Foto: Francesca Sturzi.
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Parigi brutta

Viaggio alla ricerca del disagio perduto.

 

Qualche mese fa sono rimasta stregata da Souvenir d’un Futur, il reportage del fotografo Laurent Kronental che ritrae alcuni scorci dell’immensa banlieue parigina. Posti che si potrebbero definire, in una manciata di parole, talmente brutti da risultare quasi belli. Avendo la fortuna di recarmi spesso nella fu Ville Lumière, ho dedicato la mia ultima visita all’esplorazione del maggior numero possibile di queste zone (a me perlopiù sconosciute), alla ricerca del disagio perduto. Certo, direte : le foto di Kronental sono più belle delle mie; ma proprio perché belle sono anche più lontane dalla realtà dei fatti. Quindi apprezzate perlomeno la buona volontà.

Parigi, 19° arrondissement – Orgues de Flandre (Martin Schulz van Treeck, 1974-1980)
Il mio viaggio nel brutalismo architettonico parigino è cominciato nel diciannovesimo arrondissement, uno dei più settentrionali della città e non ancora propriamente banlieue.

 

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“Orgue” in francese vuol dire organo (lo strumento musicale, non quelle cose mollicce che abbiamo dentro il corpo): sicuramente l’architetto tedesco van Treeck doveva avere una certa immaginazione per riuscire ad associare il maestoso aerofono con i grattacieli sbilenchi che danno vita all’enorme complesso residenziale da lui progettato, situato a poca distanza dal Parc de la Villette. C’è da dire però che non sono mai andata molto forte con il Test di Rorschach, quindi magari aveva ragione lui.

 

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Superato l’ingresso su Avenue de Flandre ci si trova nel mezzo di un piccolo, inquietante parco sul quale si affacciano grattacieli e palazzi che ospitano sia appartamenti che ambienti dedicati ai servizi più disparati: un supermercato, una scuola, una piscina… D’altronde, chi ve lo fa fare di uscire da un luogo tanto da favola? A voi le immagini.

 

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Parigi, 13° arrondissement – Olympiades (Michel Holley e Michel Proux, 1969-1977)
Adesso invece facciamo un salto  nel tredicesimo arrondissement, agli antipodi degli organi del 19ème: qui sorge Olympiades, la Chinatown di Parigi.

 

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Sul progetto urbanistico Italie 13 e sul quartiere in questione è già stato scritto un bell’articolo, quindi mi limiterò a far parlare i miei scatti domenicali.

 

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Ivry-sur-Seine – Edifici vari (Jean Renaudie e Renée Gailhoustet, 1969-1975)
Ora immaginate di prendere la metropolitana (linea 7, la stessa che, coincidenza, porta anche a Orgues de Flandre e a La Villette) al Louvre, o a Opéra, o in un sacco di altri posti très chic della capitale francese, fare qualche fermata, uscire e trovarvi su uno stradone circondato da edifici a gradoni a pianta “stellata”: benvenuti a Ivry-sur-Seine, comune non molto lontano da Olympiades, collocato appena oltre il Boulevard Périphérique senza soluzione di continuità con Parigi.

 

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Il piano degli architetti autori del progetto, Jean Renaudie e la moglie Renée Gailhoustet, aspirava a smorzare i confini tra spazio pubblico e privato per dare vita a un dialogo tra elementi artificiali e naturali, dando la possibilità a tutti di avere il proprio personale fazzoletto di terra: una rivisitazione in chiave moderna delle vecchie città-giardino (ovviamente poi è successo che quelli che dovevano essere giardini pensili sono diventati terrazzi e tetti pieni di erbacce). È altamente probabile che, se non andate pazzi per gli angoli acuti, troverete questi palazzi davvero brutti.

 

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Non mi sono spinta troppo lontano dalle fermate dei mezzi pubblici che potevano riportarmi alla civiltà, ma sono comunque riuscita a farmi un’idea della zona e a scovarne uno dei pezzi forti: l’insieme di edifici sotto il quale si trova la scuola elementare Einstein, dal tipico aspetto sereno e rassicurante.

 

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Noisy-le-Grand
Noisy-le-Grand si trova a circa mezz’ora di RER da Parigi, la rete ferroviaria che serve l’Île-de-France. Ma se vi bendassero e vi ci facessero arrivare senza dirvi dove siete, probabilmente credereste di essere capitati nella periferia di una capitale dell’Est Europa (in effetti mi ha ricordato molto quella di Praga).

 

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Qui si trovano due enormi complessi residenziali postmoderni partoriti dalle menti deviate di Ricardo Bofill e del suo socio Manuel Nunez-Yanowsky: si tratta di due dei tanti progetti ideati a metà degli anni Sessanta volti a decongestionare il centro urbano ospitando un grande numero di famiglie – principalmente di immigrati – in vere e proprie new towns fornite, almeno sulla carta, di tutti i servizi primari. Come sappiamo, tali progetti si sono spesso rivelati fallimentari, sia in Francia che altrove: le cause le lasciamo a urbanisti e sociologi che sul tema continuano a scornarsi da decenni.

