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Nella selva di Palermo

Con Infiorescenza, alle radici della rappresentazione botanica.

 

Arriverò intorno alle sette del mattino. Volo a Palermo per partecipare a un workshop che ha a che fare con il disegno e le piante. Il trasalimento che avverto quando l’aereo si abbassa è simile alla sensazione di cadere che ho spesso provato in sogno. Giacomo Nanni in Prima di Adamo scrive che questo secondo fenomeno – la medicina del sonno lo chiama “sussulto ipnico” – si deve a un trauma ereditato dal nostro antenato arboricolo, all’epoca in cui viveva tra le chiome degli alberi e si lanciava da un tronco all’altro. La caduta, quando capitava, provocava scompensi organici tali da causare una modifica delle cellule cerebrali, lasciando un’impronta che è arrivata fino a noi.

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Il workshop a cui mi unirò è la conclusione di Infiorescenza. Nella selva di Palermo, una residenza artistica organizzata da Edizioni Precarie (manifattura con sede alla Vucciria e fondata da Carmela Dacchille; non è una casa editrice, ma un progetto di riciclo della carta usata nei mercati per avvolgere il cibo). Anna Resmini e Marta Iorio sono le due illustratrici ospiti d’Infiorescenza. Si trovano a Palermo già da un paio di settimane. Nel corso della residenza hanno visitato giardini, serre, orti abusivi, cortili, ville storiche, giardini selvatici cresciuti tra quattro lamiere chiuse da un catenaccio e naturalmente il famoso orto botanico. L’obbiettivo era quello di osservare e poi disegnare il verde conservato dei giardini e quello spontaneo che può spuntare da una fessura o dentro un edificio abbandonato. Anna è di Milano, dove vive e lavora, mentre Marta è di Bologna. Hanno stili molto diversi – sono le prime ad ammetterlo – ma insieme lavorano bene. Sono state spesso accompagnate da Manlio Speciale, botanico ed ex curatore dell’orto, e dalla compagna di lui Cassandra Carroll Funsten, paesaggista californiana, studiosa del paesaggio, del giardino e dei rapporti tra giardino, cultura e letteratura. E infatti quando Cassandra parla, è come se la vedessimo muovere un compasso tra una disciplina e l’altra.

 

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Con Manlio e Cassandra ci siamo conosciuti nel giardino di Bed and Book, uno squisito B&B in una traversa di corso Vittorio Emanuele. Hanno una bellissima figlia che non poteva che chiamarsi Flora.

La sera che precedeva l’inizio del workshop, tutti i presenti si passavano tra le mani la cartellina con le serigrafie realizzate a quattro mani da Anna e Marta. Di fronte a un bicchiere di vino rosso ho chiacchierato con Manlio. Lo scopo della mia discesa a Palermo, in fondo, era anche conoscere un botanico capace d’introdurmi in una scienza di cui ignoro tutto. O meglio: il desiderio era quello di entrare, con la sua mediazione, in un’area della lingua a me sconosciuta. Manlio infila una serie di concetti, ma soprattutto di parole, di vocaboli complessi e per me seducenti e sonori, che nell’etimo sento radicati nelle lingue morte e come una vite sprofondare dentro più strati della cultura e della lingua. Per me è un piacere così ubriacante che ogni nuova parola cancella la precedente – sorso di vino dopo sorso di vino – fino a quando Manlio non pronuncia antesi: «Sono diventato un botanico osservando per ore e ore l’antesi del fiore». E qui la parola accende il ricordo di una scena vista in un documentario: la sequenza di apertura di un fiore – l’antesi – viene accelerata in montaggio e ciò che nella realtà dura per ore si mostra sullo schermo in pochi attimi con indimenticabile eleganza.

 

 

È strano – scrivo sul taccuino – perchè spesso si associa Palermo al rumore di Ballarò, all’abbaniata* dei pescivendoli, ma ci sono quartieri della città (la Kalsa) diroccati, spopolati, vuoti, dove alle due del pomeriggio, specie se è appena piovuto, ci si muove come dentro ai rapporti silenziati e stranianti di una tela di Giorgio De Chirico. Una via è piena di berrettifici, che sono minuscoli negozi laboratorio con vetrina affacciata sulla strada. Ma come campano questi artigiani? Davvero vendono berretti e coppole a sufficienza per pagarsi un affitto e mangiare? Si tratta di attività realmente redditizie o di una forma estetizzante di perpetuazione delle tradizioni ataviche a beneficio dei turisti? Dentro vedo dei vecchietti un po’ avviliti, ma dignitosi, che mi ricordano Eduardo De Filippo. Ma forse è solo l’effetto che mi fa la pioggia. Ballarò: sulla porta a vetri di un parrucchiere non mi sfugge la foto di Belén Rodriguez in bikini. Il fotoritocco è così pesante, specie sul naso e gli zigomi levigati, da provocare un disturbo percettivo – la cosiddetta prosopagnosia? – nel riconoscimento del volto. Per un istante mi è famigliare, è lei, Belén, e l’istante dopo mi è estranea, non è più Belén, e così via.  

