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Mondo Jacopetti      

Ritratto del padrino dei mondo-movie, unico credibile incrocio tra D'Annunzio e Antonio Ricci.

 

Occhi azzurri e crudeli, spianati sul mondo. Parole e cineprese maneggiate con la stessa canagliesca disinvoltura. Una vita smisurata, attraversata senza pentimenti, senza mai rinunciare alla propria orgogliosa amoralità. Con i suoi novantadue anni vissuti da testimone, spesso in prima linea e quasi mai attendibile, del secolo breve e dei suoi strascichi, Gualtiero Jacopetti è stato il trait d’union concettuale tra Gabriele D’Annunzio e Antonio Ricci. Fondere estetismo kitsch esoticheggiante e grevità adrenalinica da infotainment ante litteram lo ha reso l’indubbio precursore di quello che oggi appare come il linguaggio dominante, non solo dell’informazione, ma dell’intera contemporaneità.

In Jacopetti files, libro di recente uscita per i tipi di Mimesis,  Fabrizio Fogliato e Fabio Francione ricompongono vita e opere di quest’arcitaliano impudente. I due autori hanno assemblato interviste, testimonianze, recensioni, utili a ricostruire un’esistenza sempre sospesa tra rotocalco, codice penale e romanzo di formazione dal retrogusto colonialista.

Tra le righe trapela tutto il disinvolto cinismo di un antiumanista programmatico. Granitico, nell’ostentare una presunta appartenenza ad una classe eletta, per censo, per razza e per abilità narrativa. Toscano di Barga, figlio della Lupa, avanguardista, parte volontario per una guerra cominciata da fascista ortodosso e conclusa tra le file della Quinta armata statunitense. Nell’immediato dopoguerra sembra assestarsi su una paradossale terza posizione, monarchica e filoamericana, ancorata ad un anticomunismo viscerale. Dismessa la divisa, la smania forte è quella di raccontare il mondo. Spesso reinventandolo, come un novello grande immaginifico.

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La copertina di Jacopetti Files, Mimesis edizioni.

Il mondo del giornalismo lo affascina da quando era adolescente. Indro Montanelli, toscano come lui, è il suo primo mentore: gli commissionerà reportage da zone pericolose del globo, aprendogli le porte del Corriere della sera. Ma per Jacopetti la scrittura diventa presto un mezzo obsoleto:

“Io nasco come giornalista, e morirò giornalista. Sono passato dalla macchina da scrivere a quella cinematografica: un passaggio tecnico, che mi ha permesso di catturare testimonianze immediate. Il giornalista classico, fino a quel momento, era uno che si portava dietro un fotografo, con un armamentario ingombrante, per ricavare due immaginette, con cui corredare l’articolo. Nell’immagine in movimento, invece, intuivo un potenziale sconvolgente. Avevo milioni di fotografie, il movimento, la voce da aggiungerci, la musica, il suono d’ ambiente, i silenzi. Tutti mezzi per condurre il fruitore, nel mondo che avevo costruito per lui. Con la parola scritta avrei sprecato fiumi di retorica, senza raggiungere il mio obiettivo”.

La Settimana incom, nelle sue mani, diventa lo spregiudicato cinegiornale con cui collaudare un’estetica riduzionistica, che caratterizzerà tutto il suo cinema: gli oggetti e i personaggi, sbucati dalla penna  o inquadrati dalla camera,  vengono raccontati in funzione di una tesi pregressa, selezionandone, e a volte inventandone, i dettagli più paradossali e estremi.

 

I cinegiornali di Gualtiero Jacopetti.

 

Nel 1954 fonda il settimanale illustrato Cronache, originale commistione di politica, società, costume e cronaca rosa. Mirata al ludibrio di ministri grotteschi, divi del cinema colti in piena ubriachezza molesta, ex milionari al tubo del gas, dittatori all’ultimo atto, madonne rurali apparse a smarrite pastorelle, nei recessi della provincia italiana. Refrain immancabile, un’esibizione insistita di procaci pin up. Un circo prelibato, per la bulimia onirica di Federico Fellini: è questo il brodo primordiale da cui germoglierà la Dolce vita.

