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O mia bela canzoncina

Dizionario minimo della canzone milanese.

 

Raccontare la storia della canzone a Milano equivale a raccontare la vicenda della nascita di un genere musicale reso discografia per la prima volta, un genere nato dal caldo ventre partenopeo che a Milano ha trovato una forma spendibile e poi mitizzabile, come una formula magica che trova il modo codificato di esaudire sistematicamente gli incantesimi.

Parliamo di una storia antica che riemerge con grande frequenza dall’abbraccio del contemporaneo, una storia raccontata nei libri, nei manuali di storia della canzone, nelle antologie. Di seguito, rifuggendo un approccio filologico con annesse, noiose, ripetizioni, un essenziale, minimo, piccolo dizionario che provi a raccontarvela un po’.

A Milano non crescono i fiori: Incisa nel 1964 da Gino Paoli sul suo disco capolavoro “Basta chiudere gli occhi”, la canzone è capostipite di una serie di brani dedicati agli evidenti limiti della metropoli per la vita degli innamorati: al centro l’assenza di spazi verdi, l’asfittico del cemento che secondo Paoli rappresenta l’impossibilità dei due amanti di trovare un luogo romantico – nel più retorico dei sensi – dove appartarsi. Sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano, avrebbe cantato, mosso da analoghi sentimenti, Memo Remigi solo un anno dopo, nel 1965, nella più grande hit sull’amore meneghino. Mentre Paoli, dal 1959 a Milano a incidere per Ricordi, dà alle stampe questo 45 giri scritto con Franco Migliacci, nello stesso anno, Enzo Jannacci, nel suo primo album in studio (La Milano di Enzo Jannacci) consegna alla storia della canzone milanese la sua versione di Quella cosa in Lombardia, testo del poeta Franco Fortini e musica del compositore Fiorenzo Carpi che pure, con linguaggio ben più alto e insieme una maggiore schiettezza, interpreta ed evidenzia nuovamente il tratto neorealistico di questa problematica emersa con l’esplosione del boom:

Sia ben chiaro che non penso alla casetta 
due locali più i servizi, tante rate, pochi vizi,
che verrà quando verrà…
penso invece a questo nostro pomeriggio di domenica,
di famiglie cadenti come foglie… 

di figlie senza voglie, di voglie senza sbagli;
di millecento ferme sulla via con i vetri appannati
di bugie e di fiati, lungo i fossati della periferia…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore?
Non ho detto “andiamo a passeggiare”
e neppure “a scambiarci qualche bacio…
Caro, dove si andrà, diciamo così, a fare all’amore? 

 

1965 - Memo Remigi - Innamorati a Milano

 

Businate: Prima che a Milano arrivasse la canzone in senso moderno, era facile imbattersi in brani nei quali trovare influenze di stornelli toscani e di matrice popolare lombarda originatasi oltre i confini milanesi. I primi canzonieri milanesi, comunque, risalgono a una fase di poco successiva all’Unità d’Italia, compilati da Bolza ed editi nel 1856 da Ricordi; al loro interno si trovano filastrocche, strofe e strofette della tradizione orale e, specialmente, le businate.

Dette anche bosinad, in dialetto, come certe forme canzone di provenienza partenopea, raccontano storie d’amore, eventi storici noti o nascosti, vicende spiccatamente popolari. Il termine deriva da bosin, il modo in cui vengono chiamati i cittadini brianzoli che dalla campagna arrivano in città come veri e propri cantori di strada. Tra le businate conservate troviamo brani giunti a Milano da tutta la Lombardia. Tra loro i prodromi ottocenteschi delle canzoni della mala come la versione originale e dark di Porta Romana, o La povera Rosetta, sull’omicidio di una prostituta commesso dalle forze dell’ordine, ma anche prime testimonianze della quotidianità che ruota intorno a Milano: La bela Giulietta (1840) racconta delle prime donne che prendono i treni della linea a vapore Milano-Monza e Ohi bella se vuoi venire invita ad approfittare di un servizio Omnibus di tram a cavallo inaugurato nel gennaio del 1861.