 

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Il giorno prima del workshop entro al celebre orto botanico. Ci arrivo dopo una lenta passeggiata con una ragazza di Palermo, Valentina, lungo il quartiere della Kalsa deserto. All’orto non posso fermarmi più di tanto, purtroppo. Percorro uno dei vialetti dove i rami delle chorisia speciosa – un albero tropicale dal fusto cosparso di aculei, detto anche ‘albero bottiglia’ – formano il soffitto di una basilica vegetale. Le cime di un boschetto di bambù oscillano al vento, toccano l’una contro l’altra senza farsi male. Il rumore, questo tic toc aereo che solo io ascolto, non essendoci altri visitatori nei paraggi, è un suono che mi sembra di aver già udito, una domenica, dentro un cantiere vuoto a Milano. L’orto è disegnato da un mosaico di vialetti, piccoli spiazzi, livelli, l’aquarium, vasche, sentieri, dove ci si perde facilmente. Ospita circa 12.000 varietà di piante. Questa moltitudine vegetale è un’entità vivente che avvolge, carezza e gremisce lo spazio visivo, fomentando in chi cammina un anelito continuo all’esplorazione. Cosa si nasconde al di là di quel gruppo di piante carnivore e delle foglie quasi azzure delle agavi messicane? E dietro il frangipane e gli arbusti della pianta del caffè? E sotto il pelo dell’acqua coperto dalle ninfee? Il fogliame col suo intrico vela e frammenta senza sosta il paesaggio, lo imbosca letteralmente, e così facendo spinge a cercare, a farci largo per scoprire che cosa c’è oltre. La vegetazione è un invito a perdersi e un’altra immagine del mistero. Mi torna in mente Daniele tra gli alberi, graphic novel di un autore esordiente, Francesco Saresin. È una storia brevissima, di appena 18 pagine. A pagina 5 Daniele, il protagonista, s’inoltra in un bosco. Per oltre dieci vignette lo vediamo procedere passo passo, avanzare tra gli anfratti e i continui cambi di scenario aperti dalla vegetazione, fino a quando a pagina 9 non si adagia con le spalle al tronco di un albero. Qui Daniele si cala i pantaloni e si masturba. Dopo essere venuto si pulisce e continua il suo cammino nella selva, fino a quando, a pagina 12, nel cuore della foresta, vede qualcosa che non avrebbe mai dovuto vedere.

{Espressione usata da Manlio nel corso della serata al B&B: Tomentoso: di organo vegetale coperto di tomento, di peluria; i frutti tomentosi del pesco, dell’albicocca }

Ballarò. In piazzetta Napoleone Colajanni un tavolo è incastrato dentro la chioma di un albero. Il mattino dopo torno sul posto e annoto: il tavolo non è più incastrato sulla chioma dell’albero. Ora fa da banco espositore nel più folle e povero mercato delle pulci che io abbia mai visto. La sera dello stesso giorno passo ancora per piazza Colajanni. Il mercato delle pulci è visibile anche su Google Street View. Voglio verificare se è davvero come sospetto e scopro che il tavolo, in effetti, è di nuovo al suo posto, seminascosto e inserito dentro la chioma dell’albero. Deduco che è in quell’incastro naturale che ogni giorno il venditore lo sistema, finito l’orario di mercato.

 

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Le merci rubate in vendita nel mercato, i ‘castelletti’ che un tempo servivano per distribuire l’acqua nelle case e oggi diroccati, le scritte pennellate sui muri contro la polizia: tutta questa materia del rione ha letteralmente invaso le pagine del mio taccuino e mi costringe a digredire. Per esempio a un certo punto, in via Alberghiera, trovo un furgone graffitato, quasi pugnalato da più scritte lasciate lungo tutta la carrozzeria: SEI MIO SALVO, SALVO TI AMO ecc. Ho il sospetto che quel furgone sia una casa e vorrei conoscere la storia del suo inquilino. L’indomani torno con un biglietto dentro una piccola busta che lascio scivolare attraverso il finestrino aperto. Sul biglietto ho scritto il mio numero di telefono, il mio nome e la professione. Un paio di giorni dopo il furgone è ancora lì e Salvo non mi ha chiamato, ma io resto pronto a raccogliere la sua storia, che forse serba un segreto, vista la violenza con cui le scritte hanno devastato la carrozzeria.

