Foto: Michele Turazzi.
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A Mosca sulla Luna

Storie di esplorazioni del grande cosmo e della grande Madre Russia.

 

La fermata della metropolitana a cui dobbiamo scendere sembra un codice pin, ma di quelli difficili da ricordare perché è in cirillico. Mi sono abituata che tutto a Mosca è difficile, se non sei russo, e a differenza della fluida permeabilità turistica che si respira a Pietroburgo, nella capitale si è inevitabilmente stranieri in terra straniera. Per capire Mosca bisogna accettare di camminare alla sua velocità, seguirne i venti.

Mosca, città degli opposti, stretta e monumentale al tempo stesso, è una fantasia distopica di gigantesche falci e martello e angusti palazzi ottocenteschi. Quando si scende alla fermata ВДНХ, però, non c’è traccia di vicoli antichi, non c’è nessun piccolo passaggio in discesa da seguire distrattamente, solo un vasto e verde quadrato di periferia. Accanto all’uscita della metropolitana un parco si inerpica su una collinetta nascondendo una chiesa. È l’orario della messa e le babushke, testa nascosta da foulard neri a fiori, risalgono la strada. Poco più in là l’Hotel Cosmos richiama il viandante a una realtà più metropolitana e moscovita: un semicerchio immenso da 1777 camere e infinite finestre che, come l’albergo di Hilbert, può contenere infiniti ospiti, un Overlook Hotel in cui risuona a ogni ora l’Internazionale. In comune con quello che stiamo cercando, però, ha solo parte del nome: il Museo della Cosmonautica avrà ben altro aspetto.

 

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Imponente ma inaspettatamente armonico, il memoriale agli eroi dello spazio si apre davanti a noi: una spianata cinta dai busti dei primi cosmonauti, Yuri Gagarin, Valentina Tereshkova, Pavel Belyayev, Vladimir Komarov, e tutti i volti di un sogno fantascientifico che un giorno è uscito dal dominio onirico per farsi notizia da telegiornale. In fondo, si innalza un grandioso monumento in titanio: il fumo dei reattori è un’onda sinuosa verso il cielo e lassù, piccolo come la Madonnina del Duomo di Milano, un razzo perso tra le nuvole.

Ma, come si diceva, Mosca è una distopia, e dal gigantesco si deve tornare all’angusto che la periferia sapientemente nasconde: per raggiungere le profondità galattiche bisogna prima scendere sottoterra. Dal basamento del monumento, scolpito con un bassorilievo che ritrae tutti i protagonisti delle prime missioni, cani inclusi, si accede al museo, un vasto antro di meraviglia, una cattedrale laica sommersa in cui resti di viaggi spaziali e riproduzioni di manufatti e capsule sono diventati reliquie.

Fu inaugurato nell’aprile del 1981, il Museo della Cosmonautica, in tributo a Yuri Gagarin che nello stesso mese vent’anni prima era stato il primo uomo a orbitare attorno alla Terra, per ottantotto minuti. Dopo la crisi seguita al lancio dello Sputnik, che aveva fatto sprofondare gli Stati Uniti nel panico e trasformato la guerra fredda in quella serie di eventi di straordinaria portata che ricordiamo come “corsa allo spazio”, l’URSS aveva raggiunto in barba agli americani un altro primato: il primo essere umano in orbita, il primo essere umano che, da lassù, aveva guardato il pianeta e lo aveva visto azzurro e bellissimo, con le città brillanti come porporina. La NASA, infatti, era stata fondata solo nel 1958, un anno dopo il lancio dello Sputnik, e gli Stati Uniti appaltavano le missioni spaziali ora alla marina ora alla DARPA, mentre Radio Mosca annunciava al mondo il primo satellite, il primo cane, il primo uomo, le prime foto del volto sconosciuto della Luna.

 

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Il Museo della Cosmonautica è un portale temporale verso altri decenni, dove si teme la guerra nucleare e si sognano gli alieni. Ogni sala trasuda la stessa straniante estetica: i manufatti sono carcasse di plastica, i materiali rimandano a un immaginario di vecchie lavatrici e cucine in formica delle case degli anni ’60. Eppure, prodigi di tecnologia, hanno toccato le stelle, letteralmente, e adesso si fanno toccare dalle mani sudaticce dei turisti, confinati in un’immobile prigionia, perché il tempo vero scorre di sopra, dove i ragazzini corrono intorno al monumento per scoprire ogni volto e ogni figura scolpita e si fanno fare le foto sotto al bassorilievo di Lenin. Sottoterra il tempo ha un altro ritmo, attutito, silenzioso, rimbalza dalla statua dorata del cosmonauta che accoglie i visitatori a braccia aperte alle pietre riportate in ricordo dal suolo lunare, come i vetri di bottiglia smussati dal mare che si mettono in tasca prima di partire dalla riviera. C’è la tuta di Gagarin e la capsula Vostok che gli ha dato le ali, lo Sputnik che ha sconvolto l’America, e persino Belka e Strelka, le due cagnette che orbitarono intorno alla terra per poi tornare in Russia sane e salve ed essere ricoperte di onori e croccantini. Guardano i visitatori con i loro occhi di vetro, impagliate in un’eterna gloria, onore che non è toccato a Laika, primo animale nello spazio, destinata già al momento del lancio a morire in missione. Ci sono satelliti e modellini, capsule in cui entrare, e lunghe sale, queste invece più recenti, in cui si spiegano con foto e gagliardetti le cooperazioni spaziali e la storia della Stazione Spaziale Internazionale che ogni giorno orbita sulle nostre teste.

