Foto per gentile concessione di NBC.
Commenti

Pawnee contro Eagleton: rivalità nella Middle America

Pawnee: la Parigi d'America, prima in cordialità, quarta in numero di obesi.

 

Se c’è una serie tv che sia stata in grado di fotografare le pastoie amministrative di una piccola (o media) città, è Parks & Recreation. Questo, nonostante il fatto che Pawnee non sia una città reale.

E tuttavia è una città molto più reale dei luoghi degli Stati Uniti che vediamo in televisione, perché rappresenta quella maggioranza silenziosa di città troppo piccole per essere note. Quelle di cui conosci l’esistenza perché le passi dall’autostrada, 10 km: Pawnee – “Ah, Pawnee. Che nome carino.”; 5 km: Pawnee – vieni a vedere la pannocchia più grande del mondo. (Non che a Pawnee ci sia la pannocchia più grande del mondo, ma valga come esempio: in fondo, Pawnee non esiste).

 

pawnee3-crop

 

Situata nel reticolo di fiumi che è l’Indiana, Pawnee è l’idea platonica di Cittadina del Midwest, una città di ristoranti a tema fondata da un reverendo a cavallo di un bue. Un posto per cui i punti di riferimento non sono New York City, o Chicago, o Los Angeles, ma Bloomington e Indianapolis, cuori pulsanti degli affari per i cittadini di Pawnee, che le possono raggiungere dopo qualche ora di macchina. Sarebbe la Bergamo di Milano, la Prato di Firenze, non fosse che negli Stati Uniti le distanze e le dimensioni delle cose sono così dilatate da rendere Pawnee, più probabilmente, la Roncobilaccio di Castiglione dei Pepoli. Pensateci: se girassero Parks & Recreation in Italia, Pawnee farebbe provincia? No. La serie si intitolerebbe Dipartimento Tutela Ambientale, e avrebbe come protagonista Paolo Ruffini.

È proprio l’anonimato di Pawnee a renderla appropriata per il suo genere di riferimento, il mockumentary, il falso documentario, utilizzato in termini puramente comici. La cittadina di Parks & Recreation è la miscela perfetta della Scranton del The Office statunitense, un’anonima cittadina inoffensiva e con una certa dose di charme, e la Slough del The Office inglese, un tetro angolo a ovest di Londra su cui il poeta John Betjeman si augurava che cadessero le bombe.

Da una parte, c’è la consapevolezza di quanto minuscola sia Pawnee nel contesto degli Stati Uniti d’America; dall’altra, c’è Leslie Knope, donna che guarda sempre avanti, per la quale Pawnee è una delle migliori città d’America, figurarsi dell’Indiana. Leslie Knope, protagonista della serie, è una macchina di intraprendenza, un Re Mida di positività che si augura di poter convincere qualsiasi essere umano che, in fondo, la città in cui vive è il centro del mondo. E convince anche noi a pensarlo.

 

pawnee2-crop

 

E c’è da dire che l’amministrazione cittadina di Pawnee è un mosaico composto di errori costosi, casini inenarrabili, gente che si augura che il governo si sgretoli, nonché il famigerato quarto piano del Municipio cittadino, un luogo da cui si può anche non far ritorno, fatto di burocrati ostili e file chilometriche, una specie di equivalente delle descrizioni del SERT che gli adulti fanno ai bambini per spaventarli.

Per non parlare del passato troppo politicamente scorretto della città: con le licenze poetiche di chi crea un luogo dal nulla, Parks & Recreation dedica una quantità non indifferente di tempo a descrivere le scelte controverse di una comunità che, per ignoranza e per sentito-dire, ha dedicato slogan a soldati nazisti e talebani, e che è stata ritratta in una serie di incredibili murales, orribilmente offensivi nei contenuti, eppure troppo inestimabili nella storia dell’arte della città per essere distrutti. Ebrei in gabbia? Presenti. Irlandesi che ubriacano i nativi americani mentre i cinesi guardano e ingollano hamburger? Presenti. La prima donna di Pawnee a diplomarsi dal liceo dipinta mentre viene presa a pugni in pancia? Presente.