Carpi (Fiorenzo): Nato a Milano, Fiorenzo Carpi De Resmini, noto alla stampa e alla storia semplicemente come Fiorenzo Carpi, è un personaggio chiave della storia del teatro e della canzone milanese – due mondi che, come spiegato più accuratamente in altre voci di questo piccolo dizionario, vivono frequentemente insieme.

Autore di brani capitali della tradizione come Ma mi, Hanno ammazzato il Mario, La luna è una lampadina, Carpi è il compositore di punta del Piccolo Teatro e lavora a lungo al fianco di Dario Fo, Franco Parenti e il Gruppo dei Gobbi di Franca Valeri e Vittorio Caprioli.

Di formazione classica, è famoso per uno spiccato ecclettismo che lo rende adatto tanto alla canzone per il Cabaret quanto alla scrittura di colonne sonore (la più famosa resta quella de Le avventure di Pinocchio ma non dimentichiamo quella di Diario di un maestro) o, ancora, a mettere in musica le parole di – solo per citarne alcuni – Alberto Arbasino, Franco Fortini (Quella cosa in Lombardia è sua), Alberto Moravia. Con un repertorio di brani funzionali – in primis al teatro – e insieme profondamente autoriali e di spessore, Carpi lavora a Canzonissima mentre diventa una figura centrale nei teatri di tutta Europa – da Madrid a Salisburgo passando per Monaco e Vienna.

 

 

Celentano (Adriano): Mentre a Milano sembrano tutti impazziti per il jazz, qualcuno, da una casa di via Gluck (giusto dietro i binari della stazione Centrale) perde la testa per Elvis e, soprattutto, Jerry Lewis. Il suo nome è Adriano Celentano e parlare di lui limitandosi alla sola connessione con la canzone a Milano è davvero limitante. Tuttavia, va detto, da Il ragazzo della via Gluck, fino a Un albero di trenta piani, passando per un brano dedicato esclusivamente a un amore sbocciato sugli spalti di San Siro durante il derby Inter-Milan (Eravamo in 100.000), Celentano scrive e canta spesso della sua città, partecipa a musicarelli ambientati a Milano (Urlatori alla sbarra), incontra nei bar Pasolini che lo adora (e impazzisce per Il tuo bacio è come un rock) per lavorare con lui al suo La nebbiosa e nasce artisticamente tra le braccia del primo, fortunato, festival rock cittadino. Tuttora è impegnato socialmente e si interessa di tematiche di rilevanza sociale milanese – questioni ecologiche e architettoniche della città – e si può affermare che quella per Milano, in Celentano, non sia affatto una presenza fantasma ma, anzi, un’ispirazione attiva.

 

 

Della Mea (Ivan):  Nato a Lucca ma emigrato da piccolissimo a Milano, quella di Della Mea è la voce di punta della canzone operaia milanese. Della Mea sceglie sin da giovanissimo di cantare principalmente in lingua meneghina, rappresentando di fatto l’unico esempio di cantautore politico dialettale italiano. Non riesce mai, di contro, pur avendo composto e pubblicato dischi fino agli anni ’90, ad affermarsi fuori dal confine, se non cittadino, quantomeno regionale. Autore di spicco di brani noti come El me gatt, una ballata sulla vendetta del proletariato o O cara moglie – forse il più struggente canto italiano scritto con l’Io narrante di un operaio in lotta, Della Mea resta purtroppo confinato nel mondo della canzone politica e sconosciuto a molti, nonostante abbia dato alle stampe album di rilievo come “Io so che un giorno” (1966) e “Ringhera” (1974).

