Foto: Martino Pinna.
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Pauva e disgusto a Povto Cevvo

Dove Simona Ventura era la Madonna, Caronte usava lo yacht ed era in corso un eterno Ultimo Dopocena.

 

Se in estate Porto Cervo è la punta scintillante di quel grande iceberg Swaroski che è la Costa Smeralda – ovvero chilometri di lusso, spiagge, modelle, discoteche e di nuovo le stesse cose in ordine diverso – poco prima, in un nuvoloso mercoledì di giugno, ricorda un centro commerciale la domenica mattina all’apertura, quando gli anziani vanno a fare la spesa perché a quell’ora c’è meno gente e non fa ancora caldo. Non ci sono modelle. Non ci sono yacht. Non ci sono le Ferrari o i taxi che vanno e vengono dall’aeroporto di Olbia, e nemmeno i vip e quelli venuti a vedere i vip. Addirittura non c’è il sole e per un attimo mi giro a controllare che almeno ci sia il mare. Che c’è, ma non è esattamente color smeraldo. È più simile allo stranazzurro del liquido antigelo.

A vederla così, in questo mercoledì grigio né freddo né caldo, Porto Cervo sembra proprio il posto adatto ai pensionati che fanno le gite in comitiva… quelle con i pullman diretti verso Lourdes, Medjugorje, San Giovanni Rotondo o verso i monumentali mega outlet più grandi d’Italia, nella speranza di assistere a una manifestazione del divino o a qualche super promozione speciale. Cosa non sempre garantita: non tutti i giorni ci sono miracoli a Lourdes, come non sempre appare la Madonna a Medjugorje e non è sempre possibile vedere un vip a Porto Cervo (i centri commerciali invece garantiscono sempre un’esperienza soddisfacente, almeno nel 99% dei casi). Ma “si sente un’atmosfera strana”: così dicono tutti di Medjugorje e Lourdes, perfino chi non ci crede, e si può dire la stessa cosa anche di Porto Cervo.

 

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Quando poi il sole è offuscato dalle nuvole, gli edifici non proiettano ombre; appaiono come strani fondali di cartapesta appena tinteggiatati. Tutto è immobile e ben definito, e allora Porto Cervo sembra una gigantesca scenografia. Non è un caso se a progettarla, quando nel 1962 il Principe Karim Aga Khan IV scoprì le coste della Gallura e comprò i terreni dai pastori sardi per costruire il suo regno mondano da “Le mille e una notte”, non fu un architetto, ma uno scenografo. Il francese Jacques Couelle, personaggio eccentrico e visionario, amico di Picasso e Dalì, considerato uno dei padri dello “stile Costa Smeralda”.

La sensazione di essere in una scenografia l’ho sperimentata anche la prima volta che sono stato a Porto Cervo, esattamente 13 anni fa, nel parcheggio del Billionaire. Là dove Simona Ventura era la Madonna, Caronte usava lo yacht ed era in corso un eterno Ultimo Dopocena.

Era il 2003 e la prima cosa che mi apparve fu un Hummer. Non ne avevo mai visto uno dal vivo e ci misi qualche minuto a decidere se mi spaventava, mi disgustava o se ne avrei voluto averne dieci di dieci colori diversi. Io e un mio amico avevamo varcato da poco quella soglia che separa il resto della Sardegna dalla Costa Smeralda, limite invisibile segnalato dalla famosa pietra con la scritta COSTA SMERALDA dove i turisti si fermano per farsi le foto.

 

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Eravamo lì con un nobile scopo: vedere qualcuno di famoso per poi raccontarlo agli amici. Avevamo la Punto di mia madre, dei panini avvolti nella carta stagnola, una quantità di denaro inadeguata e tutti gli ingredienti per una giornata da sfigati che cercano di non sembrarlo. A difenderci, una corazza di approccio ironico alle cose, ovvero quella convinzione giovanile che stai facendo le cose che fanno gli altri ma con ironia, e per questo non solo sei salvo, ma sei anche migliore. Come quelli che guardano il festival di Sanremo, ma solo per ridere.