Al punto che il regista riminese vorrebbe ingaggiare Gualtiero come attore protagonista, del suo film in costruzione. Capello ondulato, lucido e corvino, sguardo di ghiaccio, ghigno maliardo, affabulazione melliflua: Jacopetti è fin troppo aderente al profilo dell’intellettuale molto corruttibile che Fellini ha immaginato. Rinuncerà al ruolo, senza ripensamenti, forse conscio di quanto il personaggio gli somigli. Restìo a finire in balìa delle fantasie altrui, lascia che Fellini si crogioli nella lascivia morbida, più passiva, di Mastroianni. Marcello, anche nella perdizione, conserva sotto le occhiaie l’innocenza pigra di figlio di mamma ciociara. Temporaneamente traviato dalle  cattive compagnie della metropoli, ma sempre redimibile. Jacopetti, dal canto suo, è proprio una di quelle seducenti cattive compagnie: un masnadiero fatale, abile a gestire intrighi, persone e giornali. Capace di adescare per svago una zingara tredicenne, in una torbida notte romana. E di sposarla, in una gelida stanza di Regina Coeli, per evitare ulteriori conseguenze penali.

Il fattaccio lo renderà impresentabile, nei salotti e nelle redazioni glamour. Per tutti, ma non per Angelo Rizzoli. Sedotto dalla sua aria da filibustiere, il vecchio tycoon vede in Gualtiero il tombeur de femmes che avrebbe voluto essere. Il facoltoso produttore è incolto ma intuitivo, come tanti imprenditori abili a farsi strada, tra  le macerie del dopoguerra. Intravede per primo il potenziale innovativo del linguaggio jacopettiano. Scrittura Gualtiero prima per Europeo ciac dal 1956 al 1958, e poi per  Ieri..Oggi.. e domani, nel ’59.

Gualtiero non sa chi sia Debord. E se lo sapesse, non gliene importerebbe nulla. Perché la realtà, per lui, non esiste in sé. È solo una materia prima grezza.

Gualtiero ha finalmente tutta la carta bianca che cercava, per dare pieno corpo alla propria visione del mondo. Nello stesso periodo Guy Debord manifesta i suoi primi sintomi di disgusto, per un mondo delle immagini considerato in espansione metastatica, destinato in un futuro prossimo a fagocitare la realtà. Gualtiero non sa chi sia Debord. E se lo sapesse, non gliene importerebbe nulla. Perché la realtà, per lui, non esiste in sé. È solo una materia prima grezza, un magma indistinto da stuprare con voluttà, deformandola e ricreandola a proprio piacimento, libero da ogni zavorra etica. Facendola a pezzi e rimontandola con sapienza, conferendogli una patina attraente. Covando il primo embrione di una società fondata sullo spettacolo, non vuole redimere, né consolare: trova l’animale umano un’incurabile patologia. Bizzarra, a volte comica, da porre continuamente alla berlina.

La cifra jacopettiana trova la sua riconoscibilità in una voce over da dio spietato, inesorabile nel determinare un’interpretazione univoca, sprezzante, delle immagini. Eludendo ogni empatia con il soggetto inquadrato.

 

Il trailer di Mondo Cane, 1962.

 

Mondo cane, realizzato nel 1962 con i complici Franco Prosperi e Paolo Cavara, è un ambizioso newsreel su scala planetaria, summa di bizzarrie del pianeta, presunte o reali. A foraggiare il progetto è il solito Rizzoli. La fotografia è puro ipnotismo sgargiante, esplosione cromatica pop, in cinemascope, punteggiata di zoom ruffianeschi. Le musiche suadenti di Riz Ortolani ammantano anche i frammenti visivi più crudi. Ogni pretesto è buono per mostrare donne nude, partendo dalle assatanate ninfomani di una tribù della Nuova Guinea, accostate alle sovreccitate fan americane del latin lover italiano Rossano Brazzi, erede designato di Rodolfo Valentino. Seguite da indigene a seno scoperto che, appena perso un figlio, si consolano allattando un maialino. Sovrapposte a sofisticati gourmet americani, intenti a guarnire, servire e gustare vermi e topi muschiati. Segue pletora di maiali ammazzati brutalmente in un villaggio africano, con carosello di anatre ingozzate con l’imbuto per la produzione del fois gras .