 

 

Derby: In viale Monte Rosa 84, nel 1960, a pochi passi da San Siro, c’è un’oasi speciale per gli amanti della musica in città. Il Gi-Go club è un locale con filodiffusione, arredamento alla moda, aria condizionata e uno scantinato in cui si beve whisky e si ascolta jazz. Non sono molti gli avventori, un po’ per la posizione periferica e un po’ perché in città la cultura di massa resta ancora quella del teatro di rivista e dell’avanspettacolo.

Angela e Gianni Bongiovanni, zii di Diego Abatantuono, sono una coppia che sceglie la sfida e sposa l’esigenza di Enrico Intra, figura di punta nell’organizzazione di serate di musica live e cultura, di offrire alla città un luogo in cui la musica sia la protagonista e non più semplice sottofondo. Il Gi-Go diventa allora l’Intra’s Derby Club, nome nato dalla vicinanza con lo stadio e dall’aspirazione verso un modello come il Piper Club, il locale di via Tagliamento a Roma, punto di riferimento per i nuovi talenti.

Dal Derby passano set jazz ma pure spettacoli di poesia dada e sul suo palco arrivano Burt Bacharach, Charles Trenet, Amalia Rodriguez, John Coltrane, Quincy Jones, Mina e i divi della Mala come Luciano Lutring, “il solista del mitra”.

 

 

Sul palco dell’Intra’s Derby Club, poi solo Derby Club, si fanno le ossa Teo Teocoli (già con I Quelli a fare beat a Milano), Massimo Boldi (già batterista straordinario), Diego Abatantuono, Paolo Villaggio, Gianfranco Funari, Giorgio Faletti e poi, naturalmente, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Cochi e Renato, I Gufi, Herbert Pagani, Piero Ciampi, Celentano, i New Dada e i genovesi Bindi, Tenco, Paoli.

Dino Buzzati e Luciano Bianciardi frequentano assiduamente il locale fino a quando Enrico Intra trasferisce la propria attività di arte e scouting in pieno centro, al Corso di corso Vittorio Emanuele, lanciando, tra gli altri, una giovane Caterina Caselli e lasciando al Derby originario il ruolo di spazio cabaret, quello da cui Silvio Berlusconi pescherà poi gran parte del cast del Drive-In, trasformando gli ultimi scampoli dell’intrattenimento della Milano notturna in intrattenimento televisivo nazionale.

 

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Fo (Dario): molto prima del Nobel, Dario Fo è una delle figure dello spettacolo milanese che sposa un fenomeno centrale nel cambiamento strutturale della canzone italiana, ravvisando in essa un’opportunità di trasferire al mondo le istanze, i pensieri, le condizioni del proletariato. Dario Fo sceglie sin dal principio di aderire a un’idea di canzone popolare che è soprattutto canzone politica, inserita all’interno di una tradizione viva com’è quella dei Cantacronache o del nuovo canzoniere italiano e che vede in prima linea figure come Laura Betti, Giovanna Marini e Fausto Amodei. Fo firma con Jannacci, o scrive per lui, i testi di alcune delle sue canzoni più note: L’Armando, T’ho comprà i calzett de seda, La luna è una lampadina e, soprattutto, Ho visto un re, il vero capolavoro della canzone milanese moderna, un mix di italiano e lingua meneghina, la miglior lettera d’amore alla vitalità e la migliore presa in giro dei padroni, scritta nella storia della canzone italiana: un brano comunista nell’ossatura. Fo, nato sul Lago Maggiore, occupa spazi importanti a teatro e poi in radio e in TV e, nonostante le sue canzoni ‘milanesi’ confluiscano tutte nel repertorio di Enzo Jannacci e Ornella Vanoni, il suo apporto di drammaturgia del testo prestata dal teatro alla canzone resta un epocale e fondamentale alla vicenda della canzone a Milano.

