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Lu sole de lu Salentu

Lecce, il reggae, le posse e la storia di lu Papa Ricky.

 

La Penisola Salentina, un tempo terra di conquista di messapi, saraceni e turchi, è quel lembo di terra individuato a sudest dell’Italia, tra il mar Ionio e il mar Adriatico, tra rialti collinosi e depressioni longitudinali, tutta quella zona che sorge intorno al Parco Gondar, per intenderci. Da qui parte la storia che sto per raccontarvi: quella de lu Papa Ricky, al secolo Riccardo Povero da Lecce, nonché mio zio, fratello di mia madre, figlio dei miei nonni.

Lecce non è una città grandissima, e la famiglia Povero è piuttosto conosciuta, anche perché da generazioni politicamente schierata a sinistra in una città con una radicata tradizione di destra. Il mio bisnonno, Armando Povero, era un anarchico, e fu arrestato dai fascisti con l’accusa di “attività e propaganda sovversiva”; mia madre, l’altro fratello di mia madre e mio nonno Francesco detto “Ciccillo” sono stati tutti militanti e iscritti al Partito Comunista Italiano. L’altro fratello di mia madre, Antonio, è un pittore. Ecco, mio zio Riccardo è cresciuto in questa famiglia qui.

Riccardo è un artista abbastanza noto, e non solo a Lecce, perché a partire dalla fine degli anni ’80 è stato uno dei protagonisti della scena delle “posse”, un fenomeno che viene perlopiù ricordato per aver inaugurato la stagione del “rap cantato in italiano”. In realtà le posse in quegli anni sono state delle vere e proprie tribù, o meglio ancora delle crew. Al centro di tutto c’era la musica, c’era la cultura hip hop, ma c’era anche il reggae, il punk, la lotta.

I contenitori all’interno dei quali si sviluppò l’epopea delle posse – e quindi la storia di Papa Ricky – furono principalmente i centri sociali, all’epoca consolidati spazi di resistenza politica, culturale e, non in ultimo, anche musicale. Un po’ come è stato per le feste organizzate nel Bronx da Dj Kool Herc negli anni ’70, punto di riferimento per un’intera generazione di afroamericani e luogo in cui la tradizione vuole sia nata la cultura hip hop, in Italia i centri sociali hanno rappresentato sì una zona di aggregazione politica, ma hanno anche fatto da volano a tantissime manifestazioni della cultura alternativa. Le posse furono uno di questi casi.

 

Il documentario di Renato De Maria su Lu Papa Ricky, 1993.

 

Ma torniamo a Lecce. Mio zio negli anni ’80 era quello che possiamo definire un punk col rifiuto delle regole; in una città prettamente borghese, era portatore sano di un sistema di credenze agli antipodi rispetto a quello tradizionale. Pantaloni e magliette oversize, giubbotto di pelle, bracciali e addobbi vari, sneakers ai piedi… Finita la scuola dell’obbligo decide di trasferirsi a Bologna dove per tutti diventa lu Papa Ricky, e inizia a frequentare giovani talenti che in seguito diventeranno pilastri dell’hip hop italiano: Neffa, Dee Mo, Deda, Gopher, e DJ Gruff.

Bologna negli anni ’90 era la mecca dell’Italia alternativa. E lui ci si trasferisce non per studiare, ma per fare il raggamuffin. Insomma per la serenità di mia nonna. Frequenta e vive nei più famosi centri sociali bolognesi: il Livello 57, l’Isola nel Kantiere, il Pellerossa e le case occupate in Via del Pratello, sempre per la gioia e la serenità di mia nonna e della famiglia Povero tutta. I centri sociali, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 erano dei veri e propri cantieri in movimento, dove hanno mosso i primi passi nomi come Sangue Misto, Assalti Frontali, Sud Sound System, 99 Posse, Casino Royale, Almamegretta… La produzione musicale era piuttosto variegata: c’era chi si dava al rap e chi, come lo stesso Papa Ricky o i conterranei Sud Sound System, flirtava col grande bagaglio reggae e dancehall, ricorrendo inoltre al dialetto salentino per le liriche delle proprie canzoni – la classica scelta che nasceva dall’esigenza di parlare la “lingua di tutti i giorni”.

Quando nel 1992 mio zio pubblicò con la storica etichetta Century Vox uno dei suoi pezzi più famosi, Comu t’a’ cumbenato (forse il suo manifesto musicale), io avevo 10 anni. Ovviamente non mi resi conto della forza di quella canzone, né del successo che incontrò. Ero poco più di un bambino e mio zio lo vedevo pochissimo. Però mi ricordo che talvolta, a casa di mia nonna, si tenevano dei pranzi con alcuni suoi amici che a me sembravano un po’ “strani”, proprio come mi sembrava lui. Anni dopo scoprii che erano Deda dei Sangue Misto, Dj Gruff, e i Sud Sound System al completo.

