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All’ombra del Palazzo dei Cigni

Storia, miti e leggende di Milano 2.

 

Prima ancora che un luogo fisico, Milano 2 resta un miraggio per tutti quegli italiani che, a partire dagli anni 80, ne scoprirono l’esistenza grazie ai programmi Fininvest (poi Mediaset) da lì trasmessi. Nei tre interventi qui raccolti, ne ripercorriamo l’impatto sull’immaginario sia televisivo che non, le sue vicende urbanistiche e sociali, e infine ci facciamo raccontare com’è Milano 2 nella realtà, grazie alle parole di chi a Milano 2 ci ha vissuto per davvero.

 

Un coloratissimo megabazar
di Demented Burrocacao

La prima volta che ho sentito nominare Milano 2 credo sia stato per bocca di Lino Banfi. Si trattava di un suo sketch, un monologo nella trasmissione Premiatissima in cui il comico barese si divertiva a storpiare i nomi delle città in dialetto, tipo “Milano dù”, “Cologno Monzù”, eccetera. Ero solo un bambino, ma ‘sta cosa di Milano 2 già mi puzzava: che voleva dire? C’era un’altra Milano?!? Questo significava che da qualche parte c’era anche una Roma 2? Mah.

Di questa Milano 2 poi non c’era assolutamente traccia concreta. Un velo di mistero copriva il tutto: chiedevi a mamma e papà ma loro non sapevano che risponderti, e l’unico fatto chiaro era che le trasmissioni di Canale 5 partivano da lì. Milano 2 era dunque il posto da cui emanava la meraviglia radioattiva di quelle prime trasmissioni patinate, con gli effettazzi video talmente rudimentali da sembrare all’avanguardia, le donnine scosciate, i glitter, i festoni in cui lo champagne sembrava passato dalla mutua. Se questo luogo esisteva, sembrava proprio che da quelle parti la gente se la spassasse. Ma appunto: esisteva veramente?

 

 

Non solo. Nelle trasmissioni per ragazzi dove i cartoni animati la facevano da padrone, dei pupazzi di peluche dai sibillini nomi di Five e Uan ci invitavano a spedire le “letterine” a un indirizzo il cui nome già faceva trasalire: il fantomatico PALAZZO DEI CIGNI. Che cavolo di posto poteva mai essere? Lì per lì t’immaginavi, che ne so, uno splendente e immenso grattacielo a forma di cigno, che si ergeva in un’oasi lussureggiante lontana dalle periferie nelle quali era già tanto se uscivi da casa. E dov’è che si trovava, questo Palazzo dei Cigni da favola? Ancora a Milano 2!

Sembrava che la Fininvest (all’epoca ancora non si chiamava Mediaset) avesse il potere di cambiare la geografia italiana a suo piacimento, con la semplice arma dell’ottimismo che sprigionava dai suoi programmi. Tutto era possibile per loro. Volete una nuova città a caso? Ve la daremo. Volete i puffi o altri personaggi di fantasia? Ve li daremo. E infatti, quando la paventata chiusura di Rete 4 scatenò rivolte popolari coi manifestanti che innalzavano totem del Grande Puffo manco fosse un santino di Lenin, fu chiaro a tutti che Milano 2 era strabordata fino a inghiottire l’Italia intera trasformandola in un unico, infinito, coloratissimo megabazar.

Però stare lì, all’ombra del Palazzo dei Cigni, era bello. In fondo si trattava di mettersi comodi, rimanere fermi davanti al televisore, schiacciare il telecomando e via, sognare. Non c’erano manco le rotture di palle tipiche della vita sociale, e senza cene al ristorante e serate in pizzeria si risparmiava pure! Per me Milano 2 è stata la prima città via etere, quella che proiettò le case di tutti noi italiani in un “supercondominio” utopico e portatile in cui tutto funzionava come si deve. È un’immagine che mi sono portata appresso per anni, e che nel 2010 portò tra l’altro alla nascita dei Cadeo, il progetto di “pop ipnagogico” fondato assieme al mio socio Polysick.