Villa Trabia
È il mio ultimo giorno a Palermo ed è anche l’ultimo d’Infiorescenza. Ci troviamo tutti alle dieci del mattino a Villa Trabia, che si trova poco fuori dal centro. Non ci sono soltanto Cassandra, Manlio, la piccola sveglia e sensibilissima Flora, Anna Resmini e Marta Iorio, ma anche altre otto persone, tra cui me, iscritte al worksop conclusivo organizzato da Carmela di Edizioni Precarie. Davide, uno degli iscritti, tiene tra le dita una fogliolina di acanto. Cassandra rivela che l’acanto, il quale come noto ha ispirato il motivo ornamentale nel capitello corinzio, si nutre di azoto e per questa ragione è molto presente tra le tombe dei cimiteri, dove i corpi in decomposizione sono appunto generosi di azoto.

Per qualche ora ci spostiamo per il parco di Villa Trabia. Cassandra racconta la storia del luogo, che è fatta di tanti passaggi. Intanto: la villa nasce nel ‘500, durante l’occupazione spagnola, come conseguenza della moltiplicazione di famiglie investite di titolo nobiliare. Il giardino – che risponde con morbidezza umana ai nostri passi – ha cambiato aspetto più volte per dare forma a più visioni del mondo, nelle quali si sono alternate, o impastati, razionalismo illuminista, romanticismo e sensibilità molto specifiche che Cassandra definisce ‘anglosiciliane’.  

 

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{Espressione usata da Cassandra nel corso della mattinata a Villa Trabia: Parterre: taglio delle siepi eseguito a imitazione del merletto}

Il gardenesque, che ha avuto una certa influenza su una parte di Villa Trabia, è una concezione del giardino di derivazione romantica – dice Cassandra e io cerco di riassumere – in base alla quale il giardino si affolla di varietà esotiche e rarità botaniche, esaltando la sensualità e la potenza spontanea della natura.

A Villa Trabia si trovano diversi esemplari di Ficus macrophylla, una pianta che paralizza di meraviglia lo sguardo. Un monstrum per proporzioni, per la fantasmagoria delle forme muscolari, per la straordinarietà delle radici aeree che toccando il suolo generano nuovi tronchi; e poi la sua diffusione colloca Palermo, ai miei occhi, in una terra immaginaria che sospinge la Repubblica Italiana tra le foreste pluviali di cui il Ficus macrophylla è originario.

 

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Un po’ come certi culturisti con le vene rosse e in rilievo, bloccati nello sforzo che precede lo strappo al bilanciere, anche il Ficus suscita un’impressione di energia impetuosa eppure immobile. Ma se il culturista possiede giusto quattro arti, un Ficus gigantesco, come quello piantato nel 1845 all’orto botanico, può averne a decine, intrecciati acrobaticamente e sviluppati fino a raggiungere un turgore laocoontico. Guardato nel suo insieme, e per quanto non sia possibile catturarlo in una sola occhiata, il Ficus è come una grande sala da ballo swing, con i corpi dei ballerini e delle ballerine, i passi, le prese sui fianchi e sul bacino, che viene all’improvviso lignificata e ricoperta per sempre di liane.

La visione di questa architettura equatoriale, immagine di forza e decadenza verde, mi ricorda l’accumulo di tazzine e piattini sporchi in un bar di piazza Marina. È un bar molto piccolo, che serve praticamente solo caffè -una specie di monocultura- gestito da B., un uomo che ha superato i cinquanta e lavora indossando una camicia bianca e un paio di lunghi guanti neri. Quando entro, B. non saluta. Continua a darmi le spalle, concentrato sulla macchina del caffè. Sono io che decido di farmi vivo e ordinare. B. resta di fronte alla macchina come se fosse alla plancia di un sottomarino in avaria. Quando si gira per servirmi non mi guarda in faccia e subito torna di fronte alla sua dolce macchina cromata, che impugna pezzo per pezzo senza mai togliere i guanti.

 

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Il bar di B. mi è stato consigliato non solo per il caffè, che è molto buono, ma per il paesaggio del bancone, sempre esageratamente ingombrato da torri e piramidi in rovina di tazze, cucchiaini e piattini. Il colpo d’occhio mi ha ricordato la forma del caos con cui il Ficus sembra espandersi in ogni direzione. Io credo che in B., come nel Ficus, abbia prevalso un metodo basato sull’accumulo e la proliferazione. Quando poso la tazzina e me ne vado, salutando non ricambiato, capisco di aver trovato tra la macchina e B., in questa coppia simbiotica, la storia sentimentale che non sono riuscito a documentare con Salvo.