 

 

Gaber (Giorgio): nato in via Londonio, Giorgio Gaberščik in arte Giorgio Gaber, ambienta lì la sua Dove l’ho messa, mentre via Pacini è il teatro di Pressione bassa e l’intera Milano è scenario decisivo ne La peste. Il teatro canzone, l’estrema innovazione che Giorgio Gaber offre alla canzone italiana e, più in generale, allo spettacolo della nazione, muovendosi tra canzoni e copioni coadiuvato da Sandro Luporini, è solo un Giorgio Gaber, quello degli anni ‘70, che proseguirà poi fino agli ’80 ma che, agli esordi, insieme al drammaturgo, scrittore e regista teatrale Umberto Simonetta, racconta invece la Milano degli anni ’60, dell’esplosione del rock’n’roll e dei signor Cerutti, quella del Il Riccardo, dei Trani a gogò, de Le nostre serate e di una nuova versione, più romantica e meno oscura – divenuta poi la più nota – di Porta Romana.

Il ritratto che ne esce è quello di una Milano nuova, pungente, intelligente, colta, dove la mala si trasforma in un raduno di giovani che vogliono divertirsi e perdere tempo per sfuggire a una forma di nausea alla Sartre, il tutto, naturalmente, prima che esploda il Sessantotto e che malinconia e retorica vengano spazzate via definitivamente.

 

 

Gufi (I): Dovessimo essere brevi – e dobbiamo esserlo – diremmo che I Gufi sono un caso unico all’interno dell’intero panorama dello spettacolo italiano, qualcosa di, tuttora, irripetuto. Mescolare perfettamente alto e basso, l’eredità evidente di Ettore Petrolini e quella degli esistenzialisti, ironia e poesia, quotidiano e universalità, un mix di operetta, sceneggiate e parodie, caricature di Claudio Villa e di Modugno, un repertorio italiano e uno dialettale per, in tutto, dodici album in meno di sei anni. Fellini chiede loro di dirigere un loro spettacolo e intanto, i quattro, partecipano a spettacoli di Giorgio Gaber ma pure a puntate di Studio Uno. Humor nero, grottesco, satira, sempre sui bordi di una malintesa volgarità, Roberto Brivio, Gianni Magni, Lino Patruno e Nanni Svampa cantano i classici milanesi come Crapa Pelada con uno stile da maestri dell’arte attoriale e non esitano a sfiorare temi scatologici, morte e sesso o a raccontare, semplicemente, il romanticismo di una gita amorosa al cimitero.

 

 

Jannacci (Enzo): Una maschera ai livelli di Buster Keaton, dice di lui chi lo scrittura ai suoi esordi in Milanin Milanon (di cui parliamo più giù); autore, interprete e attore, è il nome più noto e più completo in grado di rappresentare la canzone milanese approdata alla propria modernità, anche fuori dalla regione. Amato da Umberto Eco, Cesare Zavattini, Luciano Bianciardi, passa dal rock demenziale con Giorgio Gaber nel duo I Due Corsari a scrivere con Dario Fo, alleggerendone lo schematismo ideologico. Sceglie una chiave interpretativa bizzarra, ormai nota come ‘schizo’, insomma, decisamente fuori dai canoni delle vocalità dell’epoca e, invero, di ogni tempo a noi conosciuto, con la finalità di mettere il proprio stampo d’interpretazione al servizio di tempi scomodi e di denunce in forma canzone. Sospeso allora proprio tra denuncia e mai agognata hit parade con El portava i scarp del tennis offre il manifesto umano della milanesità buona, solidale – basti pensare che oggi la canzone dà il titolo alla rivista dei senzatetto milanesi (tema trattato nella canzone). Ma, mentre Vengo anch’io. No, tu no rende Jannacci noto a un pubblico più vasto di quello milanese culturalmente impegnato, è con pezzi come Vincenzina e la fabbrica, Ragazzo padre, Io e te che Jannacci affronta in modo completo e maturo l’emarginazione (anche quella strettamente connessa alla Milano del boom) in ognuna delle sue declinazioni, autoproclamandosi, di conseguenza, lo svitato che tra un film di Ferreri e il lavoro di medico chirurgo, riesce lucidamente a dare voce a ogni sfaccettatura profonda della più complessa e culturalmente varia tra le città del Paese.

