Foto: bluedeviation/CC.
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Parma paranoica

Un gruppo Facebook, delle ronde “allegre” e la paranoia xenofoba che invade la provincia emiliana.

 

Poi l’amore felice si è perso
è stato sommerso
di nuovo da te
Parma Voladora, Henri Rotelli

 

A Parma va indubbiamente riconosciuto un talento: nessun’altra città italiana sa stare così al centro dell’attenzione mediatica. È lo specchio dell’Italia tutta e se ne compiace, certo, ma poi, come per un certo riflesso condizionato, è come se si sorprendesse di ciò che è diventata, come se stesse somatizzando ansie, fobie, tensioni accumulate negli ultimi anni e trasformandole in qualcosa di inedito e preoccupante. Parma, per esempio, è la città che sta dando vita ad un piccolo comitato che si chiama “Parma Non Ha Paura” – del quale c’è davvero d’aver paura. È la città che ha dato spinta e calore al Movimento 5 Stelle su scala nazionale. La città che ha sperperato gli anni zero tutti in partecipate fallimentari, ponti sul nulla e inchieste giudiziarie sulla Grande Discoteca a cielo aperto che è stata la Parma di Pietro Vignali, il sindaco PR. La città del continuamente rimpianto – pure quand’era in vita – Elvio Ubaldi, il sindaco della svolta, che uno come lui ci vorrebbe sempre, qui, ora, a Parma, a sentire i nostalgici. Perché la nostalgia della vecchia Parma a Parma è una cosa presa terribilmente sul serio. Perché quando perde le coordinate Parma guarda al suo limpido passato, alla nostalgia sottile dell’Oltretorrente, il quartiere teatro di una delle più grandi resistenze anti fasciste che l’Italia ricordi. Le barricate del ’22.

Nei primi sei mesi del 2016 non c’è stata alcuna barricata ma qualcosa sta succedendo.

Basilicagoiano è una piccola frazione di Montechiarugolo, a pochi chilometri da Parma. Il suo nome deriva dal celtico Besegovium, ovvero canale travolgente, eppure non c’è nulla di travolgente, qui: Basilicagoiano racchiude in sé tutti gli stereotipi della provincia italiana; tutti si salutano per nome, si conoscono, si riconoscono. Alla sera c’è un silenzio che non è di questo mondo, basta poco per farsi notare. Mettiamo un urlo fuori dal coro. Mettiamo della musica a tutto volume. Mettiamo un’auto da cui scendono sei persone che parlano fra di loro in maniera concitata. Mettiamo delle altre urla. Qui tutto viene notato e annotato. La telefonata alla polizia prima o poi arriva, sempre. A Basilicagoiano non sfugge nulla. Difficile non farsi notare. E se i conti non tornano cosa fai? Vai in Oltretorrente a farti un giro. L’aria che si respira lì racconterà di tutto il resto e soprattutto di questi ultimi, preoccupanti sei mesi.

Via Imbriani taglia in due l’Oltretorrente, dalla centralissima chiesa della Ss Annunziata fino a piazzale Guido Picelli, eroe antifascista, lui che per 15 lunghissimi minuti, il primo maggio 1922, in pieno fascismo, issò “lo stracciaccio rosso di Mosca” sul balcone del Parlamento italiano. Da qualche anno è considerata la via dello spaccio, questi cinquecento metri vengono definiti come difficili, per dirla eufemisticamente. È la via con la più alta concentrazione di immigrati stranieri della città.

Il 5 gennaio 2016, è sera ormai, scoppia una rissa, una scazzottata tra una ventina di persone, forse a causa di qualche bicchiere di troppo. I toni delle cronache locali, a firma Giovanna Melli per la Gazzetta di Parma, sono alquanto apocalittici: resa dei conti, il Bronx di Parma, darsela a gambe, occhi pieni di terrore, quasi una battaglia, e infine, il rumore dei bidoni buttati a terra ha segnalato il via all’inizio della rissa, dopotutto il motivo vero di tanta violenza nemmeno loro lo ricordavano. Parma come la Juarez di Don Winslow. L’immagine che accompagna il pezzo ritrae, immortalandolo dal basso, un tratto di marciapiede come se fosse dipinto di rosso: a prima vista può sembrare una pozza di sangue (e così si lascia intendere nella didascalia), si rivelerà essere vino rosso. L’episodio è sulla bocca di tutti i borghi, la stampa cavalca il tutto.

Il 5 gennaio 2016, è sera ormai, scoppia una rissa, una scazzottata tra una ventina di persone, forse a causa di qualche bicchiere di troppo. I toni delle cronache locali sono alquanto apocalittici: resa dei conti, il Bronx di Parma.

