’esercito nazista. Una delle cose che Sacks non racconta è: perché? Perché un paese dimenticato dall’uomo, non particolarmente ricco e difficilmente raggiungibile dovrebbe essere uno degli snodi nell’anno più delicato della seconda guerra mondiale? Me lo sono chiesto per caso, perché per caso mi sono imbattuto in una certa cartina. Ho zoomato. Zoomato ancora. E Pontito era lì, a ovest rispetto alle provinciali nord di Pistoia.

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Più o meno all’altezza della X verde.

La Linea Gotica passava immediatamente alle spalle del paese. Tornati a Pontito, dopo la ritirata dei tedeschi, Franco e la madre trovarono la casa violentata dalle SS. Nel libro la sorella di Magnani (morta l’anno scorso, secondo fonti del paese) racconta di come Franco, un bambino di dieci anni, promise alla madre: “Ricreerò Pontito per te”. Voglio vedere se Magnani è riuscito a mantenere la promessa.

L’ascesa, ovvero: Pontito è un paradiso (nel senso che ci regnano i morti, e non si sa se esiste).
Arrivo a Pontito all’una, ed è sabato. Già il primo approccio al paese ti schianta nella solitudine. Ed è grazie alla solitudine, all’isolamento, se Pontito si è conservata intatta fino al terzo millennio, come un ricordo ossessivo. Dal livello più basso, il piazzale, sembra di scorgere le spire di un serpente arrotolato a forma di ventaglio, perfettamente conservato nella formaldeide pistoiese (organo interno a cui assomiglia il perimetro del paese: il cuore. Cantica della Commedia a cui assomiglia la rete urbana: l’Inferno).

Senza cercarla, a caso, imbocco subito una salita che costeggia il fianco sinistro del centro abitato, e in cinque minuti sono in cima al paese, dietro alla chiesa. Immediatamente, senza preavviso, mi trovo di fronte a un enorme quadro di Magnani:

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Settant’anni e non sentirli.

Questo è uno dei primissimi dipinti dell’autore, uno dei miei preferiti – escluso il periodo fantascientifico. È un’opera in cui, citando la descrizione di un amico dell’autore, tale Bob Miller, “vi è un che di sinistro: è come se vi stesse accadendo qualcosa di profondo, pregno di significato, e tu fossi lì a guardare”.

Girando l’angolo – un tuffo dalla siepe di Recanati – si incoccia nella Chiesa dei Santi Andrea e Lucia. Il piazzale è deserto. Magnani racconta di quando, tornato in paese per la seconda volta, salì “sul campanile; toccai le pietre… Per me è come se avesse mille anni”. Tocco il campanile. Li sento tutti; il tempo non esiste.

E il cellulare non prende. Elementi che di solito sorpasso con discreta tenerezza (gatti) o indifferenza (bombole del gas) mi mettono i brividi. “Mettere i brividi” è un espressione che mi sono rimasticato troppo spesso a Pontito.

Nel piazzale l’aria è profumata di carne, in un angolo c’è una griglia portatile, utilizzata da una presenza umana che non riesco a localizzare. Nel silenzio sottomarino la campana della torre batte un colpo, risvegliandomi dal torpore di un paio di pensieri paranoici a sfondo cannibale/sacrificale.

 

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Fornire un nuovo apparato iconografico non è un vezzo; è un’opportunità per prendere il polso del paese (esito: non pulsa) e rinfrescare i colori delle macchine analogiche di Susan Schwartzenberg. Il fondale che circonda Pontito, per esempio, è meraviglioso. Se si fosse trattato di un paese qualsiasi, un paese in cui “boom economico” non suonasse come una formula esotica (il boom viene ricordato per come abbia riempito le città: ci si dimentica di come abbia svuotato i borghi più isolati), forse i quadri di Magnani sarebbero stati ancora più sorprendenti nella loro ricostruzione storica; probabilmente non mi sarebbe stato possibile rintracciare gli scorci dipinti dal pittore, a settant’anni dai fatti.

