Foto: Francesco Pacifico.
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Molto Aalto

Visita alla casa sperimentale del grande architetto finlandese.

 

Nel ventunesimo secolo si è parlato di architettura sotto una sola lente: il lavoro delle archistar. Se chiamiamo un architetto archistar non intendiamo dire soltanto che è molto famoso, ma pure che le sue opere sono molto vistose. Vengono subito alla mente i rendering iperreali di Zaha Hadid, le sculturine di latta con cui Frank Gehry ragiona sulle sue visioni; viene in mente il Centre Pompidou, o il condominio di Libeskind a Singapore…

Alvar Aalto (1898-1976) sta a quegli architetti come i Boards of Canada stanno ad Avicii, Bill Callahan a Garth Brooks, Paul Thomas Anderson a Jonathan Nolan. E faccio questi esempi perché più che raccontare la storia di uno degli architetti più grandi e influenti del Novecento, romantico e umanista, tecnico e poeta, bonvivant e mistico, voglio far capire che la visita alla sua Casa Sperimentale in un’isola in mezzo a quella groviera di laghi che è il centro-sud della Finlandia dà la stessa sensazione che regala la scoperta di un disco fuori dal comune, di una voce toccante, di un regista inafferrabile. Vedere la Casa sull’isola di Aalto ci dice per la prima volta, o ci ricorda, che anche l’architettura può essere una cosa contenuta e umana, che rispetta certe parti sensibili della persona.

È un’esperienza facile da fare con le altre arti: si scarica il disco, o il film, male che vada si va al cinema… Vedere la Casa Sperimentale è più complicato, perché bisogna prendere un aereo per Helsinki, prenotare un albergo nella modesta cittadina di Jyväskylä, affittare la macchina e guidare un paio d’ore. Cioè bisogna andare in vacanza in Finlandia.

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Vacanze in Finlandia (io a dire il vero ci sono andato d’estate).

Ma insomma, è come ascoltare un disco. La Casa Sperimentale la si va a vedere a Muuratsalo dopo essere stati nell’isola accanto, Säynätsalo, a vedere il municipio di Aalto, un meraviglioso croccante di mattoni che dà un’insolita sensazione di sprezzatura e autocontrollo: ecco un architetto che invece di esagerare prende il funzionalismo e tutta quella Lego-sità dell’architettura europea novecentesca e ci fa qualcosa di giapponese. Per giapponese intendo che i volumi, sia interni che esterni, sono costruiti per toccarti sul piano emotivo, non per sbalordirti.

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Il municipio di Säynätsalo.

Felici di esserci sentiti like a virgin dopo tante esperienze architettoniche bombastiche (mi devo ancora riprendere dalle passeggiate per Singapore, o da Oculus, il centro commerciale a forma di spina dorsale di dinosauro che Calatrava ha costruito accanto al World Trade Center a New York), abbiamo preso la macchina e siamo andati a Muuratsalo, dove mi aspettava una guida e un gruppetto di turisti.

Gli architetti amano vivere alla grande, così Aalto, pochi anni dopo aver perso la prima moglie, Aino Marsio, con cui aveva lavorato sia alle opere architettoniche sia alla fabbrica di oggetti di design di famiglia, Artek, sposa una seconda architetta, Elissa Mäkiniemi, e insieme decidono di costruire una casa per le vacanze in un’isola che al momento in cui se ne innamorano, i primi anni Cinquanta, non è collegata alla terra ferma né alle isole circostanti: bisogna arrivarci in barca.

Noi invece prendiamo il ponte e una volta sull’isola parcheggiamo lungo una strada provinciale e ci avviciniamo all’appuntamento: si entra da un cancelletto da cui un sentiero si inoltra fra alte conifere abbastanza fitte da non farci vedere la casa fino all’ultimo. La guida ci porta però prima a vedere due cose quasi più belle della casa. La prima è la barca con cui Aalto e sua moglie arrivavano sull’isola.

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La barca.