La città del cibo si sente assediata da centinaia di spacciatori che tengono in pugno la città, ma i dati più recenti della Prefettura raccontano tutt’altra storia. Il 2015 ha visto una sostanziale riduzione dei reati in città e provincia. A Parma città la diminuzione segna un -7%. Ma la percezione è altra cosa. Nell’agosto del 2015 Giovanna Tranchida, di mestiere portalettere e residente a Basilicagoiano, muore in un incidente stradale. Mohamed Habassi, l’ex compagno, sconvolto dalla disgrazia decide di portare Samir, il loro figlio di sei anni in Tunisia dalla nonna paterna. Poi torna a vivere nell’appartamento di via Castello, il cui contratto è però intestato all’ex compagna. Diventa ancora più taciturno, non paga l’affitto. Nell’appartamento c’è un continuo viavai, musica a tutto volume, schiamazzi notturni. L’affittuaria avvia tutte le procedure legali necessarie per sfrattare Habassi, nulla da fare. Habassi non ne vuole sapere di andarsene. Via Castello è una strada senza uscita, dopo appena cento metri è già campagna.

Nel febbraio 2016 Luigi Alfieri, scrittore e giornalista di viaggi (ed ex firma della Gazzetta di Parma), dopo aver subito un furto in casa decide di fondare un comitato, Parma Non Ha Paura, che si pone come obiettivo quello di “fare fronte al dilagare dei furti nelle abitazioni, dello spaccio, degli scippi, delle truffe agli anziani in città”. L’intento può sembrare nobile, un poco meno il post-sondaggio pubblicato il 2 marzo: “Perché gli spacciatori con le loro biciclette rubate e i loro sandali infradito da miserabili scelgono una zona piuttosto di un’altra?”. Il comitato acquista poi una pagina intera della Gazzetta per pubblicizzare la “prima camminata fotografica nei quartieri dello spaccio”. Una nuova frontiera del turismo dell’orrore, una sorta di pellegrinaggio nei luoghi del degrado, mettendo però le mani avanti perché questa non “è una RONDA, ma un’ALLEGRA scampagnata” (sic). Se la volontà è quella di attirare l’attenzione collettiva sul problema della comune delinquenza, i toni lasciano intuire dell’altro. Piovono centinaia di Mi piace. Tutti si armano (di macchine fotografiche) per la notte del 31 marzo, si fotografa il degrado. Riprendiamoci la città, gridano, dandosi di gomito, additando angoli di città da riformare, da ri-fare nostri, da ripulire. Parma sembra una città contesa.

Ad aprile sale in cattedra CasaPound. Prima le tensioni con la Sinistra cittadina il giorno dell’inaugurazione della nuova sede, poi lo striscione beffardo calato sulla facciata monumentale all’ingresso del Parco della Cittadella con la scritta, stranamente anglofona per dei nostalgici italici: The revolution is coming. Il gesto è rivendicato dal Blocco Studentesco parmigiano con un video diffuso su Facebook tra le riappacificanti note degli Zetazeroalfa (“Mille cuori, una bandiera, mille braccia verso il sole! Siamo sudati d’allegria, siamo svegli a tutte l’ore!”).

Qualche giorno dopo, in via Imbriani, un 52enne parmigiano viene aggredito (così si presume fin dall’inizio, senza alcuna indicazione in tal senso da parte degli inquirenti) da un gruppo di nordafricani (altra supposizione) perché si è rifiutato di acquistare della droga. Passa qualche ora e un video delle telecamere di sicurezza smentisce il tutto, il primo a colpire è stato il parmigiano, si ignorano al momento le motivazioni, forse un insulto di troppo da parte dei presunti aggressori. Ma la tempesta social si è già abbattuta. Qualche seguace di CasaPound ricorda che “chi mena uno che gli dice italiano di merda o L’Italia fa schifo, e sarebbe pure ospite, fa solo bene”. Ma c’è chi ci tiene a puntualizzare che “ha fatto bene in ogni caso”.

Parma Non Ha Paura prepara così la mossa successiva, la Camminata del Sorriso, riassumibile con il compassato post che riassumeva l’esito della precedente camminata, quella fotografica: “Questo è il vero RINASCIMENTO PARMIGIANO: il risveglio delle coscienze, la fine del sonno degli entusiasmi. La cancellazione della paura. È stata una notte di quelle che ti fanno dire: IO C’ERO”. Effettivamente la cosa comincia ad avere un seguito, radunando circa 500 persone fra le ormai colonizzate e temibili via Palermo e via Trento, e ancora lungo via Venezia, il paradiso dello spaccio, senza dimenticare l’ombrosa via De Ambris. È la sera in cui denunciano “di non essere più padroni delle strade e di volere tornare ad essere padroni, di quelle strade”.

La logica di chi segue la pagina Facebook ha uno schema ben definito: ho subito un’aggressione/furto/rapina, non denuncio la cosa ma racconto la mia esperienza a Parma Non Ha Paura.