 

Comu t’a’ cumbenato.

 

Mentre Lu Papa Ricky girava l’Italia con i concerti, io diventavo adolescente e compravo le prime musicassette. Molto presto capii che i miei gusti non si sposavano esattamente con i pezzi di raggamuffin salentino cantati da mio zio. Come molti miei coetanei, alla fine degli anni ‘90 ascoltavo perlopiù roba americana di gente che si bucava: i Nirvana, gli Screaming Trees, gli Alice in Chains, i Mudhoney…

A un certo punto della mia post-adolescenza però, ho capito che avevo un debito con lui e ho cercato di recuperare il tempo perduto iniziando ad ascoltare in maniera ossessiva i cd che mi aveva regalato e a guardare i video dei suoi live su Youtube. Una volta lo invitai persino a fare un live in una trasmissione di musica indie che conducevo in una web radio quando ero un po’ più giovane. Fu molto emozionante e qui potete trovare un piccolo estratto di quella puntata.

Ma torniamo a noi. La prima cosa che mio zio ha detto quando gli ho proposto quest’intervista è stata: “Ma daveru?” (ma davvero?). Gli telefono perché vivo a Roma e ogni volta che torno a Lecce non è facilissimo incontrarlo, visto che ormai vive da eremita a Santa Maria di Leuca Finibus Terrae.

papa ricky

Lu Papa Ricky. 

The Towner: Ciao zio, facciamo quest’intervista?
Lu Papa Ricky: Mena [“sbrigati”, ndr] che devo fare una crostata.

Pensi sempre a mangiare.
E a cucinare.

Iniziamo, spiega a tutti come sei diventato Papa Ricky.
Era la fine degli anni ’80 e io, come tanti altri ragazzi di quella generazione, sentivo il bisogno di rivoluzione, nu fuecu, una voglia di rottura. Questo senso di rivoluzione e di cambiamento l’ho trovato nella musica. Chi lo ha trovato nella politica, chi nella malavita, io invece ho preferito sfogarmi con la musica.

Com’era Lecce in quegli anni?
Non era facile, Lecce era un piccolo centro senza molti stimoli. Ma in quel periodo si andava formando quella che io ho sempre chiamato “la nazionale”, cioè piccoli gruppi di ragazzi di paese, 15-20 persone con i capelli strani. Ascoltavano musica strana e avevano delle cose da dire.

Che vuol dire “musica strana”?
Noi non andavamo in discoteca e per noi la musica strana era la musica europea, i Clash, i Sex Pistols, e il punk americano tipo Dead Kennedys. Poi abbiamo iniziato ad ascoltare il reggae, Peter Tosh, Bob Marley. Eravamo interessati anche alla scena italiana, i gruppi dark, i gruppi rockabilly. Ma a noi quei generi ci stavano stretti.

 

Stop al panico (con l’Isola Posse All Stars).

 

Tu fin da subito hai iniziato a specializzarti con il reggae o meglio ancora il raggamuffin: qual è stato il tuo primo contatto con questo genere musicale?
Yellowman. Mi piacque subito quella sonorità, quella velocità nei testi, nelle rime.

Non penso che all’epoca il ragga dancehall fosse un genere particolarmente conosciuto in Italia, giusto?
Il mercato italiano era ormai saturato dalla musica inglese e diciamo che molti si erano anche rotti i coglioni di ascoltare i cantautori. Quindi noi a un certo punto eravamo davvero stimolati a cantare questa roba che non faceva nessuno, il raggamaffin. E l’abbiamo fatto immediatamente nostro. Chi sapeva l’inglese iniziava a cantare in inglese, gli altri cantavano in italiano o in dialetto, che poi per alcuni di noi era la lingua che conoscevamo meglio. Abbiamo iniziato ad allenarci, a divertirci, cercando di capire se ne poteva uscire qualcosa di bello.

Tu hai iniziato a cantare subito in dialetto?
Sì, però c’è da dire che dell’intera scuola, io ero quello che cantava di più in italiano. Poi io avevo un dialetto di città, con una dizione un po’ più lineare, più vicina all’italiano.

Bologna è stata una tappa fondamentale per la tua carriera artistica.
Quelli erano gli anni in cui moltissimi miei coetanei lasciavano Lecce per andare a studiare all’Università di Bologna. Grazie al grande Maurizio Povero –  mio cugino, che contribuì alla fondazione della Century Vox insieme a Francesco Pacoda e a Dj Rodriguez – riuscimmo a mettere su una casa discografica…

…E stampate il primo disco.
E diventiamo famosi! Nel disco c’erano pezzi che hanno girato parecchio nelle radio, canzoni mie come Lu sole miu, Logorato, Stop al Panico… Poi c’erano le produzioni singole dei Sud Sound System, Treble, Papa Gianni, Don Rico. Da lì siamo andati a mille.

