Foto: Markus Luigs.
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Motorik City

Kraftwerk, D.A.F., Die Krupps, e i gruppi che hanno lanciato il “suono di Düsseldorf” nel mondo.

 

Il Mannesmann-Hochhaus è un grattacielo di 88 metri progettato da Paul Schneider-Esleben nel 1958 come sede dell’azienda metallurgica Mannesmann a Düsseldorf. Nei primi anni Duemila il grattacielo è passato dalla Mannesmann alla Vodafone, tanto per suggellare il passaggio dall’industria pesante alla new economy. Dal 2012 è in mano pubblica, e nel 2015 ha ospitato temporaneamente rifugiati come centro di prima accoglienza.

Come in tutta l’architettura funzionalista, anche nel Mannesmann-Hochhaus “la forma segue la funzione”; il grattacielo è basato sulla ripetizione di linee, colori, materiali e forme. Le parti prefabbricate sono assemblate in schemi pre-programmati che sembrano continuare all’infinito. Questo è un tipo di architettura che si trova un po’ ovunque girando per Düsseldorf; il ritmo di questa città è funzionalista esso stesso: meccanico, ripetitivo, funzionale alla produzione e al commercio… Ma non in modo brutale, come nella vicina Ruhr dove centri come Essen, Marl e Oberhausen si contraddistinguono per grigiore, ruggine e cemento armato. Düsseldorf semmai ha qualcosa di elegante e solido, che deriva dal boom economico degli anni Cinquanta e che da allora continua a contraddistinguerla.

 

La  Düsseldorf, “Silver Cloud”, 1976.

 

Non è un caso che i gruppi nati qui si chiamino Kraftwerk (centrale energetica) o Die Krupps (dal cognome di un’altra importante compagnia metallurgica) e che questi abbiano sviluppato un suono sintetico basato sulla ripetizione e sulla tecnologia. Il motorik, un ritmo di batteria che sembra procedere all’infinito, praticamente senza uscite, sviluppato da Klaus Dinger (Kraftwerk, Neu! e La Düsseldorf) è un po’ la base del suono di Düsseldorf. È un ritmo continuo e lineare come le Autobahn che solcano questa città e come il Reno, larghissimo a questa altezza e continuamente percorso da battelli commerciali.

 

Kraftwerk, “Autobahn”, 1974.

 

Il “suono di una città” è una bella metafora, che a partire dal paesaggio visivo (landscape) o da quello sonoro (soundcape) può facilmente essere utilizzato per spiegare una determinata scena musicale. Così la produzione automobilistica di Detroit è servita a critici e musicisti per dare un senso a generi autoctoni ma molto diversi, come il soul della Motown, il rock di Stooges e MC5 e la techno dei Belleville Three. Ha senso quindi parlare di suono di una città in relazione alla musica? Certamente, ma questo ha forse più a che fare con talenti individuali, con il networking in gruppi ristretti di persone (“la scena”) e con la competizione creativa, cioè con quella zuppa primordiale di sale prove, bar, club, discoteche e camere in affitto, dove si muovono geni, poeti, tossici, pazzi furiosi, artisti, affaristi, commessi di negozi di dischi, promoter, manager e baristi, che può essere rappresentata al meglio dalla Mos Esley Cantina di Guerre Stellari.

Düsseldorf

Foto: Markus Luigs.

La Electri_City Conference è una due giorni di concerti, film e dibattiti tenuta questo ottobre per la seconda volta, che vuole celebrare la città renana e il suo lascito per la musica elettronica. L’evento è organizzato da Rudi Esch, “Metalarbeiter in pensione” come si definisce, ma in realtà già bassista dei Die Krupps e scrittore, che ha appena pubblicato in inglese Electri_City: The Düsseldorf School of Electronic Music (Omnibus Press), una gigantesca storia orale della musica in città dal 1970 al 1986. Nel libro oltre alle parole dei protagonisti di allora, i membri di gruppi come Der Plan, D.A.F., Neu!, La Düsseldorf anche quelle di Bowie, Iggy Pop, Giorgio Moroder, Ultravox e Daniel Miller (Mute Records), che celebrano i suddetti gruppi renani. E poi ci sono ovviamente i Kraftwerk, quel gruppo che tutti conosciamo per i robot e forse meno per il loro determinante contributo allo sviluppo della musica, dall’hip-hop alla techno, dal synth-pop al rock.

 

Der Plan, “Adrenalin”, 1980.