Si chiama Nemo Propheta in Patria perché Aalto si considerava un viaggiatore, amante di ogni paese dell’Architettura, dall’Italia agli Stati Uniti, poco compreso dai connazionali. Ricercatore instancabile, il suo problema era connettere due ideologie opposte: il romanticismo nazionalista e lo stile internazionale. Ci è riuscito sia con le sue opere che con i mobili di Artek, e anche costruendo una barca con il timone a prua per poter chiacchierare senza il rombo del motore nelle orecchie. E ci è riuscito con la sauna, che è la seconda cosa che ci portano a vedere: nella tradizione finlandese, è una sauna a fumo, bella annerita, con l’odore di legno affumicato, sta nel bosco ed è costruita in un modo particolare; i tronchi non sono pareggiati, uniformati: siccome alla base sono più larghi che in cima, quelli usati uno sopra l’altro in orizzontale per fare le pareti vanno a scendere, così che l’entrata della sauna è più alta della parete in fondo.

Infine si arriva qui:

 

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Non so se si capisce dalle foto, ma la casa sperimentale di Alvar Aalto fa uno strano effetto a chi è abituato a godersi sia l’architettura modernista che quella spettacolare delle archistar: è giocosa ma insieme piccola, contenuta. Non punta al grande effetto. Questi muri bianchi, interrotti dall’entrata, stanno su uno strano confine tra il sembrare del tutto assurdi e l’essere invece vissuti, a pelle, come normali muri bianchi visti tra gli alberi.

Oltre i due muri bianchi c’è una corte quadrata. Su uno dei lati, il muro è aperto e nello spazio aperto, come si vede nella foto qua sotto, c’è un’apertura squadratamente irregolare che vuole omaggiare i ruderi romani o greci, copiandone in qualche modo l’effetto piacevole che noi italiani conosciamo bene… quello che si prova nelle ville dove ci sono mura diroccate, non so, penso al Parco degli Acquedotti a Roma.

 

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Nonostante le premesse, la corte non ha niente di monumentale. Il motivo per cui si chiama casa sperimentale è che Aalto voleva approfittarne per sperimentare. Nella parete qua sotto, della corte finto-romana, si vedono tutti vari giochi di mattoni. L’intera corte è un quaderno di appunti su come usare mattoni e mattonelle, non c’è una sola parte che si possa considerare definitiva, ufficiale.

 

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Da questa corte si entra nel soggiorno, soppalcato per avere anche lo studio. È una stanza dalla luce irresistibile da cartone giapponese. Siamo entrati senza scarpe e non sarei mai voluto andare via: strano vedere, oggi, un’architettura famosa di pochissimo tempo fa così interessata alla sensazione domestica che crea invece che al senso di inquietudine o di prodigio o di fantastico sperpero. Questa è proprio una casa sul lago. Viene voglia di rimanere – scalzi. I mobili sono semplicissimi e alle pareti e sui tavoli troviamo foto dei picnic con amici e parenti.

 

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Dai vetri del soggiorno vediamo la corte e il lago. Aalto, uno dei più grandi architetti del Novecento, nel tempo libero voleva vedere questo. Non una casa di Iron Man, non grandiosi inferni di cristallo, ma eleganti vedute naturali, mattoni sporchi, umidi, coperti di muffa, e per ammirare tutto questo due panchetti con i cuscini blu. Che vita meravigliosa, che sana invidia che provo.

 

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Il resto della casa è a dir poco spartano, tanto che non ho foto. Ricordo tubature, teiere, minuscoli scrittoi nascosti negli angoli. Letti piccoli, bagni freddi. Bisogna conoscere se stessi per costruire da sé la propria casa, così girare per la Casa Sperimentale è come leggere la biografia di Elissa Mäkiniemi e Alvar Aalto.

 

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Ce ne andiamo dal retro, verso un altro sentiero che riporta alla strada. È proprio una casa modernista, eppure non sembra: sembra solo una casa sul lago molto confortevole, dove si vorrebbe essere invitati dagli eredi Aalto, che ancora ci vengono in vacanza (usano la parte più a monte). Loro sono i più fortunati di tutti, ma hanno anche un problema: la casa è tanto sperimentale da essere costruita sopra una serie di tronchi orizzontali che con gli anni deperiscono. Ogni tot, non ricordo se otto anni o qualcosa del genere, vanno cambiati. Gli operai devono tenere alzata la casa con delle macchine, sfilare i tronchi, sostituirli con nuovi tronchi.

E mi pare geniale che l’uomo che cercava le soluzioni comode, belle, familiari e simpatiche, per non farsi dire di essere troppo funzionalista inserisse questo scherzo. Diciamolo pure: questa trollata.