Spesso la riconoscibilità dei luoghi è manomessa, però, dalla prospettiva: casi in cui i disegni di Magnani non rispondono a opere riproducibili da punti di osservazione “reali”. I dipinti presentano anche delle leggere sproporzioni, un fattore che non è da ricondurre soltanto a una questione anagrafica (sono paesaggi interiorizzati da un bambino di dieci anni). Sproporzioni e alterazioni della prospettiva testimoniano infatti il processo creativo implicito nella rielaborazione dei ricordi, visioni offerte da un occhio della mente che manovriamo come una telecamera estremamente duttile. A volte il punto di osservazione è situato a diversi metri d’altezza, altre vengono inclusi diversi punti di vista contemporaneamente.

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A sx, foto dell’autore. A dx, foto di Susan Schwartzenberg.

Scenari in cui non è prevista la presenza dell’uomo; la molteplicità dei punti di fuga; campiture uniformi; sensazione di atemporalità. Magnani, senza averne mai sentito parlare, è un esponente della pittura Metafisica.

Ecco De Chirico, profetico, nel suo Sull’arte metafisica: “Si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica”. Anche il padre dell’arte metafisica soffriva di auree emicraniche acute, visioni di motivi geometrici luminosi che coglieva come il fiore mistico di bulbi spirituali. Sullo scollamento tra presente e passato, sull’intrusione dell’artista in queste maglie, ci torniamo tra poco – e per bene.

Da quella che dovrebbe essere la casa del pittore sento il vociare di una donna in una lingua balcanica, potrebbero essere gli stessi “albanesi che tagliano legna e la rivendono con profitto” citati da un articolo del Tirreno, tra le poche famiglie che tengono vivo il paese. L’alienità di Pontito rispetto al presente storico può sconcertare. Le vie e le case sono state conservate nel tempo, e solo i lampioni e qualche sedia di plastica lambiscono la corrente del passato, di un Medioevo mai davvero concluso. Si può intuire quindi che effetto possa fare il rumore di un flessibile. Nonostante il primo impulso sia correre dalla parte opposta, mi dirigo verso la fonte. Ci sono tre uomini che stanno restaurando una stella. È il monumento di Pontito per i caduti della seconda guerra mondiale; si trova in uno spiazzo accanto al cimitero del paese, lo stesso cimitero in cui riposano anche i Magnani. I gentilissimi intervistati si chiamano Marco, Graziano, Gianluca.

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A sx, Marco, Graziano, Gianluca. A dx, la vista dalla chiesa.

Mi forniscono delle informazioni statistiche di un certo rilievo (abitanti a Pontito: circa ventinove. Decessi nei primi cinque mesi del 2016: tre.) Mi raccontano che nel dopoguerra gli abitanti erano più di seicento, e c’era “tutto tranne la farmacia”; mi raccontano che negli anni ’50 iniziò l’emorragia migratoria verso le miniere francesi, belghe, verso Pistoia, verso ovunque ci fosse da lavorare; mi raccontano che la strada che ho percorso in autobus fu costruita più di quarant’anni fa, collegando, dopo un millennio, il paese alla pianura; mi raccontano che nella valle sono tornati i lupi, e in paese capita di vedere caprioli e cinghiali “sull’uscio di casa”; mi raccontano che quando giù pioviggina, a Pontito ci sono dieci centimetri di neve; mi raccontano che Magnani vive ancora nei pressi di San Francisco, e che l’ultima visita risale al 2004.

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Prima di partire per Pontito, Renato della Pro Loco mi aveva inviato per mail un paio di scan utili.

Per un attimo, sprofondo nelle origini del Trauma: il 1943. Chiedo informazioni sulla linea gotica e mi spiegano come a pochi minuti a piedi verso nord passi la Via dei Tedeschi, un sentiero fortificato dal nemico attraverso una simbiosi tra buche nel terreno e lamiere ondulate: sapendo dell’invasione, gli abitanti sfollarono tutti nei centri limitrofi. Nella costruzione della linea gotica vennero utilizzati anche i sassi dell’Omo Morto, i sassi accumulati per decenni nelle processioni per benedire i territori che circondano il paese, accumulati all’altezza di un punto in cui – si dice – venne trovato un viandante morto.