 

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Noisy-le-Grand – Arènes de Picasso (Manuel Nunez-Yanowsky, 1981-1985)
La forma circolare delle due strutture principali del complesso si può scorgere già da una certa distanza, inconfondibile nella sua grottesca unicità. Quattro entrate portano a una piazza a otto lati con piccoli giardini e fontane, ma non è facile distogliere lo sguardo dai due palazzi rotondi ricoperti di finestre ottagonali; tutto intorno al perimetro, un porticato delimitato da contrafforti d’ispirazione Art déco.

 

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È un po’ come se Boullée e Gaudí si fossero presi un acido assieme e si fossero dati all’edilizia popolare : peccato però che il condominio è stato non solo costruito, ma anche riempito di inquilini. Un aneddoto toponomastico: i locals hanno ribattezzato i due edifici “Camemberts”; in effetti il tono giallo-rosato delle pareti agevola l’associazione d’idee con il formaggio puzzolente .

 

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Noisy-le-Grand – Espaces d’Abraxas (Ricardo Bofill e Manuel Nunez-Yanowsky, 1978-1983)
Dopo le due forme di formaggio in cemento, mi sentivo pronta ad affrontare l’Espaces d’Abraxas, consapevole che sarebbe stato sicuramente il più assurdo tra tutti i luoghi della mia lista. Ebbene, a visita conclusa posso dire di averlo ampiamente sottovalutato.

 

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Non appena mi sono addentrata tra gli edifici (non esiste un vero e proprio ingresso, vi si può accedere liberamente da diverse aperture poste sul perimetro esterno) sono stata investita da un potente senso di straniamento misto a claustrofobia, nonostante l’ambiente abbia sempre almeno un lato su tre aperto.

 

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Non è un caso se molti registi abbiano deciso di girare proprio qui svariati film del filone distopico (per citarne due, Brazil di Terry Gilliam e il terzo capitolo di Hunger Games): lo stile del complesso è davvero inusuale e fuori dal tempo, un bislacco postmodern neoclassico in contrapposizione con i freddi e squadrati edifici popolari che si trovano nelle vicinanze.

 

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Spinta da una curiosità malsana, mi sono accodata a un dolce bambino cinese che stava rincasando e sono riuscita a entrare effettivamente in uno dei tre palazzi che compongono il complesso (il “Palacio”, fra i tre quello più alto e imponente).

 

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È davvero difficile descriverne a parole la struttura, ma quel che è certo è il livello di autentico DISAGIO, qui davvero alle stelle: due ascensori che si fermano ogni tre piani e poi un labirinto di scale, ballatoi, corridoi bui e dai soffitti bassissimi, sui quali si affacciano finestre microscopiche e mini-appartamenti che, purtroppo, devo limitarmi soltanto a immaginare. Confesso che ho continuato a pensarci e ripensarci per tutta la giornata successiva.

 

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Courbevoie – Les Damiers (Michel Folliasson e Henri Kandjian,1974-1976)
Ed eccomi qui  ai bordi de La Defénse, che immagino conosciate tutti e che tante volte in passato ho io stessa frequentato. Stavolta però ho deciso di esplorare un’area nella quale non mi ero mai addentrata: nella fattispecie il quadrante nord-est, che si estende su una parte di Courbevoie (uno dei tre comuni, assieme a Nanterre e Puteaux, sui quali si sviluppa il distretto).

 

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Il mio obiettivo erano Les Damiers, un agglomerato di palazzi che la prefettura di Hauts-de-Seine sta da diversi anni cercando di abbattere, e non è difficile comprenderne il motivo: immaginatevi un ibrido fra una costruzione fatta di mattoncini Lego grigiastri e le Vele di Scampia e traete le dovute conclusioni.

 

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Nanterre – Tours Aillaud (Émile Aillaud, 1977)
Non soddisfatta dalle brutture di Les Damiers, ho deciso di osare ulteriormente: ho preso un autobus e sono andata a Nanterre, nella parte del comune che si estende oltre La Défense (a ovest di quest’ultima). Destinazione: Tours Aillaud. Qui la stazione degli autobus de La Défense, un vero e proprio locus amoenus.

 

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Bene, le Tours Aillaud sono diciotto grattacieli di diversa altezza ma dalla medesima forma, che a sua volta consiste nella sovrapposizione di più cilindri; la ciliegina sulla torta è il rivestimento fatto da mosaici che dovrebbero (e ripeto: dovrebbero) rappresentare delle nuvole nel cielo (l’altro nome con cui sono conosciuti gli edifici è, appunto, Tours Nouages, “Torri Nuvola”). Il condizionale è d’obbligo perché sembra più che altro che pezzi di intonaco si siano staccati col tempo, caratteristica che dona al tutto un’aura di decadenza senza pari.

 

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Un altro immenso contributo all’atmosfera locale  è dato da una gigantesca statua, posta nella piazza (o meglio: nella colata di cemento) che si trova in mezzo ai palazzi, raffigurante un serpente che striscia fuori dal terreno. La domanda sorge spontanea: perché? Comunque c’è anche un teatro, perché la cultura è importante.

 

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Come nel caso de Les Damiers, anche Le Tours Aillaud sono state più volte minacciate di essere demolite; eppure eccole ancora lì, a svettare fiere nella skyline ovest della metropoli. Io invece, dopo tre giorni di palazzoni nonsense, sono stata personalmente colta da un’irrefrenabile voglia di Barone Haussmann. A quel punto, lo confesso: mi sono rifugiata nel lato buono del Périphérique.

 

Foto dell’autrice.