Foto: Chiara Zucchellini.
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Io, piazza dei Miracoli, la preferisco di notte

Tutti i giorni, sotto la torre di Pisa, va in scena l'entropia.

 

Abitare vicino piazza dei Miracoli significa rispondere ad almeno due o tre turisti al giorno che ti chiedono da che parte si va per la Torre. O per la “Leaning Tower”. O per un gesto a caso che indica qualcosa che pende. Qualcuno deve essersi spazientito un giorno, infatti abitare vicino piazza dei Miracoli significa anche imbattersi in pali della luce, parchimetri e bidoni della spazzatura con scritto a mano “Torre 100 m. → ”. Questo succede se si abita a sud rispetto alla piazza, là dove si incontrano i turisti fai-da-te, quei vacanzieri della domenica che si sono persi nella matassa di sensi unici pisani.

Abitare subito a nord di piazza dei Miracoli, invece, significa guardare le colonne dei gruppi turistici che sfilano lente e massicce per raggiungere il famoso campanile (sì, la Torre Pendente è un campanile). È il punto di transito del turismo organizzato: quello delle comitive, dei crocieristi, dei pullman, degli asiatici che si girano mezza Europa in una settimana. Le persone trottano in fila, come atomi in un legame covalente, seguendo la bandierina colorata del capogruppo di turno. Partono a piedi dal grande parcheggio scambiatori superando un mix di case popolari, villette un po’ fatiscenti, viottoli che portano a case nascoste e un bar tattico che nei giorni più caldi espone frutta fresca bagnata da una fontanella. E poi il passaggio a livelli che chiude ogni 15 minuti, la scuola elementare con i graffiti sul muretto, il polo universitario di Porta Nuova – noto per le feste – e una viuzza tranquilla punteggiata di case belle. Dal giardino di una di queste spunta una pianta carica di fiori violetti che tutti – ma proprio tutti – si fermano a fotografare.

 

 

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Ci siamo quasi. Basta superare le strisce pedonali che mettono a dura prova la scarsa pazienza degli automobilisti e si arriva nell’anticamera della Piazza: un suk di bancarelle con torri pendenti di ogni misura, tazze pendenti, bottiglie di liquore pendenti, e poi borse e valigie e magliette, forse pendenti a loro volta. Le chincaglierie seguono il perimetro delle mura, tutte belle ripulite dai ciuffi di capperi che nascono spontanei fra una pietra e l’altra. Seguono il filo della ristorazione tipica in una successione di ristoranti cinesi, kebab e MacDonald’s fino all’apertura su piazza dei Miracoli, croce e delizia di Pisa.

I turisti sono arrivati a destinazione. Tu, invece, che abiti lì vicino e vai al lavoro a piedi o in bicicletta, nel giro di 700 metri sei rimasto imbottigliato in una colonna di spagnoli, poi di cinesi, poi di francesi, ti sei mischiato addirittura a rubicondi norvegesi. Ormai non scampanelli neanche più e cerchi di zigzagare fra una massa di indiani dai vestiti sgargianti portando la bicicletta come un monopattino e penetrando con una virata dentro le mura, dentro la Piazza. Qui, va in scena l’entropia. Le comitive si disperdono e si mischiano agli altri turisti arrivati da ogni direzione. Gli atomi dei gruppi covalenti diventano d’un tratto gli elettroni di un legame metallico: una nube di particelle mobili che riempie tutto il reticolato a disposizione. E assume pose strane. Molto strane.

 

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In Piazza dei Miracoli si nota subito chi è che vive a Pisa, perché è raro vederlo passare di lì durante il giorno, vuol dire proprio che è il suo passaggio obbligato. Non degna di uno sguardo le rotondità del Battistero, né la cupola orientaleggiante della Cattedrale, tanto meno la presenza bianca e inclinata della Torre. Pensa solo a tagliare la piazza come se fosse una strada, veloce e teso a schivare tutto ciò che lo circonda. Lì, in mezzo all’entropia, è come essere all’incrocio fra piazza Venezia e il Vittoriano a Roma: la precedenza ce l’ha chi sa sgusciare più veloce, e farsi distrarre dai “Miracoli” può causare tamponamenti. Allora via, avanti così, che è già tardi.

Bisognerebbe invece stare fermi in un punto per assaporare tutto il campionario lì riunito. I venditori ambulanti passeggiano con parate di orologi che all’occasione diventano ombrelli. Le fontanelle di cocco fanno compagnia alle vasche gonfie di gelato che spuntano dai bar. Carrozze e cavalli sono parcheggiati da una parte con i sacchi del pattume fissati al “sottocoda”. Gli studenti universitari, satolli, fanno la pennichella all’ombra del Battistero, beati loro: non possono salire sulla Torre, altrimenti non si laureeranno mai. Giapponesi dall’età indefinibile si arrampicano sui fittoni e sulle transenne per sostenere meglio la Torre in prospettiva. E così fanno tutti gli altri forestieri, assumendo posture sempre più strane. È chiaro che in piazza dei Miracoli ci si va per aiutare a tener su la Torre grazie alla prospettiva, e così vanno in scena tutte le varianti della famosa foto, con pose plastiche che fanno sembrare i soggetti o concentratissimi lottatori di arti marziali o un po’ cretini.

Di giorno la piazza risuona come una Babele di lingue, come se il mondo intero si riunisse quotidianamente in quell’angolo decentrato nel centro di Pisa. Da qualche tempo allo struscio si sono uniti anche i militari: bardati con tuta mimetica e basco color vinaccia vanno avanti e indietro, a coppie, cullando il mitra alto sul petto. Ma gli elementi più pericolosi, al momento, restano i bimbetti a briglia sciolta e i selfie-sticks che sbucano  all’improvviso rendendo la traversata più insidiosa. In tutto ciò, un uomo robusto di una certa età, capelli bianchi e impermeabile cachi, cammina tranquillo sganciando un lunghissimo peto. Tanto chi lo sente in ‘sto casino?