 

Sotto controllo.

 

Senti, hai citato i Sud Sound System (salentini anche loro), quindi veniamo alla domanda-chiave: secondo te, che rapporto c’è tra Salento e reggae?
Be’, in Italia il Salento sta al reggae come l’Emilia al rock, no?

Sì ma cosa c’è di profondo che lega quella terra a quella musica?
Semplicemente, a partire dai primi anni ’90 abbiamo creato un vero movimento di massa: centinaia di migliaia di ragazzi venivano da tutta Italia alle nostre serate, le istituzioni stesse si sono trovati spiazzate.

Magari c’entrano il sole, i ritmi più rilassati…
…No, non credo…

Oppure che ne so, tutto quel bagaglio che viene dalla taranta e queste cose qui..
Io quello che posso dirti è che la mia generazione ha fatto da apripista per quel fenomeno che poi è scoppiato un po’ più tardi, verso la fine degli anni ’90.

 

 

Be’, a un certo punto c’erano almeno due dancehall a sera…
Guarda, se il Salento è rinato sotto il profilo turistico, è anche grazie a noi. I ragazzi arrivavano, trovavano il reggae, e un posto bellissimo dove passere le vacanze…

E tu riuscivi a vivere con la musica?
Io nel frattempo ho sempre fatto altri lavori, le cose più svariate, tra cui il cameriere allo storico Bar Piccolo. Nella vita ho sempre lavorato: prima di trasferirmi a Bologna ho vissuto a Londra per un anno e mezzo, è lì che sono diventato il cuoco che sono. Sarei uno chef incredibile se non fossi tornato per fare il militare…

Torniamo al tuo periodo bolognese: che personaggi frequentavi in quegli anni?
Ma sai, sono sempre stato poliedrico: abbiamo detto che sono un ottimo cuoco, poi dipingo, faccio sculture, scrivo, canto… E Bologna era perfetta per uno come me, era molto stimolante, conoscevo i ragazzi del Dams, avevo a che fare con tutto quel mondo e ne ero influenzato. Ho conosciuto il figlio di Magnus, ho avuto contatti con Susanna La Polla, figlia del grande Franco La Polla, uno dei più illustri critici cinematografici italiani. Incontravo spesso Freak Antoni: un grandissimo creativo, con un grosso problema con la droga.

 

Non inciampare.

 

A Bologna l’eroina ha fatto strage di diversi tuoi amici, vero?
Noi dell’Isola Posse eravamo politicamente schierati e attivi contro questo mostro dell’eroina, che ci ha sempre un po’ turbato e inibito. Abbiamo fatto guerre pesanti contro gli spacciatori, non solo canzoni come Non inciampare. In quegli anni c’è stata una vera e propria strage, abbiamo perso molti amici all’interno del circuito dei centri sociali.

Anche personaggi importanti della vecchia sinistra extraparlamentare frequentavano Bologna.
Ti dico solo che uno dei miei vicini di casa era Sante Notarnicola.

Ah, un vicino tranquillo. Però poi a un certo punto hai conosciuto il regista Renato De Maria, quello di Paz.
Sì, tramite Renato Amata, uno dei fondatori della Century Vox. De Maria era il coinquilino di Andrea Pazienza nell’appartamento di un palazzo occupato. Si innamorò subito di me e della famiglia delle posse. Mi propose di fare un documentario su di me, e girammo Lu Papa Ricky, che raccontava la mia storia, le origini, la mia musica e andò in onda su RaiTre nel 1993.

Me lo ricordo, mi ricordo anche che intervistò il nonno e la nonna, e che lei, quasi piangendo, diceva a proposito di te: “ci dava un sacco di preoccupazioni”.
Eh, forse era vero…

Sei stato sempre na capu cauta [“una testa calda”, ndr].
Sono, ero e rimango un anarchico fuori dall’anarchia, un comunista fuori dal comunismo. Ero attratto dai personaggi di Autonomia Operaia, dagli anarchici, dai comunisti del Pci… Il mio caro amico Deda, dell’Isola Posse e dei Sangue Misto, era figlio di Davide Visani, amico e consigliere di Berlinguer. Figura da cui ero molto attratto.

Ti credevo più ortodosso.
La politica è così, puoi essere cugghiune ma al tempo stesso puoi essere anche bravo. Può succedere di sbagliare.

 

Lu sole mio.