Viandante, un vocabolo nostalgico, scomparso. Ma la letteratura è fatta anche di questi, ed è qualcosa che condivide con la toponomastica: a non molti chilometri da Pontito si trova Femminamorta, cento anime. A quanto pare, il toponimo deriva dal ritrovamento di un cadavere femminile sepolto nella neve. D’altra parte, come ci ricorda Angelo Morino, la letteratura è uno sconfinato cimitero di donne morte. L’Omo Morto venne ricostruito e spazzato dalla costruzione di un metanodotto negli anni ’90: ora, con l’aiuto dei volontari, l’Omo Morto vive ancora.

Pontito viene liberata dagli Alleati, supportati dalla Resistenza locale, il 26 settembre 1944. Resistenza, memoria. Prima di salutarmi con Marco e gli altri, arriva un ultimo affondo: “Pontito è l’ultima delle priorità. La stanno facendo morire. Tra vent’anni non ci saremo più, e fuori dal paese ci sarà un cartello: benvenuti al museo di Pontito”. La stella dei caduti, almeno, sembra in ottime mani.

Lobi temporali e spazi immaginari
I miei quadri preferiti di Magnani sono quelli fantascientifici, dipinti in cui l’autore scatena il suo afflato mistico. L’idea è di difendere Pontito dalle minacce della modernità, e dal Tempo in generale. Una versione autarchica del Voyager Golden Record.

 

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“Egli sente che [Pontito] è speciale, agli occhi di Dio, e deve essere preservata dalla distruzione e dalla corruzione; [quadri in cui] la Terra è minacciata da un altro pianeta o da una cometa, da una distruzione imminente o già in atto”. Sono visioni. Uno di questi quadri si chiama Pontito preservata per l’eternità nello spazio infinito. Oliver Sacks racconta così le visioni del pittore toscano: “Aveva la sensazione che qualcosa fosse appena accaduto, o stesse per accadere; la sensazione di un significato immenso, premonitore e tuttavia enigmatico, alla quale si accompagnava una nostalgia dolce amara, struggente e insaziabile”.

Magnani li chiama “flash della memoria”, i neurologi li chiamano “attacchi” o “crisi”. Momenti in cui la mente viene intersecata da un piano altro. Dostoevskij invece, ne L’idiota lo racconta così: “Che importa se questa tensione è anormale, quando il suo stesso risultato, l’attimo delle supreme percezioni, ricordato e analizzato in un momento di lucidità, con l’effetto che esso produce, risulta sommamente armonico e sublime, comunicandomi un senso mai provato prima né immaginato di pienezza, di equilibrio, di pace e di fusione, in uno slancio di preghiera con la più alta sintesi della vita?”.

Un fervore idealistico, religioso, mistico, riscontrabile anche nella storia di Van Gogh, un altro soggetto epilettico già semi-diagnosticato nel 1988 da Felix Rey, un medico francese. Ma il primo a collegare Dostoevskij all’epilessia del lobo temporale (da qui in poi TLE), fu Norman Geschwind. È lui, un neurologo, a rilevare una coincidenza anomala tra affetti di TLE e profili biografici caratterizzati da un profondo interesse verso le istanze mistiche, apocalittiche, cosmologiche. La TLE provoca una iper-connettività tra le aree sensoriali ed emotive del cervello: si può verificare uno sdoppiamento della coscienza, lo stesso che possono esperire i soggetti dedicati alla creazione artistica. Uno scollamento tra la visione e il qui e ora. Già.

È una condizione binaria che mi ricorda l’idea di contemporaneo formulata magistralmente da Agamben: “contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo”, lo spettatore di un’eclisse, capace di confrontare il “fascio di tenebra” del presente a una luce sub specie aeternitatis, con l’eternità, con l’universale.