Gli alberi, i rami, le foglie, il fusto degli alberi, le radici, possono essere guardati da molto vicino. Isolando una minuscola porzione, l’organo vegetale rivela forme e texture che di solito tendiamo a ignorare. Me ne accorgo su sollecitazione di Anna e Marta, che ora ci hanno messo un foglio e una matita in mano e appunto c’invitano a guardare, per così dire, con nuovi occhi e fuori dalle convenzioni. Non si tratta soltanto di scendere nel micro o scoprire la rete di rombi che disegna il fusto di una palma, ma di comprendere come non esista un pezzo del mondo naturale uguale all’altro. Anna e Marta ci chiedono di raccogliere un guscio, una foglia, un frammento di corteccia, una ghianda (ci serviranno da modello più tardi per un disegno) o di scrivere su un foglio una parola da associare a ‘giardino’. Tornare a disegnare, a secoli di distanza da un’aula scolastica, è buffo e inverosimile. Però avverto subito la ricomparsa di un’emozione perduta tra i banchi di scuola, per cui a ogni particella di grafite lasciata sul foglio corrisponde nell’intelletto una punta di piacere. Disegnare fa bene e se il disegno è sollecitato da una guida capace, diventa un momento di conoscenza del reale.  

 

 

In fondo a Villa Trabia, attraversato un ponte, c’è un’area reietta e affascinante che coincide con la vecchia parte a ispirazione romantica del giardino. «Dobbiamo prima attraversare un ponte», dice Cassandra, «perchè nelle intenzioni dell’architetto romantico c’è la volontà di suggerire il passaggio in un’altra dimensione». Superato il ponte si apre un nuovo scenario, modulato su più livelli, che costringe a scendere e risalire lungo graziosi sentieri. «Un’altra delle caratteristiche del giardino romantico», continua Cassandra, «è il cambiamento di quota, che serve a introdurre nello spazio un accento drammatico». Alcune porzioni di terreno sono state colonizzate dagli ailanthus, una specie arborea infestante che tende a crescere nelle aree abbandonate, occupando tutto lo spazio disponibile. Il termine ‘ailanthus’ viene dal cinese e significa “albero così alto da raggiungere il cielo” o “albero del paradiso”. Tuttavia le piante che hanno popolato questo angolo di Villa Trabia – come gli ailanthus che crescono comunemente nelle aree urbane dismesse – sono appena dei cespugli, per quanto aggressivi e soffocanti. In questi anfratti per molti anni gli eroinomani sono venuti a bucarsi, scartando i loro pacchettini da farmacia. Durante un’opera di bonifica della zona sono state raccolte quattromila siringhe. Il fatto curioso e interessante – volendo unire i puntini – è che nella parte del giardino a ispirazione romantica, dove si sono accovacciati nel tempo queste legioni di eroinomani, cresceva appunto l’ailanthus, una pianta che, ci racconta Cassandra, oltre a condividere con il romanticismo e i tossicomani una predilezione per i luoghi in rovina e abbandonati, arrivò dalla Cina in Sicilia, grazie agli inglesi, in seguito alla Guerra dell’oppio.      

 

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{Espressioni usate da Cassandra nel corso della mattinata a Villa Trabia: Lauriforme: che ha forma ellittica ed estremità appuntite; di foglia a forma di ferro di lancia \Radici fascicolate: radici tutte della stessa dimensione, che originano alla base del fusto, come nel porro}

Dopo aver salutato gli altri, mi avvicino all’uscita di Villa Trabia. Sul ponte che segna l’ingresso e l’uscita da un mondo magico, mi si fa incontro un tizio vestito con una tuta in acetato. Questo tizio, strabico e con i capelli corti, tiene schiacciati al petto un paio di pacchi di farina. Li stringe, li abbraccia come se fossero il corpo di un bambino da portare in salvo. Mi chiede indicazioni per un supermercato, poi mi spiega, tremando, che ha bisogno al più presto di una busta di plastica, perchè i pacchi di farina, sfortunatamente, si sono bucati e teme che prima di arrivare a casa la farina, che in effetti gli sta già macchiando di bianco la tuta, se ne scivolerà via per sempre. Io non so che dirgli – sono stupito dalla richiesta e non so dove si trovi nei dintorni un supermercato – ma guardando quei due pacchi bucati e la piccola macchia di farina bianca, so che a me capiterà la stessa cosa: di queste giornate a Palermo, qualcosa si perderà lungo la strada.

*Col termine abbaniata s’intendono le tipiche grida dei venditori al mercato, in questo caso il mercato del pesce a Ballarò.