 

 

 

Jazz: Dall’Ambassadors’ in zona Sempione fino al Santa Tecla, passando per la Taverna Mexico a Largo Maria Callas, e poi il Jazz Power, il Ponte di Brera, il Bolgia Umana, il Capolinea, il Derby, le Scimmie: è facile rendersi conto di quanto la Milano che si apre alla canzone sia catalizzata dal jazz. La canzone milanese intesa nella sua accezione più moderna, nasce proprio dalla familiarità esistente, in città, tra jazz e cantautori del futuro. Non stupisce, insomma, che Jannacci faccia il suo primo provino con Cerri (di fatto un jazzista) e che uno come Kramer (jazzista, anche lui) sia uno dei personaggi protagonisti di questa storia.

Milano, negli anni in cui la canzone sta esplodendo, è un luogo importante e non trascurato anche da jazzisti di altissimo livello, uno snodo importante all’interno della mappa delle tappe dei loro Tour internazionali.

Non sempre, tuttavia, le cose vanno benissimo.

 

 

Billie Holiday, per esempio, arriva a Milano in una fase già avanzata della carriera, nel 1958, scritturata da un impresario che si occupa di spettacoli di ben altra lega, viene buttata in cartellone al cinema Smeraldo in una scaletta fatta di giocolieri e cantantucoli. Pochissimi, insomma, tra i presenti, riconoscono la grande cantante nella voce distorta dell’ospite internazionale e la diva viene scambiata per un’ubriacona e prematuramente cacciata dal palco.

Chet Baker, di contro, viene scelto dal Grand Hotel Duomo a cavallo tra l’ultimo giorno del 1959 e i primi giorni del 1960 ma, purtroppo, la musica fatta per balli sfrenati non era esattamente il repertorio di Baker che dopo pochi minuti dal suo inizio, alla festa del veglione dell’ultimo dell’anno, deve accogliere insulti e schiamazzi da parte del pubblico scontento e, quindi, del capo. Tuttavia, Baker, ha una buona fortuna al Santa Tecla dove si esibisce al fianco di Caterina Valente e ha modo di conoscere Cerri, Sellani, Libano e gli altri compagni di avventura presenti nel suo Chet Baker in Milan, inciso in quelle giornate (in cui partecipa anche a Urlatori alla sbarra, impreziosendo definitivamente il piccolo musicarello milanese con un’esecuzione del masterpiece di Umberto Bindi, Arrivederci). Va decisamente meglio a John Coltrane che si esibisce a Milano, al Teatro dell’Arte, il 2 dicembre del ’62.

 

 

Kramer: Gorni Kramer, mantovano, approdato a Milano dopo essere partito per l’Inghilterra e aver lavorato nel mondo del jazz, nel dopoguerra è un punto di riferimento centrale nel mondo del jazz nostrano, compone di tutto con facilità e velocità estreme e si fa conoscere anche negli ambienti televisivi e radiofonici RAI. Con doti di arrangiatore di prima categoria, Kramer si circonda di talenti smisurati: da Franco Cerri a Wanda Osiris, Renato Rascel, il Quartetto Cetra, tutte figure centrali in un momento di contaminazione tra jazz e canzone appena nata. A Milano Kramer lavora per il teatro di rivista e assume il ruolo di tramite tra il mondo colto, quello della cultura alta, e il nascente ambiente delle canzoni. Direzioni d’orchestra con Lelio Luttazzi e un’attenzione alla forma popolare lo rendono un padre assoluto della canzone pop a Milano ma, più diffusamente, una sorta di divulgatore nel passaggio molto delicato dal melodramma alla canzone popolare.