L’artista guarda negli occhi il presente e ne fissa la pupilla: la pupilla è un buco nero. Quella che vediamo dalla Terra è una percentuale ridicola di stelle, un cento-milionesimo di quelle presenti soltanto nella nostra galassia. Non significa però che le altre non esistano. Insomma, non significa che, osservato dalla giusta distanza e con i mezzi migliori, il presente non si possa vedere. Nel caso di Magnani, però, non si può parlare di distacco volto a una comprensione ulteriore del presente; per Magnani si è sganciato solo il primo modulo, quello che ti lascia brancolare nello spazio. Il ritorno al presente non è mai, davvero, avvenuto.

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L’isolamento del paese è un fattore che ha incoraggiato le visioni fantascientifiche di Magnani.

Nonostante Magnani abbia vissuto per decenni vicino a San Francisco, una città non proprio avulsa dallo spirito del tempo, non si è mai interessato al quotidiano, all’attualità. Ha sempre rivolto tutte le sue energie alla riproduzione di Pontito. Un’ossessione che l’ha privato della maggior parte degli amici e degli affetti; solo Ruth l’ha incoraggiato fino a quando le è stato possibile. Magnani ha rinunciato insomma a tutto quello che le persone considerano una vita piena: il fatto è che… la vita è piena di quello che riempie il nostro cervello. Se per alcuni la vita è ricordo, beh, mi sembra totalmente logico. Il fatto che mi sembri anche profondamente deprimente è secondario e, anzi, fallace: il punto di vista di una persona che ha deciso di stare nel mondo non può capire il senso di realizzazione di chi ha scelto di non farlo; non lo capirà del tutto fino a quando non avrà ragioni per seguirlo.

Con il tempo, i “poteri” sbloccati dall’epilessia del lobo temporale logorano chi ne è soggetto: molte biografie implodono sotto i loro colpi. A volte però colpiscono profili sensibili, soggetti in grado di trasformare una patologia in una carriera artistica. Il lobo temporale, comunque, può diventare vittima di patologie anche più gravi.

Come raccontato da Unraveling Bolero, un capolavoro assoluto di divulgazione scientifica firmato Radiolab, Anne Adams è una biologa che improvvisamente, a 46 anni, abbandona ogni attività per iniziare a dipingere a ritmi frenetici, compulsivi, ossessivi. Prima dipinge case e palazzi; poi fragole; infine, nasce l’ossessione per il Bolero di Ravel, una composizione passata alla storia per il suo andamento ossessivo. Anne traduce il Bolero attraverso le arti figurative: la composizione diventa un pattern su tela.

La Adams è affetta da demenza del lobo temporale, una condizione che attacca tra le altre cose la sfera linguistica, scatenando le funzioni cerebrali che di solito vengono bloccate utilizzandola: il risultato è un’esplosione creativa. Sono centinaia i casi di soggetti di qualsiasi estrazione (avvocati, broker, giardinieri…) che una volta incontrata la malattia mollano tutto, abbandonano la vita per come la conoscevano dedicandosi totalmente all’arte.

Come non bastasse, ecco il coup de théâtre. Anne non lo sapeva, ma Ravel fu affetto dalla stessa patologia. Il Bolero è stata l’ultima cosa che ha composto, grazie a un cervello sempre più compromesso. La domanda diventa: perché queste ripetizioni? La risposta più probabile anche se non definitiva, giustifica questa esplosione dell’iterazione causata dal sopravvento dei gangli della base, le strutture cerebrali più “basse”, impulsive, quelle che hanno permesso – semplificando molto – la sopravvivenza dei rettili attraverso diverse ere geologiche. Mangia, accoppiati, scappa. All’infinito. Anche se Magnani non è colpito da questa condizione (si tratta di una malattia gravemente degenerativa), la sua coazione a ripetere potrebbe così inserirsi in un quadro meno nebuloso.

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L’ideale platonico di Pontito.