 

David Bowie non ha mai nascosto la sua passione per la scena di Düsseldorf nel suo periodo “berlinese” (quello degli anni 1976-78). Nell’album Heroes, la traccia strumentale “V2 Schneider” è dedicata a Florian (figlio del sopracitato architetto Paul e fondatore dei Kraftwerk), e la celebre linea di chitarra di “Heroes”, suonata da Robert Fripp è in realtà un altro omaggio (o furto?) allo stile unico del chitarrista Michael Rother dei Neu!. Anzi, lo stesso titolo del brano potrebbe essere un omaggio alla canzone “Hero” dei Neu! (la cui linea vocale ha influenzato anche Johnny Rotten ai tempi dei P.I.L.).

Düsseldorf

Foto: Markus Luigs.

Nel libro di Esch ci sono decine di aneddoti, leggende e rimandi; alcuni forniscono versioni discordanti, altri rivelano tensioni non ancora sopite, mentre certe storie sembrano fermare il vortice del susseguirsi di spezzoni d’interviste. Una di queste è la storia di Wolfgang Riechmann, membro degli Spirits of Sound con Rother e Wolfgang Flür, che a poche settimane dall’uscita del suo disco solista Wunderbar viene accoltellato a morte senza motivo da due ubriachi nella Altstadt (centro storico). Wunderbar è un capolavoro di delicato synth-pop strumentale, che anticipa molto del lavoro di OMD e di altri protagonisti della new wave inglese e non.

 

Riechmann, “Wunderbar”, 1978.

 

Conny Plank è un’altra figura che aleggia su buona parte del libro. Plank è uno dei più grandi produttori della storia della popular music, e nel suo studio di Colonia hanno registrato tra gli altri Kraftwerk, Neu!, La Düsseldorf, Brian Eno, Devo, D.A.F., Ultravox, Eurythmics, Killing Joke, e già che ci siamo pure Gianna Nannini. Il lavoro in studio di Plank ha ispirato P.I.L., U2, Brian Eno, David Bowie, Depeche Mode e molti altri.

Düsseldorf

Foto: Markus Luigs.

La storia di Riechmann e quella di Plank rivelano l’invisibilità di molti suoni, scene e destini individuali, spesso dimenticati in nome del canone rock anglosassone. Questo avviene anche con il punk, che a Düsseldorf trova terreno fertile al Ratinger Hof, piccolo club spoglio con le luci al neon dove gruppi inglesi e americani come Wire e Pere Ubu tengono concerti leggendari. Il punk in Germania muta velocemente nella NDW (Neue Deutsche Welle, ‘nuova onda/new wave tedesca’), una versione del punk dilettantesca, infantile e sperimentale, che utilizza spesso la nuova gamma di sintetizzatori economici sul mercato o strumenti auto-costruiti, con testi in un tedesco strambo. È al Ratinger Hof che si formano ed esibiscono gruppi come D.A.F., Die Krupps, Fehlfarben, Der Plan, Pyrolator, Liaisons Dangereuses e Die Toten Hosen; il loro intento è essere il più diverso possibile dalle “rockstar” Kraftwerk.

 

Fehlfarben, “Tanz Mit Dem Herzen”, 1981.

 

Con la NDW la scena di Düsseldorf comincia a interagire con quella berlinese, che in quegli anni stava generando gruppi come Malaria!, Einstürzende Neubauten, Die Ärtze, Die Tödliche Doris, Nick Cave & the Bad Seeds ed altri, tutti uniti sotto l’etichetta Geniale Dilletanten. Questo momento storico è descritto in maniera formidabile dal documentario/film d’essay B-Movie: Lust & Sound in West-Berlin 1979-1989. Il B-Movie è stato proiettato alla Electri_City Conference alla presenza del protagonista Mark Reeder, che poi ha tenuto un intervento sul film, sulla sua esperienza di berlinese immigrato da Manchester, e sull’avere Nick Cave come coinquilino. Reeder tra le altre cose ha organizzato l’unico concerto berlinese dei Joy Division (che ispirerà il pezzo “Komakino”) e l’unico concerto di un gruppo punk tedesco-occidentale a Berlino-Est (i Toten Hosen, nuovamente, di Düsseldorf).

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Foto: Markus Luigs.

Il libro di Esch si conclude nel 1986, quando la scena si stava sfilacciando – come tutte le scene – tra aspettative o successi inattesi, trasferimenti e morti premature. Le pagine finali contengono una lista biografica di tutti i protagonisti, divisa in “persone” e “macchine”. E quello che più affascina di questa scena e di questo suono, è proprio l’abilità di sognare e razionalizzare il futuro, finanche nelle sue componenti più nichiliste di gruppi come i D.A.F. Un futuro del quale oggi abbiamo inesorabilmente nostalgia.