Live & Recital: “Enzo Jannacci in Teatro”, uscito nel novembre 1964 è il primo disco live della discografia italiana. Viene registrato a Milano nei due mesi e dieci giorni di spettacolo cittadino, prima al Teatro Gerolamo e poi all’Odeon in via Santa Radegonda (oggi un cinema della catena The Space). Uno spettacolo di 22 canzoni live che, sebbene non testimoniate interamente all’interno dell’LP, portano su disco il repertorio di una star cittadina in ascesa. L’album contiene Veronica, ambientata tra il Teatro Carcano e via Canonica, ma anche Sfiorisci bel fiore e L’Armando, suggerendo una gamma espressiva varia e strabiliante agli occhi di chi la vide nascere.

L’altra avanguardia cittadina, in fatto di live, è il noto Recital di Sergio Endrigo, tra costume e politica, che vede protagonista, oltra alla musica in senso stretto, anche filmati e poesia. La cornice, ovviamente, è quella avanguardistica del Piccolo Teatro mentre la direzione è, come da storia artistica di Endrigo, nelle mani di Luis Bacalov.  Il titolo dello spettacolo è L’arca di Noè, ed Endrigo, nelle note del disco che documenta la serata del 7/3/1970, scrive: “Dopo molti anni di dischi, playback televisivi, Sanremi e Canzonissime, un’esperienza nuova. Cantare in un teatro vero per un pubblico che guarda, ascolta, giudica, applaude, partecipa. Un’esperienza inusuale per un cantante in Italia, sinceramente avrei paura di ripeterla”.

 

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Milly, Milva e Maria Monti: Dalla tradizione all’avanguardia, Milly, Milva e Maria Monti rappresentano l’intero arco – tutto in M di Milano – di un cambiamento consistente all’interno della storia della canzone italiana e milanese.

Milly, vero nome Carla Mignone, è alessandrina e nasce nel 1908, lavora sin da giovanissima nelle compagnie di rivista più importanti d’Italia, lancia il brano storico S.T.R.A.M.I.L.A.N.O. (da cui oggi deriva il nome della gara di corsa pubblica più famosa in città); De Sica la vuole nei suoi film e il principe Umberto di Savoia la corteggia dalla platea durante uno dei suoi spettacoli, mentre lei si gode la fama e il risarcimento di un’infanzia complicata, viaggiando tra Parigi e New York. Dalla gavetta a Brecht, dalla rivista italiana ai teatri di tutto il mondo, Milly, a Milano, passa con agilità e sapienza dalla prosa, alla TV, al recital.

Scrive Cesare Pavese, nel 1927: “Bella sempre, ha sempre in faccia la stessa meravigliosa giovinezza, avrei voluto essere solo nel palco più chiuso, vedere lei, sola sola ai miei occhi, star là sempre, non avere da pensare, fuori dal teatro: chissà con chi è adesso”.

Rincara, più sul piano professionale, Harper’s Bazaar al centro degli anni ’70: “Fu regale con la canzonaccia trasformandola in qualcosa di nobile come solo la Dietrich e la Piaf riuscirono a fare. Milly appartiene a questa razza solitaria che nelle trame della vita trova sempre un modo di essere, riemergere, esistere in modo decisivo, rendendosi davvero indispensabile”.

 

 

Milva, vero nome Maria Ilva Biolcati, nata a Goro di Ferrara nel 1939 è la vera erede di Milly, moderna Piaf o meglio ancora Ute Lemper italiana. Cantante, attrice, interprete internazionale, capace di partire dalla vitalità artistica tutta meneghina e di trasformarla in un mix perfetto di musica popolare, musica colta, teatro, politica, recital, musical. Recita, sotto l’ala di Strehler, in alcuni spettacoli di prosa e musica del Piccolo – da Ma cos’è questa crisi? a Parole e canzoni di Bertolt Brecht e da Milano diventa nota a Berlino, Edimburgo, Bruxelles, New York. Non di rado vi sarà capitato di trovare qualche suo vinile in giro per mercati e negozi d’Europa. Canta in molte lingue, lavora a interpretazioni di prosa ma anche con la musica contemporanea di Luciano Berio e poi con Franco Battiato, nei recital, affermando la propria capacità interpretativa del tutto al servizio della canzone colta italiana.