 

 

La Middle America è anche questo, ma Leslie Knope non è disposta ad accettarlo, e cerca di controbilanciare con la sua intraprendenza.

Come dice Michael Schur, co-creatore della serie e grande appassionato di The Wire, “In ogni sistema c’è una certa quantità di marcio: puoi lasciarlo accumulare in un solo posto, o puoi propagarlo per tutta la città, equamente, ma è sempre lì. Questo show è il corrispettivo comico di questa visione: il sistema è sempre incasinato e calcificato, ti annienta – ma […] se sgobbi un po’, se lavori senza sosta, se dormi tre ore a notte [puoi fare la differenza]”.

 

eagleton-mural-crop

 

A Ovest, proprio al confine con Pawnee, sorge il suo estremo opposto. Eagleton, fondata nell’Ottocento dai ricchi di Pawnee che mal sopportavano l’odore della loro città natale, è la letterale rappresentazione della gente con la “puzza sotto il naso”. Gente che pensa a New York, a Los Angeles, e non a Bloomington, quando pensa alla grande città.

Eagleton si sforza talmente di essere la prima della classe che la sua economia gravita intorno a una fabbrica di cupcake, e così l’aria della città odora di vaniglia – non di fogna, come a Pawnee. A Eagleton, l’obesità non esiste. I suoi cittadini sorridono sempre. Sono tutti biondi, magri, di successo. Parlano con eufemismi a scapito della loro rivale: si riferiscono alle caccole come al “caviale di Pawnee”. I poliziotti vanno in giro col Segway.

La narrativa della città rivale, delle tensioni con l’altro, è un classico della cultura pop, basti pensare a Shelbyville e la Springfield dei Simpson, o – ricorda il buon Luca – Paperopoli e Ocopoli.

Leslie Knope, una persona bilanciata ma con arcinemici ben definiti, osteggia Eagleton con tutta se stessa. “Chi vorrebbe mai vivere in una città con un sacco di attività sociali, delle terme pittoresche, e una fabbrica di cupcake che lascia nell’aria profumo di vaniglia? Nessuno, ecco chi. A meno che non sia malvagio, e/o Lord Voldemort. Lui è nato lì.”

Knope non detesta gli abitanti di Eagleton soltanto per il loro stronzismo congenito, ma perché la loro altezzosità è in qualche modo giustificata dai risultati che sembrano in grado di ottenere. Chi può fare quadrare il bilancio cittadino e, nonostante ciò, profumare di ricchezza?

Spoiler: non Eagleton. A duecento anni dalla fondazione, la sua amministrazione si rende conto che il nettare, l’ambrosia e le continue mollezze offerte ai cittadini, non possono che aver condotto la città a una bancarotta da cui non c’è ritorno.

I sistemi di Eagleton e di Pawnee hanno la stessa quantità di marcio, ma una delle due città sa nasconderlo meglio. L’erba del vicino non è, nei fatti, più verde – anche se è coperta da un sottile strato di vaniglia.

Nello stile della commedia positiva di Michael Schur, lavorando insieme, gli antagonismi possono essere superati. In questo caso, la città con meno debiti – Pawnee, quella che mangia le caccole – riesce a salvare Eagleton reintegrandola nel proprio territorio.

Del resto, nel Midwest, la narrativa della città rivale non è soltanto narrativa. Milwaukee (che affaccia sul lago Michigan, proprio come lo Stato dell’Indiana) è nata così – da due cittadine in competizione e divise da un fiume. Juneautown e Kilbourntown si odiavano a tal punto che, quando lo Stato impose la costruzione di ponti per congiungerle, arrivarono a distruggerli.

La guerra dei ponti raggiunse una tale violenza che, in seguito a un episodio con un gran numero di feriti, “i cittadini di entrambe le parti si resero conto che avrebbero dovuto imparare a cooperare e a vivere come una singola comunità.

Un anno più tardi, nel 1846, Milwaukee era diventata un’unica città.

 

Licenza immagini: CC.