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“Oxford Town, Oxford Town”

Razzismo, Dylan e William Faulkner.

 

Poco più di 20 mila abitanti distribuiti in 26 chilometri quadrati, la cittadina di Oxford si raggiunge infilando la Mississippi Highway 6 nell’ultimo tratto orientale prima di Pontotoc e Tupelo. Piccoli corsi d’acqua, mucche al pascolo, stazioni di servizio arrugginite con logo Chevron, verdi colline e l’odore umidiccio e dolciastro di foglie secche che bruciano: per chi arriva da Memphis, nel Tennessee, il mood è quello tipico delle province del Sud.

Fondata nel 1837 col nome del centro universitario del Regno Unito, anche l’Oxford a stelle e strisce ha rispettato l’intima vocazione accademica, tanto da diventare una delle migliori college town d’America. La storia l’ha vista giocare un ruolo fondamentale per il Movimento dei diritti civili degli anni Sessanta ma dalla metà dei Settanta la cittadina del Mississippi ha subìto un processo di trasformazione socioculturale che l’ha resa uno dei centri urbani più interessanti e dinamici degli Stati Uniti.

 

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Pro scientia et sapientia è il motto dei quasi 24mila che compongono la popolazione studentesca di Ole Miss (come tutti chiamano l’Università locale) e incarna alla perfezione lo spirito di un campus che da qualche anno riviste prestigiose come Newsweek e Princeton Review insistono a votare come «most beautiful in the US». Un’Università a misura di studente, fruibile, accessibile e dove, allo stesso tempo, si punta molto sulla qualità. Gli osservatori si chiedono cosa abbia determinato questa crescita e possiamo senz’altro dire che un passato di lotte, contestazioni e impegno politico ha certamente avuto il suo peso.

È nell’Università del Mississippi, a Oxford, che nel settembre del 1962 scoppia l’Ole Miss riot: scontri violenti che vedono i segregazionisti bianchi assaltare il campus per impedire all’afroamericano James Meredith di seguire le lezioni. Si capisce subito che la situazione è complessa, il presidente Kennedy invia truppe federali per scortare Meredith fin dentro le aule dell’università ma le violenze esplosero lo stesso. Il bilancio è pesante: due morti – uno studente e un giornalista francese, Paul Guihard – e decine di feriti. Gli eventi hanno una forte eco a livello mediatico, anche fuori dai confini nazionali, alzando il livello di attenzione attorno a un tema emotivamente molto sentito. Ormai è evidente: a Oxford e in tutto il Sud, sebbene sia trascorso un secolo dalla fine della Guerra Civile, la questione razziale è ancora una ferita aperta.

James Meredith. Foto: Thornell.

James Meredith. Foto: Thornell.

Meredith riesce comunque a diventare il primo studente nero a frequentare Ole Miss e nel 1963 si laurea in Scienze Politiche. Tre anni dopo, durante la Marcia contro la paura organizzata dal Movimento per i diritti civili da Memphis fino a Jackson, viene ferito da un cecchino del KKK. La foto che lo ritrae a terra, il viso contratto in una smorfia di dolore, valse il Premio Pulitzer nel 1967 al fotografo che la scattò, Jack R. Thornell. Di quella stagione resta anche il coutry-blues di “Oxford Town”, un testo di Bob Dylan per raccontare quei giorni di rabbia e dolore, qui interpretata da Richie Havens.

Oxford Town in the afternoon
Ev’rybody singin’ a sorrowful tune
Two men died ‘neath the Mississippi moon
Somebody better investigate soon

Oggi Oxford è una città universitaria, frizzante, per certi versi sofisticata. Le violenze degli anni Sessanta sono il background storico e culturale di un territorio che, con il passare degli anni, è diventato la culla di un movimento che si nutre di storia, letteratura, antropologia, arte. La questione razziale non è sopita del tutto, specie all’interno del campus universitario dove sovente esplode il problema della discriminazione, ma la cifra attuale è quella di una città che sembra essersi affrancata dai retaggi di un passato difficile. Un ruolo fondamentale in tale processo lo ha svolto e lo svolge il Center for the Study of Southern Culture, laboratorio di ricerca, analisi e sviluppo che dall’anno della fondazione (1977) si spende per cercare di comprendere e divulgare quell’idea di Sud che è centrale in ogni discorso/narrazione su e per l’identità statunitense.