 

 

Nei nostri piani i Cadeo servivano a rielaborare – tramite abbondanti dosi di “distorsione mnemonica” – l’immaginario delle televisioni private degli anni 80-90, a cominciare dalla Fininvest assieme alla quale tutti eravamo cresciuti. Naturalmente un duo del genere non poteva che risiedere a Milano 2, anche se in effetti lì non c’eravamo mai stati e anzi, inconsciamente continuavamo a sospettare della sua effettiva esistenza. Ma chi se ne importa, i Cadeo prendevano la città del Palazzo dei Cigni e la dipingevano come un novello paese di Oz dalle mille delizie, in cui le case anziché di mattoni erano fatte di marzapane.

In un’intervista per VICE del 2011 annunciammo pure l’imminente uscita di un lungometraggio chiamato Palazzo dei Cigni – il Film, la cui trama veniva riassunta così: “In un castello fatato ai bordi di Milano 2, a cui fanno guardia due cigni di cristallo, un duo di alieni dediti alle droghe psichedeliche e alla musica glo-fi [cioè i Cadeo stessi] passa le proprie giornate in una nuvola di godimento a base di bruttini e asticette”, che sotto spiegavamo essere “lo spumante Franciacorta e le astici, crostacei che sono la porta della percezione verso i nostri stati creativi”.

Il film – ispirato “in parte da Interstella 5555 dei Daft Punk, in parte da film quali White Pop Jesus con protagonista l’indimenticato Awanagana” – a tutt’oggi non ha ancora visto la luce (speriamo accada presto). Ma quella città aliena ci è rimasta dentro talmente tanto che, sotto sotto e anche se non lo ammettiamo a noi stessi, siamo tutti in attesa del “ricongiungimento”. Come Lucignolo col Paese dei Balocchi.

 

 

La città dei numeri uno
di Sara Marzullo

Milano 2 sorge su terreni a Est della città di Milano; ad acquistarli è Silvio Berlusconi nel settembre del 1968. Le vicende legate alla vendita sono piuttosto intricate, ma in sintesi questa avviene tramite una prestanome, Lidia Borsani, mentre a occuparsi della costruzione sarà la Edilnord, fondata nel 1972; nel 1978 verrà poi soppiantata dalla Milano 2 S.p.A., costituita a sua volta dalla trasformazione dell’Immobiliare San Martino, il cui amministratore all’epoca è Marcello dell’Utri. Milano 2 conta 712 mila mq, ma ricordano Filippo De Pieri e Paolo Scrivano che non è “né un American-style garden suburb, come ha scritto di recente il report sull’Italia di The Economist” né “uno spazio chiuso e protetto, una gated community all’italiana”: è semmai una via di mezzo, delle cui aspirazioni urbanistiche si parlerà anche in seguito.

L’area in cui viene progettata Milano 2 appartiene al comune di Segrate, ma viene considerata estrema periferia di Milano. Insieme di abitazioni per la classe media e medio-alta, il progetto di Milano 2 è composto da lussuose garden houses – torri nel verde, alloggi spaziosi, piscine sul tetto – e da edifici perimetrali di minore pregio, alcuni rivolti verso campi coltivati, altri verso l’ospedale San Raffaele. L’effetto generale nelle intenzioni era, ed è, di chiusura e protezione: “Una volta entrati a Milano 2 non si percepisce il mondo esterno”.

 

 

Gianni Celati chiamava le villette a schiera dai colori artificiali “case geometrili”, perché invece di essere disegnate da architetti erano il frutto di geometri con qualche ambizione artistica. Gli immobili di Milano 2 sono privi del tono parodistico che suggerisce Celati, ma allo stesso modo non sono “griffati”: di tutti gli architetti e ingegneri coinvolti nell’operazione, solo Giancarlo Ragazzi ed Enrico Hoffer otterranno consacrazione tardiva sulle pagine di Una storia italiana, l’opuscoletto che Berlusconi invia a tutte le famiglie nel 2001 in occasione delle elezioni.