 

 

Maria Monti: unica milanese del trio, nasce in città alla fine di giugno del 1935 ed è naturalmente attrice e cantante: poco interprete e molto ricercatrice. Il suo ruolo di palombaro nella ricerca delle origini e insieme dell’avanguardia della forma canzone, la rende una figura incisiva e magica negli annali di quello che stiamo raccontando. Riscoprì, tra le altre canzoni, un fondamentale della musica milanese come La balilla, poi canonizzata e catalogata da Nanni Svampa.

Animata da un lato profondamente ironico perfetto per spettacoli e recital (ricordiamo Il Giorgio e la Maria, con Giorgio Gaber, compagno di vita e di scena nel 1961), Maria Monti è però in primis un talento poliedrico, curatrice de La memoria di Milano, nella collana Folk della Cetra nel 1972, canta molti inni femministi ante litteram e si distingue per una presenza artistica lontana da compromessi e da riscoprire. Umberto Eco scrisse di lei: “Capace di aver portato l’esile e consunto filone della mala a fasti volutamente spogli, dona a un genere nato come prodotto astratto il sapore di una nuova poesia milanese”: questo grazie a una carriera sempre basata sul rischio personale – a costo di una certa ostracizzazione discografica – in nome della difesa di una qualità di ricerca e scelta.

 

 

 

Milanin Milanon: Stagione teatrale del Teatro Gerolamo, anno 1962-1963, uno spettacolo di prova viene annullato e il regista milanese Filippo Crivelli, insieme a Roberto Leydi, etnomusicologo e studioso di musica popolare, decide con il direttore del teatro – allora Carlo Colombo – di sostituire quella prosa con un’opera musicale milanese. Sotto consiglio di Paolo Grassi vengono scritturati Tino Carraro e Milly, reduci da una stagione di successi al Piccolo. Oltre a loro due vengono scelte Sandra Mantovani, cantante e ricercatrice di musica folk e culture contadine, Anna Nogara e Giorgio Gaber che però dice no a causa di un’ingestibile quantità di impegni nei recital e nelle balere. Giorgio Gaber però segnala Enzo Jannacci, che in quel periodo scriveva soprattutto in milanese.

Lo spettacolo, che  prende il titolo da un’opera di prose cadenzate di Emilio De Marchi, raccoglie le voci delle canzoni, delle poesie ma soprattutto degli strati umani e sociali di Milano; debutta il 14 dicembre del 1962 e resta a lungo un punto di riferimento archetipico dello spettacolo cittadino, incarnando il ruolo di fenomeno intellettuale e pop insieme e, ugualmente, capace al contempo di riportare all’ascolto la storia cantata della città e presentare le grandi novità del futuro, di cui Jannacci è certo la più importante. Pubblicata nel 1973 in vinilie dalla Vedette Records, “Milanin Milanon” è un primo documento di ricerca sullo spettacolo milanese.

 

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Ricordi (Nanni): Carlo Emanuele Ricordi, detto Nanni, nasce a Milano nel ’32 e dal ’58, affiancato da Giampiero Boneschi, Franco Crepax e Gianfranco Reverberi diventa il re dello scouting meneghino ma, in realtà, una figura di importanza capitale per la discografia di tutta la nazione, inventando, con dedizione, fortuna e talento fuori dal comune, il cantautorato in senso non solo concettuale ma, appunto, strettamente discografico. Ricordi aveva assistito, giovanissimo, alla prima incisione della Dischi Ricordi, si trattava della Medea eseguita da Maria Callas che all’epoca era scappata proprio per fratellanza con Nanni Ricordi, dal suo contratto con La Voce del Padrone. Ricordi, che ha il suo quartier generale nella Galleria del Corso, ai numeri 2 – 6, nei pressi di piazza Beccaria, scova, scrittura e coltiva artisticamente, in un arco di tempo davvero esiguo, tutti i più grandi talenti della nuova canzone italiana: Tenco, Endrigo, Lauzi, Paoli, Bindi, Ciampi, Gaber, Jannacci. L’operazione Ricordi – come amo chiamarla – non cambierà soltanto il destino del cantautorato nazionale ma inciderà la maggior parte dei racconti della Milano di quegli anni: il delitto d’onore di Via Broletto 34 di Endrigo, l’Autunno a Milano di Piero Ciampi, allora Piero Litaliano e molti altri ritratti piccoli dagli arrangiamenti spesso irripetuti – è in questi anni che si afferma la figura mitica e perduta dell’arrangiatore – della Milano che si adagia nel boom.