Si vira poi su tartarughe che perdono l’orientamento, a seguito di esperimenti atomici e muoiono sotto il sole, dopo aver smarrito la via dell’oceano. L’ebete vitalità degli alcolisti di Amburgo si sovrappone alle raggelanti mummie dei cappuccini di una catacomba romana, ed ai Vattienti grondanti sangue nella provincia di Catanzaro, dediti all’autoflagellazione, in piena crisi mistica. Il risultato finale è un’enciclopedia morbosa e paratattica di bizzarrie, ambiguamente in bilico tra realtà e finzione. Incurante dell’attendibile, perfetta per sfamare le golosità clandestine di un pubblico sessualmente represso dalle sagrestie. Un abbozzo in nuce dell’odierna, sterminata, tassonomia delle aberrazioni offerta dalla rete, che alla fine degli anni Novanta trovò nel sito americano Rotten.com una delle sue manifestazioni più compiute. Oggi ampiamente superata da migliaia di epigoni.

Il canone classico dell’etnografia viene cestinato senza remore: le vicende umane e animali si fondono in un’entropia immune all’influenza di leggi superiori. L’uomo non beneficia di una particolare dignità, che lo distingue dalle altre specie viventi: la sua natura è darwinianamente ferina. Il buon selvaggio non esiste, ma nemmeno il buon civile: li accomuna la stessa, ineluttabile propensione alla violenza, e non c’è speranza di mutamenti sociali. Ai più evoluti, gli occidentali, spetta il compito di addomesticare con durezza i più selvatici. Per conservare un precario equilibrio, che consenta all’umanità di sopravvivere ostinatamente, quanto forse insensatamente, a se stessa.

 

Africa Addio, 1966.

 

Africa addio, del 1966, realizzato nuovamente in combutta con Prosperi, è un altro tassello fondamentale dell’universo jacopettiano. I due autori, a modo loro, raccontano le conseguenze della dismissione coloniale. L’Africa viene descritta come ancora troppo acerba, per essere liberata dal giogo europeo. Jacopetti e il suo clan riscrivono liberamente storia e geografia africana, sbracando in un sanguinoso feuilleton subsalgariano, girato con settecento milioni, sufficienti a fornire al film il respiro del grande kolossal.

Gli esiti drammatici della riforma agraria del Kenya vengono messi in scena ingaggiando figuranti tra i dipendenti di un compiacente farmer italiano. Splendide case coloniche appaiono così invase e deturpate, in balia del bivacco sciamannato dei vandali neri.

Nella realtà storica, ignorata da Jacopetti, la riforma, decretata dalle autorità britanniche, non ha garantito minimamente un’equa ripartizione delle terre a beneficio degli africani. Tredicimila coloni bianchi inglesi hanno continuato a prosperare felicemente in Kenya, vedendo triplicarsi le loro proprietà terriere e beneficiando di incentivi economici anglotedeschi.

In una sequenza girata in Angola, le truppe regolari stanano i partigiani locali, alzando il volume dei propri registratori, sui cui nastri hanno inciso i rumori della foresta. Pratica da film di Totò mai adoperata nella realtà, approntata di sana pianta da Jacopetti e filmata in maniera sporca, da cinéma vérité. Non è l’unica manipolazione: gli ugandesi vengono forniti di lance acquistate dalla produzione, per infilzare ippopotami in modo spettacolare, in un tripudio di barbarie.

