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Nel 1976, a New York

40 anni fa i Ramones entravano in studio per registrare il loro primo album. Ricordo in musica di una New York che non esiste più.

 

Sono passati 40 anni esatti da quando i Ramones incisero il loro primo album, destinato nel giro di pochi mesi a diventare una pietra miliare del nascente punk, e manifesto in musica di quella New York sporca, decadente e pericolosa di cui erano ritratto quartieri allora degradatissimi come l’East Village e il Lower East Side. Dire che la New York dell’epoca era molto diversa da quella di oggi è il classico eufemismo di circostanza: diciamo piuttosto che stiamo parlando di due città diverse, ma diverse per davvero; e per quanto i Ramones vengano tuttalpiù ricordati per le sbarazzine melodie in odor di bubblegum music, di quella New York lì i Ramones restano un concentrato da manuale.

Prendiamo una cosa come “53rd & 3rd, secondo singolo tratto dall’album d’esordio del gruppo:

 

53rd and 3rd, standing on the street/53rd and 3rd, I’m tryin’ to turn a trick.

Scritto dal bassista Dee Dee Ramone, il brano è il racconto in parte autobiografico di un ex berretto verde che per rimediare una dose di eroina si prostituisce in piena Midtown Manhattan (l’angolo tra terza e cinquantatreesima strada che dà il titolo al pezzo); nonostante ancora fino ai primi anni 90 l’area fosse nota per essere uno dei principali snodi della prostituzione maschile, appena pochi mesi dopo la pubblicazione del singolo l’isolato narrato da Dee Dee sarebbe stato demolito per far posto al grattacielo della Citicorp. Alla zero tolerance di Rudolph Giuliani mancavano ancora molti anni, ma bisogna dirlo: è un particolare che a posteriori sa di presagio. 40 anni dai Ramones che entrano in studio, sono anche 40 anni di una città che non esiste più. Ricordarla in musica ci è sembrato a questo punto il minimo.

Sono 40 anni di una NY che non esiste più. Ricordarla in musica ci è sembrato il minimo.

 

I Ramones dal vivo al CBGB, settembre 1974.

Nel 1976 era già un paio d’anni che i Ramones si erano fatti la fama di paladini del CBGB, il lercio locale sulla Bowery “culla del punk newyorchese”. Prima di loro, a pubblicare un album ci aveva già pensato Patti Smith, che del CBGB era assieme alla rivale Blondie la regina pressoché incontrastata. Tra Ramones e Patti Smith correva un oceano di differenze: i primi si agghindavano da teppisti di strada e suonavano canzoncine di tre accordi sparate alla velocità della luce, la seconda era una fine intellettuale che citava Rimbaud e che scriveva brani sofferti oltre che pensosamente maudit.

 

Il Patti Smith Group in Pissing In A River, 1976. Non viene specificato se il fiume in questione è l’Hudson o l’East River.

Il gruppo del giro CBGB più affine alla Smith erano dopotutto i Television, un quartetto fondato da un tizio che, in uno slancio di modestia, decise di farsi chiamare nientemeno che Tom Verlaine. Alla pubblicazione del primo album i Television sarebbero arrivati solo a febbraio 1977, ed era un disco che di “punk” aveva poco se per punk intendiamo musiche troglodite, testi arrabbiati e rigorosamente niente assoli. Basta confrontare la New York raccontata da Tom Verlaine con quella del Dee Dee a caccia di una dose: “Venus” in particolare è una delle più belle e commoventi dichiarazioni d’amore alla Grande Mela, se non alla stessa idea di metropoli tout-court. La città viene paragonata al caldo abbraccio della Venere di Milo, passeggiare per le sue strade è talmente inebriante da far pensare a “qualche droga nuova”, e come se non bastasse Broadway looked so medieval. Sarà pur stata una città a pezzi e sull’orlo della bancarotta, ma la New York di metà anni 70 era anche un posto accogliente, addirittura fatato; quantomeno è difficile che adesso, a passeggiare per Broadway, venga in mente l’aggettivo “medievale”. A meno che in qualche teatro dalle parti di Time Square non diano un musical su Re Artù, chiaro.

 

Right into the arms of Venus de Milo.

A incarnare davvero il proverbiale “lato oscuro” di New York, provvedevano semmai i Suicide, un gruppo talmente estremo (solo synth e voce!) che anche al CBGB il pubblico lo prendeva regolarmente a bottigliate. Da un duo che decide di chiamarsi “suicidio” non è che uno si possa aspettare granché in termini di ottimismo e belle speranze, ma un brano come “Frankie Teardrop” mette ancora i brividi: sia per la musica scheletrica, minacciosa, notturna ma senza lampioni che illuminano sia per il testo che racconta la storia di un ex operaio che un giorno torna a casa, fa fuori moglie e figli e poi che fa? Indovinato: si suicida. Secondo Nick Hornby è una canzone talmente terrorizzante che va ascoltata “una volta sola e poi basta”, ma noi ovviamente non siamo d’accordo e poi le playlist dello scrittore inglese non ci hanno mai convinto.

 

Ascoltare una volta sola e poi basta.

Piuttosto comprensibilmente, i Suicide divennero gli idoli di una banda di depravati che, una volta constatato il successo di Ramones, Television & Co, decisero di fare piazza pulita della “vecchia scuola” e di tradurre in musica tutto il senso di sfascio, abbandono, disperazione e nausea di cui erano testimonianza i cumuli di macerie accatastati per le strade del Lower East Side, un quartiere che all’epoca veniva comunemente paragonato alla Dresda post-bombardamento e dove invece adesso puoi girare in tutta tranquillità addirittura di notte. I depravati in questione erano i gruppi della cosiddetta No Wave, e la figura più rappresentativa di quella piccola scena composta in egual misura da tossici e artisti trés engagé resta probabilmente Lydia Lunch, ai tempi voce e leader dei Teenage Jesus & The Jerks. L’assillante “Orphans” fa passare l’incanto metropolitano di Tom Verlaine per una zuccherina poesiola d’amore adolescenziale: qui niente Broadway su cui affacciano castelli e torri merlate, solo “orfani che corrano nella neve insanguinata, senza caviglie e senza vestiti”. Raccapricciante.

 

Degrado.

I gruppi della No Wave ebbero com’è noto un breve flirt con Brian Eno (che produsse la raccolta-manifesto No New York), ma il gruppo più legato al genietto inglese furono sempre i Talking Heads di David Byrne, che a rigore intellettuale surclassava persino poeti come Patti Smith e Tom Verlaine. È rimasta nella storia la volta in cui Talking Heads e Ramones andarono in tour insieme, e questi ultimi rimasero sinceramente scioccati da un particolare del gruppo con cui condividevano il furgone: Byrne e compagni leggevano libri! È quindi probabile che Dee Dee e soci poco comprendessero gli arguti giochi di parole di brani come “Cities”, con versi tipo “Memphis, home of Elvis and the ancient Greeks”.

 

Le città elencate nel brano sono, nell’ordine: Londra, Birmingham e appunto Memphis. Incredibilmente, New York non compare.

Fortuna che a New York c’è il mare. E al mare si sa, uno può tanto leggersi un libro quanto cimentarsi in qualche riprovevole scherzo da spiaggia. A quale delle due attività si dedicassero i gruppi fin qui elencati, lo lasciamo decidere a voi. Ma se di spiagge newyorchesi si deve parlare…Be’, tocca di nuovo tornare ai Ramones. In questi giorni pare di capire che le spiagge del Queens siano ghiacciate, ma tenete duro che l’estate non è poi così lontana e “Rockaway Beach” funziona anche d’inverno.