Per gentile concessione di: Cristian Mungiu, Oleg Mutu
Commenti

Nuova Onda Rumena

Palme d'oro, realismo minimalista e festival: guida al nuovo cinema della Romania.

 

“Non esiste un cinema rumeno degno di questo nome”. Con queste parole, Alex Leo Serban, critico, concludeva un suo articolo del 1993 intitolato Su un cinema che non esiste. Sono passati oltre vent’anni, e il panorama cinematografico della Romania è cambiato radicalmente.

Oggi, non solo esiste un cinema nazionale, ma ha guadagnato un tale peso e una così spiccata popolarità che non esiste festival, in Europa, dove il cinema rumeno non faccia la sua comparsa. Soltanto quest’anno, il Festival di Cannes ha ospitato cinque film inviati dalla Romania: un numero sorpassato soltanto da Francia e Stati Uniti.

Ma cos’è cambiato in questi ultimi vent’anni? Innanzitutto, è cambiato chi il cinema lo fa; i nuovi cineasti rumeni fanno parte di una generazione nata alla fine degli anni Sessanta, che ha cominciato la propria carriera all’inizio del Ventunesimo secolo. È questo il “Nuovo Cinema Rumeno”, quel gruppo che viene spesso soprannominato la “Nuova Onda”.

 

1-verticale

 

Di norma, ricolleghiamo il termine “Nuova Onda” alla Nouvelle Vague, la corrente francese sorta alla fine degli anni Cinquanta cui facevano capo personalità quali Jean-Luc Godard, François Truffaut, Agnes Varda, Eric Rohmer, ecc. Da allora il termine è stato riciclato in decine di occasioni. Abbiamo avuto la Nuova Onda Cecoslovacca e quella giapponese (la Nuberu Bagu); ne abbiamo avuta una brasiliana (il Cinema Novo) e una iraniana, taiwanese, e così via. Nessuno di questi movimenti ha uno stretto legame estetico con la Nouvelle Vague, ma in tutti i casi si tratta di un gruppo di registi che utilizzano formule estetiche e principi tematici comuni, che li separano da ciò che c’era prima. Il termine stesso (“nuova”) non vuole necessariamente rappresentare la giovane età degli artisti. La “novità” sta infatti nella loro intenzione di separarsi dalle “vecchie” formule del loro cinema nazionale.

Sebbene abbiano fatto proprie queste caratteristiche (l’abbandono del vecchio, le scelte estetiche comuni, i temi affini), i registi della Nuova Onda Rumena sono però un caso a sé, perché loro stessi hanno rifiutato questa etichetta, criticando un termine potenzialmente generalista. Ma esiste davvero questa Nuova Onda Rumena?

Il primo utilizzo di questa denominazione risale al 2001, quando la stampa nazionale se ne è servita per definire Marfa si banii, il lungometraggio d’esordio di Cristi Puiu. Il film, che racconta di un giovane a corto di soldi pagato per consegnare un misterioso pacco a Bucarest, è un thriller incrociato con un road movie dallo stile semi-documentaristico, e può essere considerato il capostipite della nuova generazione.

Le cose cambiavano nel 2007, con la Palma d’Oro di Cristian Mungiu per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, un film storico sull’aborto sotto il regime di Ceaușescu. Con il primo grande successo di Mungiu, il termine “Nuova Onda” cominciava a spuntare nelle pagine della stampa internazionale.

 

Il trailer di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni.

 

Cristi Puiu non ha mai preso le distanze dal concetto di “Nuova Onda Rumena”, pur criticandone la mancanza di coesione: infatti, il regista sostiene che tra i filmmaker ci siano troppe differenze (non soltanto formali) perché costituiscano un movimento coerente, una singola “onda”. Nonostante ciò, Puiu lascia paradossalmente intendere che sia stato proprio lui, con il suo “realismo minimalista”, a influenzare l’intero gruppo di registi. In Romania, prima di Marfa si banii e, soprattutto, prima de La morte del signor Lazarescu (una black comedy su un anziano in fin di vita che viene rimbalzato di ospedale in ospedale) il realismo minimalista sostiene lui – non esisteva.

Non è un’esagerazione – o, se non altro, non lo è del tutto. I suoi due film d’esordio sono stati senz’altro i primi della “Nuova Onda”, e ne costituiscono le fondamenta. Rappresentavano un cambio di rotta radicale, inesistente in una Romania abituata a film che erano un pastone di generi e goffo melodramma. Alla fine degli anni Novanta infatti, l’industria cinematografica rumena si trovava in grave difficoltà. Alla mancanza di fondi rispondeva con tentativi di realismo troppo televisivo e parabole con la mano pesante, e nell’annata 1999-2000 la crisi era tanto evidente che la nazione non era riuscita a produrre neanche un lungometraggio. Il Nuovo Cinema Rumeno, con la sua ventata di novità – oltre al suo successo internazionale – sconvolgeva l’intera industria cinematografica del paese.

 

 Il trailer di A est di Bucarest.

 

Nel 2006, a un anno dall’uscita de La morte del signor Lazarescu, un trittico rumeno faceva il giro dei festival: la satira di A est di Bucarest di Corneliu Porumboiu, il dramma nostalgico Come ho trascorso la fine del mondo di Cătălin Mitulescu, e il tono più aggressivo e cupo de La carta sarà blu di Radu Muntean. Tre film sulla Rivoluzione del 1989, una trilogia simile alla trilogia della guerra antifascista di Rossellini. La riflessione sugli anni del Comunismo andava a culminare, un anno più tardi, con la Palma d’Oro a Mungiu.