Nella realtà gli animali vengono uccisi in modo meno coreografico, allo scopo di mantenere il patrimonio ittico del lago e tutelare l’industria locale della pesca.

Jacopetti e Prosperi sono impazziti, invasati come il Kurtz di Cuore di tenebra: guidano i plotoni di esecuzione dei mercenari, in Congo, organizzandoli ai fini della messa in scena del film.

Il film prende presto una piega gore: un’altra sequenza mostra centinaia di mani mozzate, residuo evidente della ferocia africana. In realtà sono tutte finte, arrivate in Africa per via aerea, acquistate con i soldi della Cineriz da una ditta italiana di effetti speciali. Come i manichini ripresi dall’aereo sulla spiaggia di Zanzibar, spacciati per i cadaveri dei musulmani trucidati in Tanzania. Troppo composti, con i vestiti ancora perfettamente intatti, per essere corpi in avanzata putrefazione su di una battigia.

Jacopetti mette in scena morti finte, ma sa dettare i tempi anche delle esecuzioni vere: così afferma Carlo Gregoretti, tassello fondamentale del clan jacopettiano. A metà lavorazione, abbandona sdegnato il set africano e torna rapidamente in Italia. Rilascia subito un’intervista all’Espresso dichiarando che Jacopetti e Prosperi sono impazziti, invasati come il Kurtz di Cuore di tenebra: guidano i plotoni di esecuzione dei mercenari, in Congo, organizzandoli ai fini della messa in scena del film.

Gregoretti racconta anche di mercenari sudafricani in attesa del cambio obiettivo dell’operatore, prima di scaricare la mitragliatrice su ragazzini mulelisti disarmati. Di agonie riprese da pochi centimetri, spostando i morituri per farli esalare sotto una luce migliore. Di soldati irregolari katanghesi ripresi in sorridente foto ricordo, con i piedi piantati sulla faccia dei prigionieri. Come accadrà ad Abu Ghraib e Guantanamo, in tempi recenti, con i persecutori assurti a videomaker improvvisati, dediti a documentare con demente fierezza le proprie torture. O come fanno oggi i registi dell’Isis, capaci di impregnare il jihadismo di cultura pop occidentale, masticando e rigurgitando abilmente un immaginario che proviene da action movie e videogame. Realizzando patinati snuff movie virali, amplificati dalla rete. Funzionali a far proseliti attraverso la seduzione spettacolare della morte, trasformata in bella immagine.

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Jacopetti + Vitti.

Nel 1955, anticipando di un decennio Africa Addio, il documentarista francese Jean Rouch girò in Ghana Les maitres fous, “I maestri folli”. Raccontava, senza cedere mai a forzature compiaciute, i rituali di una setta religiosa nata negli anni del dominio coloniale. Gli adepti venivano colti nel momento della possessione: in preda a convulsioni e tremiti, si lasciavano possedere dagli spiriti della forza: il governatore, il dottore, il conducente di locomotiva. Tutti ruoli dei loro dominatori bianchi, incarnati indossando divise sdrucite. Rivoltati in una farsa parossistica, raggiunta attraverso un perturbante quanto doloroso stato di trance. Una metafora viva e profetica di un’epoca, osservata dalla giusta distanza, con pietas, senza indugiare morbosamente. Un reperto utile ancora oggi, per recuperare la dimensione dell’osceno, di ciò che nel mondo greco doveva essere conosciuto ma non rappresentato, per conservare il senso del tragico e indurre a un’empatica riflessione collettiva.

Nell’era contemporanea, che ha reso tutto perennemente visibile e sempre più difficile da interpretare, il reale sembra ridotto ad uno sbiadito fantasma. Sarebbe forse utile tentare di allontanarsi dai tempi frenetici dello shock, del click compulsivo, del sensazionalismo, per riaccostarsi a una visione d’insieme più meditata e profonda, che sappia cogliere sfumature e differenze. Con buona pace di Gualtiero Jacopetti, pioniere della nostra epoca.