 

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Altrettanto importante è stata l’apertura, nel 1979, della libreria indipendente Square Books (ma sarebbe più corretto parlare di “librerie” al plurale) situata nella piazza principale di Oxford, la Courthouse Square, e fondata dall’ex sindaco nonché presidente dell’American Bookseller Association, Richard Howorth. Oggi Square Books conta tre negozi dove si può trovare di tutto, dai classici agli esordienti fino alla letteratura per ragazzi: tutto in un’atmosfera calda e piacevole. Inizialmente specializzata nella letteratura del Mississippi, la libreria ha poi allargato il suo catalogo, ospitando da sempre grandi autori come Toni Morrison, Allen Ginsberg e Alice Walker. Sono passati di qui Willie Morris, William Styron, James Dickey e Peter Matthiessen. Anche Barry Hannah, che arrivò in città negli anni ’80, e diversi altri scrittori, come Amy Hempel, Richard Ford, John Grisham e Larry Brown furono soliti frequentatori delle vie di Oxford e, ovviamente, degli scaffali di Square Books. Una libreria indipendente il cui credo, allo stesso tempo tradizionalista e progressista, potrebbe fungere da modello anche per iniziative nostrane.

Ma la matrice letteraria di Oxford non può prescindere dal nome di un altro rappresentante della letteratura del Novecento, tra i più grandi di sempre: William Faulkner. Visitare Oxford significa visitare i luoghi del Nobel per la Letteratura del 1949, i luoghi che hanno ispirato l’immaginazione di uno degli autori più innovativi del secolo scorso. Luoghi della mente che incarnano l’essenza di un’America lontana dallo scintillìo dei riflettori e della bella vita e indubbiamente al centro di una geografia ideale dell’animo umano.

Faulkner a Rowan Oak. Foto: Cartier-Bresson.

Faulkner a Rowan Oak. Foto: Cartier-Bresson.

Nella produzione faulkneriana Oxford porta il nome di una città di fantasia, Jefferson che, nelle mappe realizzate dallo stesso autore e poi implementate da orde di accademici contemporanei, si posiziona al centro della cosiddetta contea di Yoknapatawpha (pronuncia iok-na-pa-to-fa) anch’essa corrispondente a un luogo reale, la contea di Lafayette. Un territorio in origine abitato dagli Indiani, poi dai neri e dai bianchi. Interessante è l’etimologia del termine Yoknapatawpha: secondo alcuni deriverebbe dalla fusione di due parole Chickasaw, yocona e petopha, il cui significato sarebbe quello di “terra divisa”. La spiegazione che fornì lo stesso Faulkner a una platea di studenti dell’Università della Virginia fu di “pianura attraverso la quale scorre lentamente un torrente”. Non per caso si ritiene che Yoknapatawpha sia il nome originario del fiume Yocona, affluente del Tallahatchie, che oggi scorre tra boschi e pianure lungo la parte meridionale della contea di Lafayette.

È in questo territorio magico fatto di piantagioni di cotone, vecchie miniere, torrenti inquieti e foreste selvagge che William Faulkner ambienta gran parte dei suoi capolavori. Una rosa per Emily (1930), Gli invitti (1938), Il borgo (1940), I saccheggiatori (1962), Assalonne, Assalonne! (1936), Sartoris (1929), La città (1957), L’urlo e il furore (1929), Mentre morivo (1930), Santuario (1931), Luce d’agosto (1932), Requiem per una monaca (1951), Scendi, Mosè (1942), Non si fruga nella polvere (1948), Knight’s Gambit (1949), Il palazzo. Romanzo della famiglia Snopes (1959). Oxford, il Mississippi ispirano il grande autore, il quale produce i suoi romanzi, il suo mondo attingendo da storie locali, storie di Indiani, schiavi in fuga, vecchi e astuti colonnelli, zitelle che amano la cultura contravvenendo allo schema patriarcale. Un tessuto di storie che è inscindibile rispetto alla memoria dell’autore e di un Sud sempre in bilico fra conservazione ed emancipazione.

