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Otakuland

Storia di Akihabara, il quartiere di Tokyo simbolo della fascinazione giapponese per la tecnologia, e (ex) patria della sottocultura otaku.

 

Nell’armadietto vetrato di fronte all’ingresso, una lunga fila di teste di plastica di dimensioni e forme diverse ci osserva dalle orbite vuote. Poco più in là: un’intera parete di buste contenenti ciocche di capelli, ordinati e pettinati, organizzati per colori e tipologia. E poi coppie di occhi di ogni tipo, cofanetti di ciglia, e mani e braccia conservate in cassetti o appese ai muri, gonne larghe pochi centimetri, scarpe minuscole e accessori.

Il settimo piano di Radio Kaikan è il paradiso dei collezionisti di bambole: gli adulti che le comprano già assemblate si divertono a cambiarne i vestiti o le pettinature, altri le costruiscono da zero come un modellino di auto o un trenino selezionando l’altezza e il colore degli occhi. Radio Kaikan, che è il tempio di questi e altri mille prodotti per collezionisti maniacali, è il primo grattacielo costruito ad Akihabara (o Akiba come viene affettuosamente chiamato dagli autoctoni), uno degli immensi quartieri di Tokyo. Eretto per sette piani nel 1962 e poi demolito e ricostruito in una nuova versione più alta tra il 2011 e il 2014, l’edificio appare oggi come uno scatolone opaco dai piani tutti uguali con finestre a fascia completamente occupate da immagini colorate.

Akihabara

Radio Kaikan/ Wikicommons.

In una città in cui la vita media di un edificio si aggira sui 25 anni (allo scadere dei quali è più conveniente demolirlo e ricostruirlo piuttosto che ristrutturarlo) Radio Kaikan è già alla sua terza reincarnazione. Il suo nome è premonitore della storia di tutto un quartiere a partire dal dopoguerra, cioè da quando in uno stabile di legno di due piani si cominciarono a vendere componenti per assemblare radio.

Già dallo scoppio della guerra sino-giapponese e ancora dopo il 1945, nel paese devastato dal conflitto mondiale, gli studenti di ingegneria della vicina Tokyo Denki University e i cittadini interessati ad accedere alle informazioni militari da casa propria, si aggiravano nel quartiere in un grande mercato ortofrutticolo dove tra carote e insalate si erano fatti strada valvole e poi transistor e antenne vendute al nero: un commercio parallelo e clandestino.

Nel 1949 quel mercato verrà eliminato dalle autorità per poi rinascere pochi anni dopo nell’area accanto alla moderna stazione di Akihabara, questa volta in forma legale e consolidata, con una miriade di piccoli spazi dedicati al commercio di componenti elettroniche al dettaglio, dei quali Radio Kaikan sarà quello di maggior successo. Saranno questi traffici che varranno al quartiere il soprannome, ancora oggi in voga, di “Electric Town”.

Akihabara

Akihabara. Foto: clio1789/ CC.

L’ossessione degli imprenditori di Akiba per la tecnologia permetterà a quella precaria piazza di smercio del dopoguerra di trasformarsi in un fiorente quartiere commerciale nella Tokyo del miracolo economico, dove ai transistor e ai catodi si sostituiscono prima le radio e poi lavatrici, televisori e frigoriferi. Il quartiere diventa la mecca degli impiegati, quei salaryman in camicia bianca che attraversano la città come replicanti, pronti ogni domenica a investire i loro stipendi per accedere in massa all’era del consumo.

La Akihabara degli anni ‘60 diventa il simbolo di quel Giappone futuristico, con i prodotti più innovativi al mondo a portata di mano, la tecnologia più avanzata come valuta del potere, e una fiducia immensa in una nuova era inauguratata dalle Olimpiadi del 1964 e dall’esposizione universale di Osaka del 1970. Sono gli anni delle utopie concrete dei Metabolisti – che progettano di rifondare il paese con intere città sopraelevate o atolli artificiali nell’oceano – e in cui il paese partecipa alla conquista dello spazio con Osumi, il primo satellite nipponico messo in orbita nel 1970 e che la serie televisiva Ultraman provvederà a trasformare in fenomeno pop.

Questa epoca entusiasmante di curiosità e fiducia estrema nella tecnologia, nell’esplorazione dell’universo e in una nuova espansione del paese ormai privato delle sue colonie, si scontra presto con la realtà della crisi economica degli anni ‘70: i figli della generazione del boom si ritrovano di colpo di fronte ad una realtà ben più opaca, ma pur sempre con laute paghette in tasca e camerette singole, beni impensabili nel Giappone pre-boom. Anche Akihabara affronta un momento difficile: i suoi clienti preferiti, le famiglie consumiste piccolo borghesi, hanno nel frattempo comprato villette isolate in quartieri suburbani che si riempiono di negozi di elettrodomestici a scala ridotta e con comodi parcheggi.

