Foto: Andrea Natella.
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Pasquino Is not Dead

Dalle statue parlanti del '500 alle scritte sui muri dei reparti di ostetricia, il secolare rapporto tra Roma e le “pasquinate”.

 

“Benvenuto Francesco ti aspettavamo Papà e Mamma”. “È nata la nostra stellina Marianna”. “Yousef 02/03/16 19:50”. “Ti amerò come accade nelle favole… per sempre. Zia Viola”. “Damiano sbrigati stiamo aspettando”. “Namo fagiolì che dovemo nnà ar mare 15-08-2015”.

Il reparto di ostetricia dell’ospedale romano San Camillo, come tanti ospedali romani, è tappezzato di scritte fatte con pennarelli. Ricoprono i muri della sala d’attesa, dei corridoi, dell’ingresso. Sono iscrizioni di nomi, date, orari, talvolta chilogrammi. Celebrano la nascita, in uno spazio che pare architettonicamente progettato per negare il calore e l’entusiasmo che accompagnano l’evento. Al San Camillo infatti, come in tutti gli  ospedali, il parto è diventato un processo industriale, impersonale, astratto: per questo tanti romani sentono il bisogno di marcare quello spazio lasciando un segno di quel passaggio, cercando di restituire alla nascita il valore antropologico che ha in tutte le culture umane. Artisti come lo scrittore Francesco Piccolo o il pittore Alexander Jakhnagiev ne hanno tratto immediata ispirazione; per altri invece, si tratta soltanto di atti vandalici.

Nello stesso quartiere dell’ospedale San Camillo, e cioè a Monteverde, il municipio ha tagliato negli ultimi anni diversi alberi malati e pericolanti. La sbrigativa potatura ha lasciato sui marciapiedi i ceppi di decine di platani e olmi, e i residenti hanno immediatamente protestato, chiedendo che gli alberi fossero sostituiti o che quantomeno venissero rimossi quegli inutili tronconi. La richiesta è rimasta inascoltata. Ma uno studente del Liceo Artistico di Via Ripetta, nato e cresciuto nel quartiere, ha visto in quei ceppi d’albero l’occasione per fare qualcosa d’inaspettato.

 

 

Da qualche mese Andrea Gandini nel pomeriggio dopo la scuola si accovaccia accanto a quei resti di albero e armato di scalpello vi incide volti e altri curiosi bassorilievi. Molti passanti si fermano incantati a osservarlo (mentre sui social network qualcuno fa notare che quell’attività è completamente illegale). Non bastasse, Andrea lascia i trucioli frutto del suo lavoro sulle aiuole ad adornare le opere, e su questo punto gli appassionati di decoro urbano si dividono: alcuni credono siano un abbellimento, per altri è solo sporcizia. Però in generale, i suoi lavori piacciono quasi a tutti.

Andrea è consapevole di muoversi in un territorio limite; quando gli ho chiesto un parere in proposito mi ha detto: “Il mio lavoro piace perché faccio una cosa che non è espressamente vietata e quindi non subentra il pregiudizio”. I suoi alberi scolpiti segnalano in effetti una linea di confine che mette in crisi la questione “degrado vs. decoro”. La stessa che vede diversi street artist o graffitisti trovarsi una volta denunciati per imbrattamento, la volta dopo chiamati dal Comune a riqualificare un’area. Già, perché è evidente che gli interventi nello spazio pubblico, così come le scritte all’ospedale San Camillo, sono l’espressione di un desiderio che è difficile sciogliere nella dicotomia legale o illegale.

Se la logica è quella del decoro, a nulla servono i rimpianti per quel lupo rosa che saliva i gradini del Palazzo delle Esposizioni dipinto da Keith Haring nel 1982 e cancellato qualche anno dopo per rendere più gradevole la città in occasione di una visita di Gorbaciov. Stupisce di più quando gli interventi colpiscono l’espressività popolare più lontana nel tempo. Così ad esempio nei recenti lavori di riqualificazione di via delle Botteghe Oscure sono stati rimossi gli antichi ex-voto intorno all’edicola della Madonna della Provvidenza. Testimoniavano la sua venerazione a partire dal 1796, quando secondo la leggenda la madonnella iniziò a piangere e a muovere gli occhi in occasione dell’invasione napoleonica dello Stato Pontificio. Era “degrado” anche quello.

Dietro a tanti interventi urbani si nasconde il rifiuto – più o meno esplicito – di rendere omaggio al potere che amministra la città.

D’altronde la storia di Roma è anche una storia di vandalismo e furti, a partire dalla sottrazione dei materiali pregiati dei tempi romani per l’edificazione delle chiese cristiane. Per dire: il bronzo con cui è realizzato il Baldacchino di San Pietro del Bernini fu asportato dal portico del Pantheon. A puntare il dito contro quello scempio ci pensò uno street artist ante-litteram: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini è la scritta che apparve intorno al 1625 sulla statua parlante di Pasquino, ancora presente nell’omonima piazza.

Quello delle statue parlanti nella Roma papalina rappresentava un vero e proprio problema politico. La statua di Pasquino (come anche altre antiche statue) era infatti utilizzata per lanciare invettive all’amministrazione, ai costumi e alla corruzione del Vaticano. La sua presenza era così fastidiosa che nel 1522 papa Adriano IV chiese che la statua fosse rimossa e gettata nel Tevere. Venne fermato all’ultimo momento dalla curia per timore di rivolte popolari.

“Decoro” era una parola di là a venire nel senso in cui è oggi intesa. Sembra che Adriano IV abbia utilizzato un termine più corretto, ovvero decente: etimologicamente qualcosa che onora, che rende omaggio. E certo è che le pasquinate tutto facevano fuorché rendere omaggio ai regnanti: per questo erano indecenti. Allo stesso modo, dietro a tanti interventi urbani si nasconde il rifiuto – più o meno esplicito – di rendere omaggio al potere che amministra la città. Non importa che si tratti dei graffiti di tifosi di calcio o di gruppi politici, non importa che sia la spregiudicatezza di un serrandista che attacca adesivi o di un giovane artista che scolpisce tronchi d’albero: tutti segnalano soggettivamente l’idea di “un’altra città”. Che sia la città dell’AS Roma, della giustizia sociale, del libero mercato o più poeticamente una città che stupisce.

È su questa diversità che dovremmo interrogarci, perché gli interventi di comunicazione sulla città sono sempre unilaterali. Siano cartelloni di una multinazionale dati in regolare concessione ma che ostruiscono un panorama, siano i manifesti abusivi di qualche centro sociale che coprono un muro del Cinquecento. E ci sarà sempre bisogno di un Pasquino in grado di spuntare in diverse parti della città. Magari qualcuno che assumendo le forme di un padre in attesa al San Camillo vuole semplicemente rendere un omaggio non previsto all’abitante neonato di una città che deve ancora venire.