A inizio anno il prefetto di Parma ha puntualizzato che ci potrebbe essere del sommerso, una certa quantità di reati non denunciati, e dunque anche per questo motivo potrebbe esserci stato un significativo calo dei reati nelle rilevazioni fatte. Reati non verificabili perché non denunciati alle forze dell’ordine. La logica di chi segue la pagina Facebook ha uno schema ben definito: ho subito un’aggressione/furto/rapina, non denuncio la cosa ma racconto la mia esperienza a Parma Non Ha Paura; poi verrà il lamento visto che il reato non troneggia (ovviamente) in prima pagina nei giornali. Ecco il sommerso di cui si diceva.

Nel frattempo si comincia a parlare di BOLLETTINO DI GUERRA, tutto maiuscolo.

“Buongiorno Luigi
Solito aggiornamento sul mio solito tragitto allungato e solita situazione se non peggio..
Viale Vittoria avvistata solo 1 persona “sospetta” all’altezza del “bingo vittoria” e li mi sono detto tra me e me quasi incredulo..”che strano” solo 1 persona..
Incredulità che è durata poco, mi è bastato arrivare alla rotatoria di ple santa croce.
5 persone sospette dietro all’edicola e altre 2 all’imbocco di via pasini
Poi altre 2 in viale Piacenza
Per chiudere in bellezza, 6 persone nel solito “negozietto automatico” in via Trento vicino Via Palermo, quello che ti feci vedere la sera della camminata.
Poi altri 2 vicino al semaforo di via Trento angolo via Venezia, 1 in via Venezia ed 1 nella piccola rotatoria via Venezia/via paradigna
Abbiamo fatto il pienone e pensa che erano le 4.20..
Forse alle 2 di notte mi ci vorrebbe il pallottoliere per contarli tutti..”.

Non poteva mancare il gradito ritorno dell’Audi – non gialla, questa volta – ad anticipare con la sua minacciosa presenza i furti: “Non so se collegato ma gira audi nera … vetri oscurati … zona cimitero da alcuni giorni …”, qualcun altro conferma: “anche qui, quando il 14 novembre, sono venuti i ladri, avevano un Audi nera. E tre uomini a bordo. Due entrano, e uno fa il palo..”. Se alcune esperienze hanno del soprannaturale (“si vedeva la tapparella che veniva su”, e gli AC/ DC in sottofondo a ricreare il clima di tensione di quella sera), altre virano sullo sperimentale, diventando poi esperienza letteraria:

“Mezzanotte, viale Piacenza tra Banca Carige e I Sushi,
sono tornati in 4 alle solite postazioni,
mercanti dei sogni,
padroni di Parma notturna.”

C’è poi la variante complottistica, immancabile:

“Cominciamo a metterci in testa che lo spaccio di droga in maniera sistematica come avviene ora, è stato studiato al millimetro a tavolino da tutti i potentati politici di tutti i colori, per fare rimbambire completamente la popolazione.”

Luca Del Vasto ha 46 anni ed è il titolare di un’impresa di pulizia nonché il gestore del Buddha Bar di Sala Baganza. È un personaggio noto della provincia parmigiana. Ancor di più lo è Alessio Alberici, grafico e fumettista. Gli altri protagonisti di questa storia sono: un tirapugni, una pinza a pappagallo, una sbarra di metallo, un guanto in acciaio, un martello e una mazza da baseball. Ciò che lega Del Vasto e gli arnesi del terrore che si porta appresso all’appartamento di via Castello è la compagna di Del Vasto, affittuaria di Mohamed Habassi, quello che non paga gli affitti. La sera del 9 maggio Del Vasto e Alberici si confrontano sul da farsi. Habassi deve andarsene, questo è certo. Decidono per le maniere forti. Vengono assoldati quattro uomini di nazionalità rumena – uno dei quali, il palo, fuggirà appena si renderà conto di quello che sta succedendo. Tutti indossano dei guanti in lattice, hanno il volto scoperto. Sono ubriachi e imbottiti di cocaina. La tortura proseguirà per oltre un’ora. Le urla si sentiranno a centinaia di metri di distanza. La polizia arriverà troppo tardi. Troveranno il cadavere di Habassi senza un orecchio, una parte del naso e due dita. Sono a mollo nel lavandino.

Il giorno dopo l’edizione parmense di Repubblica a firma Maria Chiara Perri riporta che “i vicini hanno parlato anche di colpi sferrati con un badile” e di aver “sentito urla dopo mezzanotte e di aver visto degli uomini scavalcare il cancello ed entrare dal balcone nell’appartamento della vittima”. Un particolare interessante che fa luce sul presunto clima di omertà che si respirava quella sera, tema che terrà banco nei giorni successivi con le accuse di Nicola Dall’Olio del PD parmigiano sulla presunta negligenza dei vicini. Un aspetto su cui farà luce Parma Non Ha Paura, ma ci arriveremo.