Il frequentatore medio di Akiba negli anni ’80 è un giovane maschio solitario, che assembla computer nella sua cameretta: è in nuce quell’individuo che in Giappone assumerà l’epiteto negativo di otaku.

Il quartiere si svuota lentamente dei suoi rivenditori, ma stereo e frigoriferi lasciano progressivamente spazio a uno dei più grandi protagonisti della sua storia: il personal computer. Ed è sempre a Radio Kaikan che nel 1976, al settimo piano, apre il primo negozio di microcomputer in kit da assemblaggio, il NEC Bit Inn che fornisce anche consulenze e servizi e porterà, all’inizio degli anni 80, alla produzione dei primi PC. Durante gli anni 80, parti per computer DIY e in seguito PC interi già assemblati e videogame diventano la merce più diffusa dell’area.

E così, se le famiglie del boom si muovono in auto nei quartieri suburbani, i loro figli cullati nella delusione, alla ricerca di nuovi immaginari per colmare la loro sete di consumo e riempire le loro giornate, prendono la metro e scendono a Electric Town per poi aggirarsi per pomeriggi interi tra primitivi computer e videogiochi. Il frequentatore medio di Akiba negli anni ’80 è un giovane maschio solitario, che assembla computer nella sua cameretta come i suoi predecessori montavano radio clandestine: è in nuce quell’individuo che impareremo a chiamare “nerd” e che in Giappone assumerà l’epiteto negativo di otaku.

L’otaku è un individuo inadatto allo sport che il settario sistema scolastico giapponese ha messo da parte e che oltre ai computer ama consumare immagini, storie, finzioni, e può appassionarsi a personaggi irreali che riempiono la sua modesta vita sociale. Ama costruire meticolosamente modellini iperrealisti di mezzi di trasporto o armi, e vivere insomma un’esistenza in cui la realtà e la fantasia si toccano e si confondono. Nasce presto anche un termine specifico che descrive l’attaccamento degli otaku per personaggi fantastici: moe.

Akihabara diviene la meta preferita degli otaku e il quartiere li nutre con computer e mondi immaginari; Radio Kaikan alimenta e capitalizza il moe e altre ossessioni riempiendo progressivamente i suoi piani di manga, anime, videogiochi, statuette e poster di personaggi e negozi di modellismo ultra specializzati. Ancora oggi il quinto piano raccoglie dettagli infiniti di modelli di carri armati, mentre un inquietante negozio espone un enorme arsenale in plastica che si rivela un’imitazione solo a uno sguardo attento.

Akihabara

Radio Kaikan: capelli e visi di bambole in vendita (foto di Mariabruna Fabrizi).

Anche l’apparenza del quartiere si plasma attraverso i gusti dei suoi frequentatori: il ricercatore Morikawa Kaichirō descrive l’architettura di Akihabara come un’esplosione a scala urbana della cameretta dell’otaku, con i suoi edifici resi opachi per preservare l’intimità di attività maniacali e poi rivestiti sulle facciate di immensi cartelloni che raffigurano le eroine dei manga, di pupazzi a scala umana, di luci e di enormi scritte. In questo senso Akiba appare come un cugino orientale della Las Vegas raccontata da Denise Scott Brown e Robert Venturi nel 1972 in Learning from Las Vegas, in cui alle facciate dei casino riempite di simboli e messaggi è conferito un vero e proprio ruolo comunicativo.

Per qualche anno il quartiere diviene un mondo parallelo, appartato rispetto al resto di Tokyo e della società, in cui si testano prodotti di consumo, si lanciano in anteprima anime e manga, mentre gli otaku si aggirano indisturbati in un contesto rassicurante, costruito a loro immagine e somiglianza. Poi arriva una foto a gettare un’ombra su questo micro-universo e allo stesso tempo a rivelarlo a tutto il Paese: è quella della stanza del serial killer cannibale Tsutomu Miyazaki, che rapisce e uccide quattro bambine tra il 1988 e l’89.

La stanza dell’imputato, ripetutamente mostrata nei servizi televisivi, è sommersa di fumetti, poster e videocassette di film horror e pornografici. Dal soprannominare l’imputato “Otaku-killer” all’accusare tutta la sottocultura otaku ci vuole davvero poco: una società impreparata arriva presto a incolpare gli stessi prodotti di intrattenimento di accendere fantasie che tradotte in realtà generano il comportamento psicopatologico dell’assassino. Manga e anime iniziano a essere analizzati per il loro (vero o presunto) contenuto perverso o violento, per la spinta verso comportamenti antisociali, i loro fruitori stigmatizzati come individui pericolosi da isolare. L’otaku è ulteriormente marginalizzato, e Akihabara più chiusa su se stessa che mai.

Akihabara

La stanza dell'”Otaku Killer”(autore sconosciuto).

