Foto: Luca Pakarov.
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Parigi e le buone intenzioni

La capitale francese, tra il ghetto e l’Opéra, a un anno dagli attentati.

 

Ho avuto diversi amici francesi, alcuni di Parigi, altri non so di dove, buoni e cattivi amici.  Claude un giorno mi disse: “Una città inizi a sentirla tua quando finisci per dare indicazioni stradali”. A Parigi, se me le chiedono, do sempre indicazioni, magari sbagliate. Ma se la toponomastica non è cambiata dopo l’apocalisse jihadista scagliatasi sulla capitale francese, è comprensibile immaginare che la percezione – di chi ci vive e di chi ci transita – sia diventata un’altra cosa, specialmente in alcune aree. Parto dalla fine, dal volo di ritorno e dal sentore medio, dove una coppia emiliana raccontava di aver chiesto all’albergatore di Pigalle come mai così poca polizia in giro. La risposta diplomatica, ma nemmeno troppo, è che ne gira tanta in borghese. Ecco una cosa su cui sono incappato un paio di volte: da sotto la maglietta spunta una pistola, nell’altra mano il tesserino a fermare quattro tipi seduti a terra a trincare vino in cartone (ma ero vicino al Marais, dove si veste alla moda e un tè costa 5 euro). Poi una Peugeot blu che esce dalla coda, attacca sopra il lampeggiante e si mette all’inseguimento di qualcuno o qualcosa. E va beh, ci sta, i tempi sono questi, con la norma che cerca di contenere/controllare l’imprevisto. Ma quando la norma (anomala) si reitera in prassi, non basta “l’obsolescenza programmata” del consumismo a metterti al riparo da una società slegata, dove tutti (terroristi, turisti, turnisti) finiamo ontologicamente sul piano di monadi settarie.

Cerco di spiegarmi, ma tento con un esempio ancora più pratico. Ho bisogno di uno zainetto aggiuntivo per il volo di ritorno visto che, pure questa volta, il mercatino delle pulci di Porte de Clignancourt mi ha fregato con dischi e una specie di portacenere di metallo più alto di me. Visto che sono un morto di fame e in zone patinate come gli Champ d’Elisè non mi ci avvicino da oltre 6 anni, scendo alla fermata di Barbès Rochechouart per infilarmi nel quartiere Goutte d’Or, dove di tanto in tanto vado a insaccarmi di un pasto caldo a un costo decente e per uno zainetto balengo, tirando il prezzo, te la puoi cavare con poche monete. È fra le zone che il governo francese vorrebbe bonificare da un supposto radicalismo islamico ed è considerata dai media internazionali una “no-go zone”: zone con quartieri da evitare. Per le strade, d’altronde, c’è prevalenza di nord africani, come puoi non spaventarti? E poi urlano, parlottano, probabilmente in quei crocchi si decidono le sorti della Siria, stanno sempre in strada, ti osservano. E la caserma della polizia l’avete mai visto com’è conciata? Con le vetrate rotte e uno sbarramento di fronte. Soprattutto è una zona di mercatini, stoffe, pesce, odori di spezie, braccialetti e ogni genere di porcheria griffata sopra scatoloni di cartone che la sera vengono ripiegati, dove io e tante altre persone andiamo con le migliori intenzioni e, io credo, nessun pregiudizio, senza ricordare che Louis Vuitton e Chanel sono solo intermediari fra l’immaginario, il falso e la schiavitù del mercato nero. In un baccano infernale, in Rue Dejean, ho l’idea del secolo, tiro fuori la reflex e comincio a puntare.

 

parigi

 

È un quartiere allegro, vivace, in politically correct si direbbe “multietnico”, con un fazzoletto verde al collo si direbbe solo “ruspa”. Individuo una tizia con una lunga veste gialla e turbante, “molto folcloristico” penso in un irrisorio furore cosmopolita. Mi vede, fa qualcosa che sembra un ciao con la mano. Ricambio, “bene”, dico, “mi vogliono bene”. Poi il delirio. Tutta la via, da quelli in strada a quelli affacciati alla finestra cominciano a gridarmi contro e non certo per farmi complimenti. Lancio la macchinetta nello zaino e alzo le mani, come in arresto, nel frattempo traslo dolcemente con un passo di moonwalk verso l’uscita della via e raggiungo un porto sicuro chiamato Le Tout Monde, per un menù. Sono cose che capitano, specialmente a Bengasi, se non fosse che la comunità islamica parigina si sente gli occhi addosso e, a seguito degli attentati, il quartiere s’è riempito di giornalisti che fanno riprese come se si trattasse di uno zoo (ricordate la scena de L’odio di Kassovitz in cui la giornalista, dall’automobile, cerca di intervistare Vinz, Hubert e Saïd?). In un certo senso io non riesco a discostarmi troppo da quella prospettiva, dal sentirmi anch’io in cerca di spettacolo, dall’essere dall’altra parte. Mi raccontano che molti di quelli che in strada fanno i loro commerci, com’è chiaro, non potrebbero starci e non hanno nessuna intenzione di finire nel Facebook di turisti idioti, e non mi basta che ricordare che già negli anni ’30 Henry Miller girovagando per Parigi scrisse “per i dannati esistono inferni prefabbricati” – riferendosi alla Montparnasse dell’epoca. Questi nuovi inferni hanno una lunga storia, vengono dalla colonizzazione francese e da un’integrazione di facciata che per tanti anni si è raccontata riuscita (e anche qui, ricordate l’emblema multietnico dei Bleus che vinsero i mondiali del ‘98 con i black blanc beur ?– beur: immigrato di origine araba) almeno fino alle rivolte delle banlieue del 2005, quando due adolescenti in fuga dalla polizia morirono all’interno di una cabina elettrica a Clichy – sous– Bois.