Gli altri protagonisti di questa storia sono: un tirapugni, una pinza a pappagallo, una sbarra di metallo, un guanto in acciaio, un martello e una mazza da baseball.

In un altro articolo la Perri cerca di far luce sul movente dell’omicidio concentrandosi sul passato oscuro della vittima e non su quella del carnefice: si barricava in casa, rifiutava ogni contatto, firmava documenti in cui prometteva di andarsene per una certa data e poi rimaneva lì. Prendeva in giro i proprietari, di fatto occupando l’abitazione. In questo contesto matura in Del Vasto un forte rancore nei confronti del tunisino. Habassi emerge dai ritratti della stampa cittadina come “persona sgradita”, i carnefici come “insospettabili, persone perbene”, d’altronde per quanto riguarda il movente “va ricercato nel passato della vittima che aveva precedenti per droga”. Allusioni che sembrano far pensare che la vittima se la sia cercata, in un clima di indulgenza nei confronti del carnefice. Ancor più sconvolgenti sono le dichiarazioni del padre dell’affittuaria che, una volta rassicurato dalla polizia sulla morte del tunisino e non del compagno della figlia, ammette di non conoscere personalmente Habassi, “ma in un certo senso sono sollevato (della sua morte, Ndr)”.

Su Parma Non Ha Paura qualcuno cerca di prendere le difese di Habassi, ma viene subito stoppato dalla ferocia social di alcuni utenti: “Insomma, povero ragazzo mi sembra una definizione inappropriata. Al massimo si può dire povero bambino rimasto senza genitori”. Alfieri non si fa trovare impreparato e cavalca l’onda del delitto di Basilicagoiano come il peggior Salvini: “Le modalità del massacro di Habbassi confermano il valore della battaglia di Parma non ha paura”. Habassi non è morto invano, insomma. Il problema secondo Alfieri è confortare i vicini di casa di Habassi, difatti, “dopo il delitto, nessuna ‘autorità’ si è fatta vedere a fianco degli abitanti del quartiere. Nessuno ha portato loro un sostegno morale. Nessuno ha fatto vedere che lo stato c’è”. Alcuni giorni dopo il delitto la Gazzetta di Parma ha ospitato un’inchiesta di Alfieri che difendeva i vicini di casa di Habassi dalle suddette accuse di Dall’Orto di negligenza. Da qui la crociata di Alfieri in difesa dei cittadini provati dal rumore “dei colpi delle mazze da baseball schiantarsi sulle sue ossa, sentivamo i carnefici che urlavano dove è la roba e dove sono i soldi”. Per poi concludere che “di droga parlavano i carnefici di Basilicagoiano con la loro vittima. Droga e soldi. Il cerchio si chiude”.

In diretta su Il Caffè di RaiUno Alfieri racconta di tre drammi: quello di Habassi, ovviamente, quello del piccolo Samir, certo, “e poi c’è stato un’altro dramma, quello dei vicini, forse minore rispetto agli altri due, e forse lo è: il dramma della loro solitudine”. A fare da contraltare a questo totale disinteressamento da parte dei media per la sorte del piccolo Samir segnaliamo su Parma Today l’appello di alcune educatrici che s’interrogano su come poter aiutare Samir. Un piccolo segno di solidarietà.

Nella notte fra venerdì 20 maggio e sabato 21 maggio si sente risuonare una piccola esplosione nella cassetta delle lettere del centro di accoglienza di borgo Onorato, una bomba carta. Quasi in contemporanea una molotov viene lanciata da un’utilitaria grigia contro tre giovani di colore. La stampa definisce gli aggrediti – senza vi sia stata alcuna identificazione da parte di chi di dovere – come “spacciatori piuttosto noti nella zona, che sostano presso la rotonda in attesa di clienti”. Il motivo politico viene dunque escluso a priori, quello razziale congelato. L’episodio non viene biasimato, certo, ma si tira in ballo l’esasperazione del quartiere contro il degrado della zona, lo spaccio, la diffusa sensazione di insicurezza – si cavalca l’onda dell’indignazione per l’episodio di violenza e “speriamo non siano stati dei cittadini esasperati ma che si tratti di una guerra tra bande”, però teniamo a mente, suggerisce un altro utente di Parma Non Ha Paura, che “la giustizia funziona solo quando il cittadino si ribella e spara”. L’indagine è brevissima. I giovani vengono identificati, tutti ventenni, tutti emiliani. Si parla di bravata. Nessuna Audi gialla, guidavano un’utilitaria. Quella sera non sapevano cosa fare.