Foto: Lorenzo Innocenti.
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Padova Brutta

Basta con la Cappella degli Scrovegni, meglio un giro per via Anelli.

 

Guida Brutta di Padova è un Tumblr in cui Lorenzo Innocenti pubblica Lonely Planet alternative al capoluogo veneto. La città che diede i natali a Palladio e Canova e dove insegnò Galileo offre anche quelle aree tristi tipiche di ogni città e paese, e oggi ci concentreremo proprio su queste, con un giro  speculare a quello proposto dal City Sightseeing. Lasciamo la parola a Lorenzo, intanto buon viaggio.

Il tour proposto da City Sightseeing a Padova prevede la visita a:

  • Prato della Valle;
  • Basilica di Santa Giustina;
  • Basilica del Santo;
  • Palazzo della Ragione;
  • Piazza dei Signori;
  • torre della Specola;
  • varie ed eventuali.

Niente da dire, tutto molto bello, ma… Ma tutti questi palazzi e queste piazze, queste torri, questi monumentoni messi insieme fanno circa seimila anni: il più recente è del 1786. Possibile – dico io – che in due secoli e mezzo non sia stato costruito nulla di degno di essere visitato o svergognato in quel di Padova? Possibile che la contemporaneità non abbia niente da offrire agli occhi avidi e digitalizzati dei turisti?

Un bel City Sightseeing autogestito e al passo coi tempi parte alle 9 del mattino con l’autobus 18, da via Serenissima, Ponte di Brenta, 35121-PD. Sulla destra zone industriali assortite, sulla sinistra, invece, il Lago di Padova.

 

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Si scenda, adesso, per la prima sosta di questo tour emozionale in alta definizione… si scenda e si ammirino le lacustri sponde, nate dal recente abbandono di un mega-cantiere da parte della fallita Lazzaro Immobiliare Srl. Dall’abbandono e dal conseguente allagamento, causa piogge tropicali, del fondale di #CalcestruzzoAdAltePrestazioni, che ha tramutato l’area dismessa nella prova più tangibile e conturbante della superiorità dell’uomo sulla natura.

Bello l’ingresso un po’ arrangiato, bello il contrasto tra biologia e progresso che si disegna sul pelo cresposo dell’acqua, belle le cime degli alberi che spuntano alla superficie dalle profondità degli abissi.

 

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Usciti dall’acqua e adeguatamente asciugati, si abbandoni la location per spostarsi sotto al Ponte Darwin, ammirandone con certo trasporto sia la gittata carraia che la parabola evolutiva, purtroppo un po’ lacunosa dalle parti dell’Homo Ergaster.

 

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Si attenda la corriera, adesso, avendo cura di verificare che il biglietto da 75 minuti sia ben vidimato e ci si inoltri lungo via delle Grazie, un tempo molto green, oggi più sul grigetto. A testimonianza dei trascorsi bucolici pre-industriali dell’area sta una chiesetta (Santa Maria delle Grazie?), sulla sinistra, oggi abbandonata ma che vive una seconda giovinezza grazie alla ditta di puliture S. Marco che ne ha fatto testimonial ideale e tendenzialmente cool della propria attività.

 

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Per una pausa di gusto, invece, sulla destra, il Ristorante Internazionale. Piacevoli le canne di bambù in plastica ecologica, all’ingresso, stuzzicanti i gambeloni veldi flitti, da provare il vino della casa.

 

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Si prosegua lungo via Venezia, ora, ammirandone l’industriosità e assaporando le decorazioni botaniche e minimali poste ai lati del Fagiolo, la rotonda più amata dai padovani.

 

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Rimpiangendo i bei tempi andati si inforchi via Grassi, prima di svoltare a destra su via Anelli.

Qui, in the middle of the via, ci colgono le palazzine verde-squaraus del complesso Serenissima, un tempo sorta di corte dei miracoli patavina, informale centro di accoglienza, malvivenza, centrale dello spaccio e dell’immigrazione incontrollata, della prostituzione come della disperazione. Una decina d’anni fa venne prima murata con pannelli di lamiera per impedire il notturno transito e quindi evacuata di tutti i suoi residenti. Si parlò del “Muro di via Anelli”, rievocando quello di Berlino, si anticiparono quelli costruiti negli ultimi tempi in Ungheria e Austria e Grecia per arginare i flussi dei migranti. Struggente una scritta sopravvissuta su di una colonna dai giorni dell’abbandono coatto: “Adio via Nalie” [“addio via Anelli”; sic]; emotiva la parte di muro sopravvissuta, dal lato di via De Besi.

 

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Ci si imbarchi adesso sulla linea 9 e si affronti via Maroncelli, lambendo a destra via Antonio Tonzig, luogo privilegiato dei “puttan-tour” d’antan padovani. Raggiunta via Tommaseo ci si immoli, nel tentativo di guadarne (a piedi) l’ininterrotta corrente di traffico e raggiungere l’opposta sponda, là dove sorge un villino liberty dei primi del secolo, riadattato a casa d’accoglienza per rifugiati, battezzato “Casa don Gallo”.

 

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Qui, tra giacigli arrangiati, galletti ruspanti e una generale, tutto sommato comprensibile avversione per le fotografie, ci si arrangia come si può, in attesa di qualcosa.

 

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Risaliti su un autobus qualsiasi ci si porti, con fare circospetto, alle spalle della stazione.

Qui sorgono diversi affreschi di writers padovani, alcuni carini, altri brutti.

 

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Non paghi ci si rivolga con fare dandy verso il centro storico, abbordando la borgheserrima via Roma, con la sua Banca d’Italia psichedelicamente 60’s per incontrare Aldo detto Baffo, cantante di strada, anarchico militante, già protagonista di un’edizione del Festival Castrocaro.

 

Aldo alle prese con “Disperato Erotico Stomp”.

 

Infine, ignorando con una certa supponenza le comitive dirette verso Prato della Valle, ci si trascini con le restanti forze verso l’Appiani, storico stadio del Padova Calcio, dei tempi gloriosi di Rocco, Galderisi, Soldatino Di Livio, Del Piero e Albertini…

Sullo sfondo, piamente, Santa Giustina veglia in Nomine Patris.

 

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C’è chi delle città vuol vedere solo le cose belle, ignorando, rifiutando, rifuggendo quelle brutte, quelle un po’ squallide, decisamente low budget. Eppure i tempi in cui viviamo sono una distesa sterminata di bruttezze architettoniche, economiche, sociali, antropologiche che a volerle scansare tutte si finisce per chiudersi in un recintino di benessere, benavere e benvedere piccino picciò.

Io credo che se Goethe pubblicasse oggi il suo Viaggio in Italia, parlerebbe di Tor Sapienza e non del Pantheon, di Porto Marghera e non di Piazza San Marco, delle Vele di Scampia e non del Gesù Nuovo.

Insomma, parafrasando Marinetti che diceva ci fosse più bellezza in un’automobile che nella Nike di Samotracia, io credo che oggi, per quanto riguarda Padova, valga maggiormente la pena visitare via Anelli che la Cappella degli Scrovegni. Con buona pace di Trip Advisor.

 

Foto di Lorenzo Innocenti.