 

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L’internazionalità, in ogni caso, è la percezione falsata di qualche corridoio: il Museo di Cosmonautica è fatto per celebrare la Russia, in russo, per turisti russi. Dalle tariffe all’entrata, alle schede esplicative sulle teche, ogni parola è scritta in cirillico. Una scelta che risulta strana, a occhi europei, nell’ottica di una celebrazione che si dovrebbe voler rendere tangibile al mondo intero, ma che ci parla di quella nazionalistica consapevolezza di grandeur imperiale che si respira non appena ci si perde per le strade della capitale. C’è la Russia, ci sono i suoi confini, e c’è quello che Russia non è più e a cui sentiamo di appartenere, con un sentimento di vergogna e curiosità, alla fermata ВДНХ della metropolitana.

ВДНХ, che in caratteri latini si scrive VDNKh, è un acronimo di natura molto più terrena rispetto alla corsa alle stelle. Si riferisce infatti al Выставка достижений народного хозяйства tornando all’alfabeto locale, che dovrebbe significare più o meno Esposizione dei progressi dell’economia del popolo e che conosciamo come Centro espositivo di tutte le Russie. Il popolo in questione è quello delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, dunque della vecchia URSS, e l’esposizione è un gigantesco parco, annunciato nel 1935 e inaugurato soltanto nel 1939, con piazze e fontane, disseminato di padiglioni che celebrano produzioni alimentari e successi sovietici.

 

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La prima sensazione che si avverte varcandone la soglia, nel mio caso con la mente ancora rivolta agli astri, è una volta di più lo straniamento temporale. I padiglioni sono ben più imponenti di quanto mi aspettassi: sono appena stati restaurati dopo l’abbandono seguito al governo Krusciov e i loro stucchi e le loro facciate sono sfolgoranti sotto al sole, testimoni di una ricerca di grandezza sfacciata e quasi pacchiana e del lavoro di centinaia di artisti, muratori, scalpellini che hanno dato forma alla scultura più imponente così come al più piccolo chicco d’uva. Ricordano templi classici, ma sono costellati di simbologie tipiche dell’architettura stalinista prebellica, simili a quelle raffigurate nella linea circolare della metropolitana: bassorilievi di maiali e conigli, statue di tori e cesti ricolmi di frutta, affreschi che ritraggono contadine stanche e felici, immagini che chi attraversa Mosca si abitua a vedere nei punti più impensabili, qui radunate come in una grande festa contadina. La fontana intitolata All’amicizia tra i popoli, gigantesca e opulenta come tutto quello che incontriamo qui dentro, è in bronzo placcato d’oro e attorno a lei danzano sedici figure femminili: una kolchoziana per ogni repubblica sovietica.

Il parco espositivo, simbolo maestoso e prepotente della politica di Stalin, è prima di tutto un luogo dove sognare, un altro tempio laico – questo però all’aperto, ed enorme e dorato – dove il popolo contadino potesse allo stesso tempo veder celebrate le proprie fatiche e sentirsi spronato a raggiungere i traguardi economici richiesti dal Partito. Se al momento della sua costruzione, allora, l’Esposizione doveva suscitare lo sgomento e l’ammirazione di quei contadini che da ogni kolchoz dell’impero venivano portati a visitarla come premio per un lavoro duraturo e ben fatto, ancora oggi suscita lo stupore dei turisti, quasi tutti russi come quelli del Museo della Cosmonautica, in visita alla capitale da altre regioni di uno Stato che di certo è di dimensioni ridotte rispetto all’ex-URSS ma che è comunque il più vasto di questo nostro mondo. Di nuovo gli ori e gli stucchi contrastano con l’aspetto di chi li guarda, tragicomico nei suoi vestiti in un afoso pomeriggio di agosto, nelle magliette sudate, nelle infradito col tacco, nei selfie stick protesi come lanciatori Vostok verso il cielo. In posa davanti ai padiglioni e alle fontane, famiglie e coppie si fanno fotografare con quei simboli di una passata grandezza che forse alcuni sognano ancora, il simulacro possibile di una Grande Russia mai davvero dimenticata, da chi ancora ne porta le ferite come da chi ancora ne rivendica l’eredità.

 

Foto di Michele Turazzi.