 

Senti, tornando alla tua carriera artistica. È vero che è stato proprio Gabriele Salvatores a chiamarti perché voleva il tuo brano Lu sole mio per la colonna sonora di Sud, il suo film del 1993?
Mi ha chiamato lui, e devo dire col senno di poi che è stata un’operazione che mi ha un po’ screditato dal punto di vista dell’immagine, perché uscivo da quello che era il circuito alternativo indipendente per firmare con la Virgin e andare a fare la colonna sonora di un grosso film. Salvatores era molto incuriosito dalla mia personalità, quando siamo andati in giro per i centri sociali a proiettare il film io ero sempre seduto a fianco a lui. È stata un’esperienza fortissima, nuova. E ho guadagnato un bel po’ di soldi.

E dove li hai messi?
Non ho mai messo da parte niente, però ho fatto la bella vita per un periodo. Non mi è mancato mai nulla, non sono mai stato né puttaniere, né uno a cui piacevano le droghe. Le mie droghe erano i ristoranti, i vini costosi. Quello significava per me fare la bella vita.

Senti, raccontami del concerto più grosso a cui hai preso parte.
Sicuramente “L’Ampollino Rap 94”, in Calabria, che ha rappresentato un po’ la Woodstock delle posse. Moltissime persone a sentirci, moltissimi sul palco a cantare: Sangue Misto, Africa Unite, Radio Gladio, Inta Capanna Sound System, Frankie Hi Nrg, One Love Hi Pawa, Suoni Mudu… Uno spettacolo incredibile.

 

 

Che tipo è Dj Gruff?
Un amico, un collaboratore, abbiamo fatto tantissima roba assieme. Davvero un talento dell’hip hop.

Sei stato anche uno dei primi a fare jungle in Italia, con l’album 13 semplici ricette del 1996.
Ero sotto contratto con la Giungla Records, una sottoetichetta della Virgin. Avevamo degli studi scioccanti, pieni di attrezzature, qualcosa di mai visto prima. E con Deda sentimmo che era il momento di provare a fare questa musica, che a Londra stava iniziando ad andare fortissimo. L’album non ebbe il successo che si aspettavano quelli dell’etichetta, facemmo 21.000 copie, loro ne volevano almeno 30.000. Dopo quell’esperienza il contratto cessò.

Ora 21.000 copie non sono poche.
Eh, lo so. Il mercato musicale è cambiato, io per esempio ora faccio solo delle produzioni gratuite per regalarle alla gente. Un brano ogni tanto, quando ho tempo e voglia. Tra un po’ esco con una cosa nuova, poi te la faccio sentire.

 

Latte in polvere.

 

Tu adesso musicalmente non sei più attivo come un tempo, no? Fai il cuoco all’ospedale di Lecce, vivi con la tua compagna in un posto bellissimo ma isolato dalla vita mondana…
Sono tornato definitivamente a Lecce per motivi privati nel 2000. Non ero finito artisticamente, ma comunque dal 2000 al 2005 sono stato fermo, ho iniziato a fare l’operaio e ho trovato questo lavoro come cuoco all’ospedale di Lecce. Mi piace perché ho molto tempo libero. Gli anni 2000 poi sono quelli dei social network, si sa: e la gente iniziava a scrivermi in privato su Facebook chiedendomi di cantare e di fare serate. Così ho iniziato nuovamente a farmi vedere nei festival, collaborando con nuove realtà locali come Blade Zone e Puglia Sounds.

A parte Facebook e i social network, che te ne pare dei tempi che stiamo vivendo? Sai, dopo Trump e tutto il resto.
Non so com’è nelle grandi città, ma chi vive qui al sud sai che pensa? Pensa “sti cazzi”. Banditi, mafia, disoccupazione e disperazione. E tanta ignoranza. La gente si è incattivita. E qual è l’alternativa? Io vedo la destra che prende spazio in una maniera paurosa. Su 100 colleghi che ho, 90 sono di destra. Anche nella scena reggae inizi a sentire delle cose ignobili.

Davvero?
Sì, c’è un degrado di valori pauroso. Be’, nipote, io però c’ho la crostata da fare.

Dai sì, direi che abbiamo finito. Però prima voglio chiudere con una domanda bomba: la tua giornata tipo, ora che non sei più il giovane cantante ribelle di una volta.
Mi alzo alle sei del mattino per godermi la meravigliosa alba che offre Leuca. Alle 7 mi metto in moto per fare i 70 km che mi separano dal mio lavoro in ospedale. Quando rientro vado in campagna, ho le mie verdure da raccogliere, l’orto da curare. Poi torno a casa, canto, provo, mi trovo date in giro per l’Italia. La sera arriva la mia compagna, ceno, di tanto in tanto usciamo. Ma mi piace anche restarmene a casa tranquillo. Mi rilasso con la natura e le mie fantasie.

Ti invidio. Comunque mi sa che ti vengo a trovare a Natale.
Ti aspetto, nipote. Bless.