 

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Dopo annose battaglie locali le bancarelle sono state eliminate dall’interno della piazza, relegandole solo all’esterno. In realtà le chincaglierie non sono neanche così fuori luogo, considerando che un tempo molto lontano, nel mese di agosto, la piazza era sede della Fiera del Levante. E c’era la Fiera del Levante anche quando fu fatta la posa della prima pietra della Torre-che-sarebbe-diventata-Pendente: era il 9 agosto 1173, e le fondamenta vennero lasciate lì a riposare un anno intero prima di continuare. Che cosa avranno pensato i passanti di 900 anni fa nel vedere il cantiere, mentre rovistavano fra le bancarelle alla ricerca di stoffe preziose e balsami portentosi?

A quel tempo il Battistero era in costruzione da vent’anni esatti, mentre la Cattedrale era già terminata, sottoposta solo a lavori di ampliamento. È il primo monumento della piazza (come la conosciamo oggi) ad essere fondato, nel 1063, come investimento a lungo termine di un bottino di guerra ottenuto dai Pisani contro i Mori in Sicilia. Il Camposanto, invece, aveva ancora da venire. Quanta gente da quante parti del mondo conosciuto deve essere passata di lì quando la piazza constava soltanto di un Duomo finito, un pezzo di Battistero e metà Torre, o quando venivano fatte le prime perizie vista la tendenza del nuovo manufatto a inclinarsi. La poverina rimase infatti ammezzata per quasi un secolo: tre piani in via di sprofondamento che vennero completati solo nel Trecento. Una follia architettonica, per la verità. Una Torre campanaria pesante, pesantissima, fatta per salirci sopra, che non ha scricchiolanti gradini di legno a uso esclusivo del campanaro, ma scalini di marmo su cui salivano anche i cavalli. E da sopra si poteva vedere tutta la Fiera da un punto di vista privilegiato, e la processione dell’Assunta lungo la serpeggiante Via S.Maria.

 

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La posizione di Piazza dei Miracoli è un’altra cosa strana. Non è centrale, anzi. Alla sua fondazione, la Cattedrale si trovava addirittura fuori dalle antiche mura. Venne inglobata solo un secolo dopo dentro la cinta muraria medievale che decise una volta per tutte la forma di Pisa e su cui oggi nascono i capperi. Al di là di essa si srotolava un panorama ancora diverso: una confluenza di vie d’acqua che scorrevano placide verso lo scalo portuale, dove oggi c’è la stazione di San Rossore, usato fin dai tempi dei Romani come carico e scarico merci. Oggi, è il punto di carico e scarico dei pendolari lucchesi.

È soprattutto grazie a piazza dei Miracoli e alla sua torre storta che Pisa ha mantenuto nei secoli una certa fama. Persino quando è stata bombardata nel settembre 1943 i piloti americani delle cosiddette “fortezze volanti” hanno annotato di essere passati sopra la piazza e di avere visto la celebre Torre Pendente, salvo distruggere il Camposanto dieci mesi dopo. Se la Fiera del Levante e le barche che passavano sui fiumi vicini ce le possiamo soltanto immaginare, le macerie del 1944 sono vivide in fotografia, così come l’acqua limacciosa dell’Arno che durante l’alluvione del 1966 invadeva anche Pisa lambendo i fianchi della Torre, venendo su da Via S. Maria, proprio come la processione dell’Assunta.

 

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Provate un giorno, di giorno, a fare un giro a Pisa. Guardate il “bel teatro” del Lungarno (come lo chiamavano i viaggiatori dell’Ottocento), il profilo maestoso delle Logge dei Banchi e quel reliquiario gotico che è la chiesa della Spina. Guardate piazza dei Cavalieri con i suoi angoli sghembi, e poi piazza delle Vettovaglie con i banchi del mercato e gli ortaggi che rotolano sopra i lastroni di pietra. Guardate anche quello che c’è voltando l’orlo delle cartoline pisane: qualche vicolo sudicio, qualcuno che a ogni angolo porta avanti la sua personale battaglia contro qualcosa, appuntamenti per raduni di massa scritti sui muri e i piccioni di piazza S. Caterina, i più brutti e spennati della storia. Accontentatevi di vedere occhieggiare la sommità della Torre tra il taglio di una via e l’altro.

Quando scende la notte potete andare in piazza dei Miracoli e la troverete deserta, sola con il suo profilo da cartolina, una luminescenza immobile stagliata sul cielo scuro. La Torre sarà un cannocchiale inclinato ripieno di marmo. La Cattedrale una fiancata a righe e un fronte di loggette ricamate, una ragnatela di colonnine. Il Battistero sarà invece una grossa meringa in mezzo al prato, con la cupola cangiante fra il rosso mattone e il grigio piombo. Il Camposanto, un fondale di pietra a separare mondo dei vivi e mondo dei morti. A volte, quando c’è foschia, i “Miracoli” emergono come fantasmagorie, biancheggiando come ologrammi sull’erba buia. Altre volte, entrando dalla porta di piazza Manin, l’inquadratura risulta così inflazionata che sembra di essere dentro un’incisione del Settecento, e bisogna sbattere le palpebre per rendersi conto che invece è tutto vero e si può pure toccare. Alla fine, non sarà la camionetta dell’esercito parcheggiata davanti alla Torre a riportarvi coi piedi per terra, bensì un filo di brezza: è la piazza che, di notte, tira un sospiro di sollievo.

 

Foto dell’autrice.