“Neuroteologia” è un neologismo proposto da Aldous Huxley nel suo ultimo romanzo, L’isola. Si tratta di una delle nuove discipline elencate dal Dr. Robert del libro, insieme all’autologia, la metachimica, la tanatologia. La neuroteologia è una disciplina che si occupa di spiegare l’esperienza religiosa (la fede, la pratica religiosa) in termini di neuroscienza cognitiva. Attenzione: la comunità scientifica non sembra ancora prenderla molto sul serio. Una delle informazioni su cui fa leva uno dei pilastri teorici della disciplina (Neurotheology: Virtual Religion in the 21st Century), però, non può non affascinare: la nostra percezione del tempo, l’illusione di essere immersi in un processo cronologico, dipenderebbe dallo sviluppo graduale della corteccia pre-frontale.

Così si potrebbe spiegare perché i bambini vivono – circa – in un eterno presente: 24 ore sono un quattromillesimo della vita di un bambino di 11 anni: sono un ventimillesimo della vita di un uomo di 55 anni. Le giornate durano sempre “meno”; forniscono sempre meno informazioni. O quasi: dipende solo da noi. È vero che più ci si perde nella routine, più percorriamo gli stessi percorsi sinaptici, più il tempo accelera. È anche vero che possiamo ancora rallentarlo: viaggiando con chi ci è più caro, leggendo buoni articoli, imparando una lingua. Eccetera.

Seguendo la ratio tra percezione del tempo ed età biografica, ecco che queste quattro fasi, dal punto di vista cronologico-percettivo, si equivalgono: dai 5 ai 10 anni, dai 10 ai 20, dai 20 ai 40, dai 40 agli 80. Forse questo scagiona gli sproloqui di un venticinquenne sulla nostalgia e il-tempo-che-passa: la cognizione di causa è la stessa di un trentasettenne. Dal punto di vista della percezione del tempo, siamo uomini di mezza età.

Penso di avere una buona memoria. Una cosa che non ho potuto fare a meno di notare leggendo (e rileggendo) la storia di Magnani, è una sensazione di familiarità di fronte al racconto delle reminiscenze nostalgiche, “quasi allucinatorie per suono, consistenza, fragranza e sensazione tattile”. Non penso di presentare un apparato nostalgico che sborda dai confini ordinari: se c’è un ingrediente in più, forse, è una spolverata di sinestesia. Mi sono stupito quando ho ripensato al finale di qualche mio articolo: che parlassi di piscine, CD-ROM o social media, concludo sempre descrivendo quadretti familiari sinestetici e allontanati dal tempo. Allontanati, soprattutto, dalle circostanze. Quando parlo del profumo “delle terrazze italiane negli anni ’90”, lo sento; il “bagliore tenue del monitor” lo vedo, è qui, e riesco a scaldarmici le mani.

 

 

La scrittura è rimasto l’unico elemento della mia vita in cui vince un sentimento nostalgico; che sia ricomparso nell’aspetto più appariscente… mi dà fastidio. Ma non è un caso, immagino: Magnani mi ha ossessionato perché ho cercato di capire cosa significa vivere 82 anni nella nostalgia. È un sentimento di cui mi sono disamorato. Presa come esercizio in sé – come pratica – non mi interessa, va in direzione opposta al mio percorso. In un certa misura, come Magnani, la subisco.

D’altronde, lo dice anche Sacks: “È sulle grandi discontinuità della vita che cerchiamo di gettare un ponte, è con queste che cerchiamo di riconciliarci, sono queste che vorremmo integrare con il ricordo e, al di là del ricordo, con il mito e l’arte. […] Tutti, in definitiva, siamo esuli dal passato”. Ognuno di noi allestisce la sua mitopoiesi privata. È un impulso che rimpalla dalle caverne al canto, dalle parole ai colori.

Insomma, un quadro clinico peculiare ha aiutato un uomo nella costruzione di un teatro della memoria, un rendering proiettato in alta risoluzione nella – e dalla – sua mente. Preciso: è stato aiutato, non imboccato. Certi passaggi scritti da Sacks dimostrano come la Visione di Magnani non può essere altro che fonte di ispirazione e profondo rispetto. Diamogli voce, un’ultima volta: “la fantasia, il ricordo, sono la cosa più bella. […] L’arte è come un sogno”. L’arte è come un sogno.