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Milano senza apericene

Sombrero Twist racconta la normalità di una città che non vorrebbe esistere.

 

Milano è una città a cui non è concesso di essere normale. La sua narrazione è sempre stata filtrata da un approccio espressionista che ne sottolinea la vocazione allo scintillio, all’ubriacatura della finanza e della moda, alla proiezione futuristica della pubblicità. Persino la cultura popolare ha sempre rafforzato lo stereotipo, aggiungendo, semmai, quello dell’anaffettività (Innamorati a Milano di Memo Remigi, Il ragazzo di campagna con Renato Pozzetto). Recentemente, la Milano in bicicletta di Pisapia ha puntato i riflettori su balconcini fioriti, piste ciclabili e fiere più o meno eque e solidali, portando in trionfo una realtà diminuita che poteva essere confusa con la normalità ma non lo è ancora.

 

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Quando giriamo per Milano, il nostro occhio è preparato a cogliere gli elementi di questo racconto: le modelle in odor di Corona (Fabrizio) in Corso Como, i latinos nella stazione del passante di Porta Venezia, le biondine abbronzate della Cattolica a Sant’Ambrogio, la street art in quell’allucinazione collettiva che si chiama NoLo e non più via Padova, e in centro, in generale, gente azzimata, rifatta, e di corsa (anche se meno che in molte metropoli del mondo). Ma la Milano normale, quella negata sia dal marketing del “brand Milano” che dalla cronaca nera, esiste e non è meno bella né meno affascinante.

 

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La racconta sombrero_twist, attraverso il suo profilo Instagram su cui ha pubblicato oltre 2500 scatti negli ultimi quattro anni. La prima traccia di normalità che ci mostra è quella demografica. Da Rocco e i suoi fratelli a MTV, Milano è la città dei giovani, eppure le strade sono piene di anziani, pochi dei quali abbastanza decorosi da figurare in uno scatto di Ari Seth Cohen o essere reclutati da Céline come Joan Didion.

 

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Gli anziani si soffermano a guardare le vetrine, più che i lavori in corso, chinandosi in pose poco fotogeniche.

 

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In certi luoghi gli anziani superano in numero i giovani. Non parliamo delle balere, aree criocongelate in cui solo la moda ha portato i giovani, ma in luoghi socialmente non codificati come i musei. Alla Fondazione Prada i vecchi non saranno la maggioranza, ma nelle Gallerie d’Italia trovano rifugio tra artisti più o meno rassicuranti.

 

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La fascia sociodemografica che non fa l’apericena e non ordina su Deliveroo frequenta i supermercati.

 

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Gli acquirenti soppesano le offerte e regolano la postura in base alla miopia.

 

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L’architettura fiorita con l’Expo è marginale nel resto della città. Usciti dal quartiere di Garibaldi, prevalgono il liberty più o meno curato e il klinker, le strade sono sporche, i mobili abbandonati sul marciapiede non sono di Kartell né di Ikea.

 

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Il caso regala divertenti epifanie.

 

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Oltre i locali alla moda o alle osterie popolari di cui una certa Milano tenta di riappropriarsi alla ricerca di una pretesa genuinità, ci sono le pizzerie dove si va in pausa pranzo senza far caso all’arredamento, i bar anonimi in cui si entra per un caffè al volo.

 

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La vita notturna.

 

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C’è poi la metropolitana, dove l’abbrutimento produttivo, che una nota pagina Facebook sottolinea con un neologismo, non esiste quasi.

 

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I treni sono solo mezzi di trasporto pubblico, alternativa per chi non ha la macchina, anche per trasportare altro insieme a se stessi.

 

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La domanda che fanno più spesso a sombrero_twist è “Ma dove li trovi questi personaggi?”. La risposta è “In giro”.

 

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Sono le persone e i gesti quotidiani che il nostro occhio poco allenato non registra. Una signora compra dei lupini al supermercato, un’altra si soffia il naso, un signore sfoggia un maglione a tema golf senza ironia, un prete chiude i portoni della chiesa.

 

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Alle inaugurazioni di teatri-piscina, festival e mostre, si affiancano occupazioni normali e pose ineleganti.

 

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È questa la Milano normale. L’avete mai vista?

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Foto di sombrero_twist.