L’Hummer era parcheggiato davanti a un grande yacht; sopra lo yacht c’era un elicottero e tutto intorno decine di ragazze stupende. Qualcuna prendeva il sole, altre bevevano champagne. Due omoni dal collo taurino piantonavano il molo e si occupavano di non far passare nessuno. Era metà mattina, ma sembrava che sullo yacht si portasse avanti una festa, forse dalla sera prima, forse da sempre. Il proprietario – perché, non c’erano dubbi, il proprietario era un uomo – non si faceva vedere, un po’ come un Gatsby moderno, lasciando che la festa andasse avanti da sola, fino all’esaurimento.

 

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L’Hummer, lo yacht, l’elicottero, le modelle… tutto questo mi inebriava e disgustava allo stesso tempo. Ero confuso. Avrei voluto condannare l’oscena ostentazione di lusso, la dissolutezza, l’evidente dimostrazione di poco gusto e di diseguaglianza sociale… Ma allo stesso tempo mi sembrava come una cioccolata con sopra la panna, i granelli di cioccolato e il caramello: sovrastrati di goduria senza colpa. Confuso tra automatismi moralisti e istinti animaleschi, sarei voluto salire sull’Hummer, caricarlo di modelle, scorrazzare sulla spiaggia, poi volare via appeso all’elicottero insultando tutti quelli sotto urlando “pezzenti demmerda!” con lo champagne in mano (sì, in romanesco, non so perché).

In questa indecisione – presto risolta dalla diseguaglianza non solo economica ma anche fisica tra me e i due omoni davanti allo yacht – l’unica cosa, come sempre, era stare lì fermi a guardare. Proprio come tutti gli altri. Infatti a fianco a noi c’erano decine di famiglie di persone normali, marito e moglie con figli normali, arrivati a Porto Cervo con automobili normali forse comprate a rate, che stavano davanti agli yacht a osservare, incuriositi dai ricchi, speranzosi di avvistare qualche vip e desiderosi di pagare otto euro un caffè per poi raccontarlo ai vicini di casa con un tono di finta indignazione, in realtà fieri di aver vissuto l’esperienza.

La mia corazza di ironia iniziava a infrangersi: tra me e quelle persone normali non c’era alcuna differenza; mentre era più che evidente la differenza tra me e il proprietario di quello yacht, che continuava a non farsi vedere. Tutti guardavano la stramba festa in corso sul molo e qualcuno osava perfino scattare foto, da mettere in chissà quale misterioso album personale (“Foto di altre persone che vivono una vita diversa dalla mia”? “Ricordi di benestanti sul molo di Porto Cervo 2003”?).

Era metà mattina, ma sembrava che sullo yacht si portasse avanti una festa, forse dalla sera prima, forse da sempre.

Sopra un’altra barca c’era una famiglia che pranzava, anche loro spiati da terra da un gruppo di persone che li fissava senza pudore. Loro continuavano a mangiare impassibili, come se fossero nel salotto di casa. Era una scena a metà tra le performance provocatoria – mangiamo in pubblico fingendo che non ci sia nessuno intorno a noi – e la visione di una realtà parallela: un varco si era aperto e la famiglia normale, a terra, guardava la propria versione super ricca sullo yacht. Loro guardavano i ricchi, io guardavo loro, forse qualcun altro guardava me. Era tutto un gioco di sguardi.

Nell’estate del 2003 ogni corridoio, ogni piazzetta, ogni angolo di Porto Cervo era affollato e tutti avevano la faccia di chi ha appuntamento in una grande piazza piena di gente e si guarda intorno per capire dov’è la persona che deve incontrare. Il fatto è che chiunque poteva essere un vip. Anche io e il mio amico camminavamo chiedendoci in continuazione se la persona appena incrociata fosse famosa.