 

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Originariamente controllata dai Chickasaw, i primi insediamenti dell’uomo bianco della contea di Yoknapatawpha comparvero intorno alle 1800. Prima della Guerra Civile, il territorio consisteva in diverse piantagioni, ognuna delle quali gestita da una famiglia: c’era quella dei Louis Grenier a sud-est; quella dei McCaslin’s a nord-est; a nord-ovest i Sutpen; mentre i Compson e i Sartoris erano nelle immediate vicinanze di Jefferson (Oxford). Con il passare del tempo – ci racconta Faulkner attraverso le sue pagine – la contea si sarebbe trasformata in un conglomerato di piccole fattorie, ovvero il nucleo primevo dell’odierna contea di Lafayette. A partire dal 1936 – prosegue lo scrittore – la popolazione era di 25 mila 611 individui, 6.298 dei quali bianchi e 19.313 neri.

Faulkner ha sempre considerato Oxford casa sua. Quando il giovane William nacque, il 25 settembre del 1897, il padre Murry Cuthbert Falkner (senza la u, aggiunta in seguito per un errore di un editore) era capostazione a New Albany, piccolo centro a una cinquantina di chilometri da Oxford. Nominato amministratore della compagnia, Murry Cuthbert si trasferì con la famiglia a Ripley. Il 24 settembre 1902 fu costretto a lasciare il posto perché la ferrovia era stata venduta dal nonno di William, perciò tutta la famiglia si trasferì a Oxford, dove il padre dello scrittore svolse i mestieri più disparati fino a ottenere, nel 1918, la carica di segretario e amministratore dell’Università.

 

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Nella tenuta in stile neoclassico di Rowan Oak Faulkner ha trascorso molti anni della sua vita. È qui, tra questi alberi meravigliosi, che il genio ha composto i suoi capolavori. Oggi è possibile visitare la residenza, divenuta un museo gestito da Ole Miss. Immersa al 916 di Old Taylor Road in un parco di 12 ettari di cedri, cipressi e altri alberi secolari (Bailey’s Woods), Rowak Oak rappresenta il mondo privato di Faulkner, sia nella realtà che nell’immaginazione. All’interno della struttura sono ancora visibili diversi appunti scritti dallo scrittore sulle mura dello studio. C’è addirittura un abbozzo del romanzo che gli valse il Nobel, “A Fable”. Nella dispensa della cucina, vicino allo stesso telefono dal quale ricevette la notizia del prestigioso riconoscimento, si possono notare altri scarabocchi, nomi, numeri a comporre l’universo folle e geniale di Faulkner. Poi, in una vetrinetta, l’ultima bottiglia (ancora aperta) di Jack Daniel’s, giusto un paio di sorsi lasciati sul fondo. I pensieri corrono via. La leggenda dice che Faulkner fosse solito stappare una bottiglia del Tennessee whiskey solo per festeggiare occasioni speciali. In tutti gli altri casi – e non erano pochi vista un’attitudine alcolica che in progressione lo avrebbe portato alla morte («civilization begins with distillation», disse una volta) – preferiva bere whiskey più a buon mercato.

C’è questo e tanto altro nella Oxford del Mississippi. Una città di romanzi indimenticabili e partite di football, discriminazione razziale, laboratori culturali e ristoranti stellati. Una città dove la tradizione incontra la spinta propulsiva dell’innovazione. Dove il passato a volte continua a fare a botte con il futuro con esiti come al solito imprevedibili.