Una storia cioè da cui mi sento distante ma della quale mi sento comunque partecipe, collaborativo.

Al diavolo allora la prosaica nostalgia che uno come me può avere delle regioni esotiche che non ha mai conosciuto. Al diavolo il mio senso di integrazione se vado a Barbès quando ho bisogno di risparmiare e riempirmi la pancia. Come ormai è chiaro negli episodi del capitalismo, i lavoratori a basso costo sono necessari e in tanti sono stati spinti nelle periferie vicino alle fabbriche o in quartieri come questi, dove le dure parabole della vita vengono sublimate dal “comunitarismo”, dall’appartenenza a un luogo lontano o a una fede e, ultimamente, da una minacciosa realtà che non ti considera alla pari, che ti vuole chiuso dentro un fortino marcio di appartamenti decadenti. Finché il capitale non ha cominciato a perdere pezzi e a chiudere aziende, i francesi (perché questo sono e la maggior parte ha visto il Medioriente solo su Google) di seconda e terza generazione sono diventati inutili e addirittura inconciliabili alle istituzioni dal motto Liberté, Égalité, Fraternité; valori che adesso, per una concatenazione di tradizioni “tribali” e nuove responsabilità, non possono essere concepiti dell’uomo/donna nero/a.

 

Parigi

 

Siccome nel mio piccolo destabile quotidiano, anch’io sono impaurito da qualcosa da cui mi distinguo o da cui penso di distinguermi, pure io avevo scaricato l’applicazione Saip (Système d’alerte et d’information des populations), lanciata in occasione di Euro 2016 per avvisare la popolazione di attentati terroristici, app che il 17 settembre ha funzionato benissimo, con un intero quartiere che si è trincerato all’arrivo del messaggio e gente che correva dentro i negozi e si riparava negli edifici. L’attentato in zona Les Halles, però, era un falso allarme, come tutti gli allerta meteo che riceviamo ogni giorno e che, in parole povere, servono a preservarsi in ogni evenienza: se non succede meglio così, ma se succede, beh, vi abbiamo informato. Tutto ciò però ci porta sempre a parlare del tempo come un pericolo imminente, si dirà: il terrorismo vuole proprio la tensione, eppure chi sconta questo clima è essenzialmente chi cerca di avere un’esistenza normale, chi all’integrazione crede, pure se gira con una reflex in mano e si trova costretto a sentirsi “innaturale”, diverso. Chi si sente in pericolo è costretto a lottare con pensieri che si modulano sempre più in superficie, meno capiti, sempre meno circostanziati e con la facoltà di dividere: noi e loro, il ghetto e l’Opéra: è un veleno subdolo che si coagula con l’emergenza, che sublima il potere e la difesa, in reazione dell’innominabile paura.

Io, però, da certe categorie dicotomiche mi sentivo immune perché mi sono fatto raccontare da uno dei miei amici la Marche des Beurs, la marcia contro il razzismo che partì da Marsiglia nell’83 e portò 100mila persone a Parigi: per questa storia mi sono entusiasmato e ne ho condiviso il senso, ma qui, mentre mi ritrovo con una reflex in mano e tiro il prezzo per uno zainetto, realizzo unicamente di essere un privilegiato e, quindi, un nemico. Sono l’ennesimo grossista d’immagini che avrebbe voluto vedere in quel mercatino il bene del mondo, uno spicchio di Tangeri tranquillamente poggiato su Parigi in cui le vite, che continuano il loro quotidiano, condividono normalmente miserie non troppo dissimili da quelle che avevano lasciato al loro paese. Come se si trattasse di una messinscena. Come se la loro esclusione di qua dal Mediterraneo fosse anch’essa tipica, uno scialbo souvenir, come se i tanti disgraziati che la notte dormono sui divani sotto i porticati di rue de la Goutte d’Or rappresentassero unicamente le vittime necessarie.

Il precariato, d’altronde, marginalizza anche me, solo che il mio girone di purgatorio è più accettabile, meno offensivo perché più contiguo al centro del sistema di sviluppo. Che c’è di male se a buona parte di chi vive in questo quartiere è andata peggio e io posso sentirmi a mio agio a due isolati da lì, semplicemente a Montmartre? Se ogni volta che ho attraversato Boulevard Barbès, ritrovandomi fra bistrot della Parigi delle cartoline, quasi dimenticavo che Goutte d’Or resta un ghetto (multietnico però, mi raccomando) dove puoi comprare sigarette di contrabbando e telefonini a basso costo? Parigi è grigia e vanitosa e, come diceva Benjamin, è la città degli specchi che restituiscono ogni riflesso, solo rovesciato: la coscienza e l’incoscienza te le riversano contro, nessuno è al riparo e tutti rischiano di scoprire un opale di disagio solo scattando una foto. Parigi è una città che non vede l’ora di ritornare ai suoi cadaveri eccellenti, a quelli del Pantheon o di Père Lachaise riproducendo la medesima necessità di quando non puoi permetterti di pensare troppo a una persona lontana, per non stringerti un cappio al collo.

 

Foto dell’autore.