 

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A volte c’era chi si fermava a fissare qualcuno e poi diceva qualcosa all’orecchio di qualcun altro, e allora anche altri si fermavano a guardare, come capita quando una persona inizia a guardare in alto, nel cielo, e tutti si fermano a guardare anche se non vedono niente. Capitava spesso quel fenomeno che in italiano non ha una sola parola per essere descritto, in cui una persona guarda un’altra persona perché pensa di aver riconosciuto qualcuno che conosce, o per caso; l’altro si sente guardato e a sua volta ne deduce che c’è qualcosa che lo riguarda, si sente coinvolto; quindi il primo, vedendo contraccambiato lo sguardo, ha una conferma e pensa “Ah ecco, è lui. Mi sta guardando”, mentre il secondo si sta chiedendo “Perché mi guarda?” e nel frattempo l’Universo ride di tutti noi.

Forse perfino io, in quell’estate del 2003, per qualche minuto sono stato un Magari-è-famoso per qualcun altro. Chiunque poteva esserlo. Io ad esempio per anni ho raccontato di aver visto Penelope Cruz. Oggi non sono sicuro che fosse lei. Era sicuramente una ragazza spagnola, era bella e forse le assomigliava. Ma che ne so di com’è Penelope Cruz dal vivo? Forse quella non era lei, ma sembrava più Penelope Cruz di Penelope Cruz. Come quella storia di Charlie Chaplin che arrivò terzo a una gara di sosia di Charlie Chaplin.

In un bar della famosa piazzetta chiedemmo al cameriere se per caso ci fosse qualcuno di famoso intorno a noi, e quello, senza guardarci, mentre portava via dei bicchieri, ci rispose con nonchalance: “Ma certo, si è appena alzato Cannavaro. È da quella parte” indicando vagamente un punto a caso. Noi guardammo, ma non vedemmo niente. E mentre giravamo la testa verso il cameriere per chiedergli esattamente dove guardare, lui si era dileguato dentro il bar. Tornammo con gli occhi verso il punto indicato, ma non c’era nessuno.

 

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Il punto è che per vedere non basta guardare: bisogna anche essere nel posto giusto. Potete anche passare quattro ore alla stazione di Poggibonsi e la Madonna non vi apparirà; mentre in un quarto d’ora a Medjugorje qualcosa vedrete. Per noi fu il caso a indicarci la via, o meglio la vecchia Fiat Punto di mia madre, che a un certo punto iniziò a sputare fumo costringendoci a una fermata d’emergenza in quello che appariva come un ampio parcheggio. Ma non era un posto qualunque.

Diciamo che se Porto Cervo all’epoca era Gerusalemme, dove più religioni si incontrano, dalle megastar americane a Mara Venier, dai tronisti ai miliardari russi, da Belen a Beppe Grillo, in un improbabile mix che univa i lettori del Sole 24 Ore a quelli di Novella 2000, il Billionaire era senza dubbio il Tempio per eccellenza, il posto dove puoi trovare veramente chiunque, da Di Caprio e Beyoncé, fino a Paolo Brosio (almeno fino alla conversione, avvenuta nel 2009; ora lo trovate solo a Medjugorje: lui forse è la chiave di tutto), e perfino due ventenni di provincia con la macchina ferma a causa del radiatore, appunto.

 

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Lasciando una scia di fumo grigio ci fermammo nel parcheggio del Billionaire. Era senza dubbio il posto peggiore per fermarsi con la macchina quell’anno, quel giorno, in quel preciso momento, sul pianeta Terra. Era un continuo arrivare di automobili perfettamente funzionanti: taxi carichi di ragazze, Ferrari con sessantenni abbronzati e accenti vagamente nordici, personaggi televisivi italiani sconosciuti, neopatentati figli di papà che arrivavano guidando BMW nere con i vetri oscurati. Ovviamente c’era anche Cannavaro. O almeno così diceva qualcuno, ma anche lì noi non riuscimmo a vederlo. Forse poteva vederlo solo chi aveva fede. In effetti a me Cannavaro è sempre stato antipatico. Potrebbe essere una spiegazione. Dopotutto la Madonna non appare mica a tutti; conta la fede e a volte anche avere le conoscenze giuste.