 

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Strehler (Giorgio): inventore e fondatore di uno dei laboratori principe della cultura italiana del Novecento, il Piccolo Teatro di Milano, Giorgio Strehler lavora per tutta la vita con la finalità di sottrarre la tradizione culturale italiana alle convenzioni e ai cliché su scala internazionale. Inserire la canzone in questo progetto, come parte essenziale e fondamentale della comunicazione innovativa italiana, è una delle basi assolute del pensiero strehleriano che mise al centro il teatro canzone di Giorgio Gaber ma pure la malavita cantata da Ornella Vanoni (giovanissima compagna nella vita e sua sodale artistica) e, dall’estero Brecht e Weill. A Strehler, da Canzoniere, dobbiamo soprattutto la scrittura del testo di Ma mi, brano musicato da Fiorenzo Carpi che è forse, ancora oggi, la più famosa canzone milanese dell’epoca nonché la più importante canzone della mala, l’unica a essere conosciuta su larga scala anche fuori dai confini lombardi. Al centro del pezzo una storia ambientata al carcere di San Vittore durante la Resistenza.

 

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Svampa (Nanni): Nato all’ingresso milanese di Porta Venezia, zona popolata, poco prima della Seconda guerra mondiale, dal ceto popolare della città, Nanni Svampa, che pure visse alcuni anni lontano da Milano, ne resta l’interprete decisivo ma, soprattutto, il cantore più stretto, in senso filologico. Oltre all’attività con I Gufi e alla sterminata produzione come autore, Svampa pubblica la più grande antologia mai composta della canzone milanese: Milanese. Antologia della canzone lombarda, una raccolta in 12 volumi che rappresenta, a oggi, una delle più vaste ricerche sulla musica dialettale della Lombardia e di Milano specialmente. Ogni volume racconta una tematica precisa e si va dalla canzone delle origini (quella dell’800) passando per i canti della mala, temi sociali e canzoni dedicate e mestieri.

L’antologia è stata compilata con l’aiuto del critico, cantautore e musicologo Michele Straniero, fondatore a Torino del gruppo Cantacronache e precursore del cantautorato in senso moderno.

 

 

Vanoni (Ornella): Si iscrive alla Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo, dice, ‘per la noia borghese, la noia dei ricchi’, Giorgio Strehler la nota immediatamente e rimane istantaneamente colpito dalla sua bellezza, un mix di fragilità e slancio che lo fa innamorare. Se la coppia nella vita non dura a lungo, il sodalizio artistico si configura presto come uno di quelli destinati a durare nei decenni. La Vanoni è un’artista e un’interprete in tutto e per tutto eclettica, multiforme, perfetta per dare voce alla drammaticità e all’intensità delle storie della Mala cittadina costruendo in modo teatrale e quasi inconsapevole, il prologo glorioso di una delle più lunghe e luminose carriere tout court, sui palchi d’Italia. Bella, algida, oscura, con una voce profonda, dal timbro inconfondibile che eseguirà – spesso nelle loro versioni migliori – tutte le maggiori hit della canzone milanese, la Vanoni si trova coinvolta in un inizio di carriera dal repertorio colto, che le conferirà a lungo l’etichetta di artista intellettuale del canzoniere milanese (prima dell’incontro con Paoli e di tutto il resto…)