Ci vorranno anni per ripulire l’immagine di questa sottocultura e renderla accettabile agli occhi degli estranei. Anni, e il nuovo, enorme successo mediatico di una serie animata in grado di generare una nuova schiera di otaku e tanti yen nelle tasche di chi decide di programmarlo in televisione: Neon Genesis Evangelion, l’anime che arriva nelle case giapponesi per la prima volta nel 1995. Il successo della serie è immenso e in grado di superare la cerchia degli otaku per diventare un vero fenomeno di costume, seguito e apprezzato un po’ da tutti anche qui da noi. Un fenomeno che rilancia il mercato dei manga e degli anime e fa esplodere il merchandising ad essi legato. Ovviamente il centro di riferimento di questa rinascita è sempre lo stesso: Akihabara.

Da questo punto in poi, il moe diventa la forza trainante dell’economia del quartiere, l’affezione per i personaggi irreali è un fenomeno che cresce nel tempo e assume contorni sempre diversi; uno dei suoi più conosciuti è quello del cosplay (crasi di costume e play), che porta gli otaku a voler incarnare il più possibile il personaggio amato fino ad indossarne i vestiti e assumerne le movenze. Chuo Dori è la strada pedonale al centro del quartiere che permette ai cosplayer di mettersi in mostra, mentre dalla fine degli anni ‘90 aprono ristoranti a tema e i Maid Café, in cui si viene serviti da ragazze che interpretano cameriere francesi dell’800 in una sorta di gioco di ruolo retrò.

In questo continuo scambio tra realtà e fantasia, interpretazione e feticismo, un ruolo particolare lo giocano gli “Idol groups”, gruppi musicali di ragazze/i in carne e ossa che attirano quello stesso moe facendo leva su una generica cuteness, nel modo di vestire e nelle canzoni spesso smielate. Akihabara ha le sue Idol di riferimento, le AKB48, il gruppo col maggior numero di componenti al mondo: 130 ragazze che si esibiscono ogni giorno nel teatro stabile del quartiere. Le foto e i poster delle AKB48, oltre che le loro canzoni diventate colonna sonora delle giornate di Akiba, riempiono le strade di Akihabara accanto alle immagini delle protagoniste dei manga, mettendo ancora una volta sullo stesso piano persone reali e caratteri di finzione.

 

Hatsune Miku live.

 

Il personaggio di Akihabara che forse meglio descrive questo confine labile tra realtà e immaginazione è Hatsune Miku, che con il suo aspetto longilineo e i capelli verde acqua raccolti in due lunghe code ai lati della testa è raffigurata ovunque in statuette, bambole, poster e impersonata da diversi cosplayer mentre la sua voce infantile risuona nei negozi e per le strade. In realtà Hatsune Miku è un vocaloid, un sintetizzatore vocale prodotto dalla Sony, ma il personaggio associato al prodotto ha avuto un incredibile successo e attualmente, in forma di ologramma, si esibisce davanti a immense folle esaltate.

La fama di Akihabara si è insomma espansa molto al di là non solo dei suoi primi frequentatori, ma anche della stessa Tokyo; a partire dagli anni 2000 il governo centrale ha cercato di sfruttarne il potenziale per trasformarla nella Silicon Valley giapponese, con investimenti per le start-up ad alto livello tecnologico, e incoraggiando l’insediamento di enormi negozi di informatica, con tanto di surreali manifestazioni di protesta degli otaku contro la tecno-gentrificazione. Nemmeno il massacro di Akihabara del 2008 ha nuociuto alla popolarità dell’area, e la sua principale attrazione è tuttora quello stesso mondo paradossale ed escapista fatto di simulacri di futuri impossibili, di commercio di manie e di sogni tanto disprezzato in passato.

Akihabara

Akihabara/ Wikicommons.

Non è quindi un caso che Akiba inizi ad attirare turisti anche stranieri, al punto che gli otaku più hardcore hanno trovato una nuova meta preferita nel quartiere di Nakano. In un percorso lento ma costante, la figura dell’otaku è stata trasformata da individuo asociale appartenente ad una sottocultura degradante, a parte integrante dell’immaginario pop giapponese, da sfruttare in patria e all’estero come parte del brand del paese mentre il suo quartiere di riferimento ne riflette la stessa traiettoria. Il video teaser per le Olimpiadi di Tokyo 2020 rappresenta il culmine di questa parabola: accanto a scorci della città e atleti nel massimo dello sforzo, compaiono Sailor Moon, Holly e Benji come ambasciatori ufficiali dell’evento e persino il Primo Ministro Shinzo Abe si presenta in costume da Super Mario per il passaggio di consegne alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Rio 2016.

In una città come Tokyo, che è sempre stata considerata l’immagine del futuro urbano, la storia di questo quartiere ne riassume le pieghe più ambigue, tra la fiducia acritica nell’innovazione, la religione del consumo e la regressione negli immaginari più disparati. Allo stesso tempo, Akihabara rappresenta una manifestazione tangibile di come quegli stessi immaginari possano dare forma alla realtà, influenzarla e arricchirla, e la stessa dicotomia reale/fittizio possa perdere di significato interpretando potenzialmente ancora una volta un’avanguardia per il futuro delle città.