Il parcheggio del Billionaire era illuminato come un set cinematografico. Più pensavo “sembra di stare in un film” e più mi rendevo conto che in effetti ero davvero sul set di un film. Letteralmente. Al nostro fianco c’era un camion di attrezzature cinematografiche e tecnici che andavano avanti e indietro con cavi e riflettori. Qualcuno ci spiegò che stavano girando Vita Smeralda di Jerry Calà, uno dei film più importanti per capire Porto Cervo e anche, per chi è interessato, la psiche di Jerry Calà. Nel film appaiono Amedeo Goria, Flavio Briatore, Lory Del Santo, Costantino Vitagliano, Daniele Interrante, Umberto Smaila, Demo Morselli e Lele Mora, tutti nel ruolo di “se stesso”. Dunque il miracolo stava avvenendo, erano tutti lì, concentrati in un solo posto, e io me lo stavo perdendo perché non avevo soldi per entrare. Tipico.

 

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Nel frattempo i parcheggiatori si facevano sempre più nervosi e a un certo punto, forse spaventato, il radiatore della macchina di mia madre si riprese. Lasciammo il parcheggio del Billionaire e andammo via. Di Cannavaro nessuna traccia. Jerry Calà sono convinto di averlo visto da lontano, ma così come ero convinto di aver visto la Cruz. Insomma alla fine nel 2003 non vidi veramente nessun vip. Per questo motivo mi sono giocato il falso avvistamento di Penelope Cruz in tutti questi anni. Perché era l’unico ricordo che avevo, anche se probabilmente inventato. Una volta però credo di aver visto Maurizio Costanzo in aeroporto.

Oggi, nel 2016, è un’altra Porto Cervo. Paolo Brosio non c’è più; il Billionaire è un’altra cosa, Lele Mora e Costantino rimandano a un’epoca lontana. Gli anziani camminano in fila, hanno marsupi, qualche macchina fotografica e bottigliette d’acqua per tenersi idratati. Oltre a loro, in giro ci sono solo una guardia armata e delle commesse annoiate che fumano fuori dai negozi. Nessun altro. Da una finestra al piano superiore di un edificio si affaccia una coppia di manichini. In una vetrina di un negozio d’alta moda si intravede un manichino di una donna che porta a spasso il cane. Queste sono le uniche altre forme umane presenti questa mattina, come in quelle finte città che venivano usate per i test della bomba atomica, con le villette con il prato e la cassetta della posta, il lattaio, le coppie di sposini, la mamma con il passeggino, tutti pronti a prendersi una ventata atomica.

 

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Il centro di Porto Cervo si sviluppa su due livelli, tra stradine vuote e corridoi videosorvegliati che portano sempre alle stesse piazzette fino ad affacciarsi sul mare azzurrostrano. Ci sono boutique d’alta moda, Gucci, Valentino, Rolex, e poi corridoi, palmizi, archi, panchine, ma, come nei centri commerciali, qualunque strada prendi finisci inevitabilmente di fronte a una boutique. C’è chi, non sapendo cos’altro fotografare, si fa una foto ricordo con lo sfondo di una vetrina Prada. Tra il piccolo centro e il grande porticciolo c’è la chiesa “Stella Maris” progettata dall’architetto Michele Busiri nei primi anni ’60, dove oggi una statua di papa Wojtyla veglia sugli yacht e sulle nuove costruzioni in corso sulla collina. Oltre, ville, alberghi, discoteche.

Una signora con i piedi gonfi si separa dalla fila, si toglie le scarpe e si immerge fino alla caviglia nell’acqua azzurrostrana. Forse ha problemi di pressione arteriosa. Un cartello indica il divieto di balneazione. Una nuvola lascia passare un pallido raggio di sole che illumina la signora, che un minuto dopo sembra stare meglio e si rimette in fila con gli altri. Potrà dire di aver fatto il bagno in Costa Smeralda. Non è come l’immersione nelle piscine di Lourdes. Ma insomma, è già qualcosa.

 

Foto dell’autore.