Se è vero che tutti questi film sono stati influenzati dal Cristi Puiu degli inizi, sarebbe un errore attribuire il loro realismo minimalista solamente al suo lascito. L’influenza utilitaristica di cui la Nuova Onda Rumena si è nutrita ricorda un po’ il neorealismo italiano. A dirla tutta, più di qualsiasi altra “onda,” il neorealismo è proprio il movimento più vicino al cinema rumeno del nuovo millennio: nato come reazione necessaria alle condizioni economiche e sociali dell’Italia post-bellica, utilizzava i limiti fisici ed economici a proprio vantaggio, rifiutando l’estetica – e l’impianto fascista –  dell’industria cinematografica preesistente, quella dei cosiddetti “Telefoni Bianchi”.

La massima attenzione era posta sul realismo dei luoghi, degli attori non professionisti, delle storie contemporanee socialmente rilevanti. Ingiustizia, oppressione, conflitto di classe e povertà erano il fulcro del discorso. Anche se non si sono mai prefissati regole e scopi comuni, come avevano fatto i neorealisti, i registi rumeni di oggi condividono col cinema italiano postbellico un simile contesto politico ed economico. L’esperienza della dittatura e della Rivoluzione dell’89, nonché gli effetti del decennio post-comunista sulla società, sono alla base del loro cinema. Il modo di fare cinema che li ha preceduti è visto come un fallimento morale e artistico, proprio come i neorealisti vedevano la generazione dei Telefoni Bianchi.

Il cupo realismo minimalista da cui sono caratterizzati è sia una scelta sia una necessità: al di là della reazione all’artificialità del cinema rumeno pre-2000, le difficoltà economiche del nuovo cinema erano sormontabili solamente attraverso un cinema “povero”.

Quando non sono i registi stessi a manifestare la propria mancanza di fiducia nei confronti dell’autorità, a farlo sono i loro personaggi.

Come nel neorealismo, la realtà locale ha una rilevanza fondamentale: i loro film hanno risonanza e temi universali, ma i registi della Nuova Onda si interessano soprattutto ai propri concittadini, alle loro difficoltà sotto il Comunismo, o negli anni dopo il crollo del regime. Anche quando l’influenza del regime comunista è inconscia, e non dichiarata, è indubbio che questo contesto politico e sociale sia stato l’incubatrice di questa generazione di cineasti. Il Comunismo non ha soltanto un valore storico reale, ma quando lo trascende si trasforma in un’entità di terrore intrinseca all’identità nazionale rumena. È una paura che si manifesta, primariamente, in un’avversione (volontaria o involontaria) nei confronti delle istituzioni e della burocrazia. Si pensi a Polițist, Adjectiv di Corneliu Porumboiu, dove ci si prende gioco delle forze dell’ordine (a partire dal titolo, che utilizza la parola “polizia” come “aggettivo”); o, ancora, ai servizi sanitari e ospedalieri presi di mira ne La morte del signor Lazarescu; o alle istituzioni religiose criticate in Oltre le colline, film di Mungiu del 2012. Quando non sono i registi stessi a manifestare la propria mancanza di fiducia nei confronti dell’autorità, a farlo sono i loro personaggi.

André Bazin, il celebre teorico del cinema formatosi all’interno della Nouvelle Vague, faceva una distinzione tra i registi che “credono nell’immagine” più che nella realtà, e quelli che “credono nella realtà.” È chiaro che il Nuovo Cinema Rumeno propenda per questa seconda opzione, e i primi film dei suoi esponenti presentano caratteristiche molto simili, ma ognuno ha deciso di inseguire la propria versione della realtà.

Puiu è più influenzato dai documentaristi che dagli autori di film di finzione, e lo esprime in uno stile freddo, oggettivo, privo di espressionismo. Mungiu, dalla sua, aggiunge un minimo di stilizzazione, puntando a creare un’atmosfera più classica, e a creare un vero e proprio universo all’interno del film. Mungiu crede nella storia, e si concentra sulla storia, mentre Puiu sostiene che “il cinema non è nato per raccontare storie: è stato dirottato dalle storie.” E, ancora, Porumboiu si serve del realismo come rampa di lancio per creare degli esperimenti di decostruzione, come in Polițist, Adjectiv, dove decostruisce un genere (il “poliziesco”), o come in A est di Bucarest, nel quale mette in scena un talk show che accetta chiamate per celebrare la caduta del regime comunista.

 

2-verticale

 

Si può, quindi, parlare di una Nuova Onda? Che una corrente esista è certo. Il problema sorge quando si associa questa etichetta a certi registi, piuttosto che a certi film. È un errore pensare che ogni film di Cristi Puiu o di Cristian Mungiu d’ora in avanti sarà un film della Nuova Onda, Come sarebbe un errore considerare Roberto Rossellini o Luchino Visconti dei registi neorealisti  tout-court perché, nella loro carriera, hanno realizzato anche film neorealisti.

Un allontanamento da questo concetto, e un avvicinamento al cinema di genere, si può vedere in esempi recentissimi e altrettanto celebrati nei festival, come Aferim!, il western in bianco e nero di Radu Jude, o il suo adattamento storico di un romanzo di Max Blecher ambientato nel 1937 (Inimi cicatrizate); o, ancora, se si pensa a De ce eu?, thriller politico di Tudor Giurgiu, e a Câini, western neo-noir  di Bogdan Mirica. È un peccato che la “Nuova Onda” abbia cominciato a venire usata come etichetta automatica per contrassegnare la qualità di un film, per segnalare il “film rumeno d’essai”. Se un film rumeno finisce in un festival, viene considerato degno di esserne parte. In caso contrario… Probabilmente non ha raggiunto i livelli della Nuova Onda.