Le soluzioni architettoniche realizzate sono ispirate dalle committenze borghesi di area lombarda, elaborate da autori come Luigi Caccia Dominioni o i BBPR, ma si può dire che a livello generale a Milano 2 si coniugano elementi vari e diversi tra loro entrati già ampiamente nell’immaginario condiviso. Di nuovo nelle parole di De Pieri e Scrivano: “La strategia di ‘creazione di un luogo’ e di organizzazione della domanda che era al centro della campagna promozionale ha in qualche modo funzionato (…). In molti si sono in qualche modo riconosciuti nel quartiere, forse soprattutto grazie al potente collante costituito da una quasi totale assenza di differenziazione sociale”.

Viene da chiedersi se Milano 2 sia forse solo un’incarnazione, fra molte, del sogno borghese degli anni ’70: concepita come uno spazio protetto, fatto per i bambini, con un triplice sistema stradale differenziato – un tema urbanistico ricorrente e banale, ma qua usato in toni propagandistici – e immerso nel verde, Milano 2 è allo stesso tempo altro e specchio di “Milano 1”; tanto che anche il colore rossastro scelto per gli intonaci, viene definito tipicamente milanese. Scrivono proprio così, “tipicamente milanese”, nell’opuscolo Milano 2: una città per vivere che la Edilnord pubblica e regala a tutti gli abitanti del complesso. Al libro contribuiscono Paolo Berlusconi e Giorgio Medail, ma anche Gianni Brera, Natalia Aspesi, Enzo Siciliano. Oggi è praticamente introvabile, ma al tempo tutte le famiglie lo tenevano in soggiorno: raccontava la storia di “un nuovo modo di costruire”,  che a Milano 2  era “dopo tante parole finalmente un’iniziativa concreta”.

C’è una raccolta di racconti, uscita nel 2012, che racconta com’era vivere in un posto simile a Milano 2: Paolo Cognetti ambienta Sofia si veste sempre di nero a Lagobello, un’immaginaria area residenziale fuori dal caos di Milano. Nel libro, “Sofia dirà che a lei, da lassù, Lagobello sembra un paese delle favole. Non può sapere quanto lo odierà crescendo. A otto anni quello che desidera è un cane, una capanna sull’albero, il permesso di andare in bicicletta da sola e la pace tra i suoi genitori. (…) Da grande descriverà i tetti e i comignoli, i percorsi che la ghiaia disegna sull’erba dei prati, il modo in cui il sole scintilla sulle saracinesche dei garage”.

 

 

È la storia di formazione di una ragazza nata alla fine degli anni ’70 a Milano: bambina a Lagobello, fino all’adolescenza Sofia vivrà in questo mondo parallelo, “un paesaggio artificiale, anch’esso ordinato da un catalogo di parchi e giardini, progettato per diventare un luogo di contemplazione”, dove la storia si guarda accadere alla televisione, ma non ha posto qui; le notizie le porta il padre da Milano, dove lavora come dirigente all’Alfa Romeo. Perché qua, tra le coppie di sposi che traslocano e le istruzioni degli elettrodomestici, non succede mai niente. Il mondo là fuori è oscuro, sconosciuto tanto quanto quello dei pirati a cui si gioca al parco con gli altri bambini.

Quando si parla di schermi il riferimento è assolutamente concreto, perché proprio da Milano 2 inizia la costruzione dell’impero televisivo di Silvio Berlusconi. Non solo i “supercondomini” di questa cittadina prevedono tutti un sistema di distribuzione dei canali televisivi via cavo (il servizio è incluso nell’acquisto della casa a sostituzione delle antiestetiche antenne), ma soprattutto è qua che nel 1974 nacque Telemilanocavo, una piccola tv con circa 5.000 utenze collegate – cioè circa 20.000 telespettatori. Rilevata nel 1978 da Silvio Berlusconi con il nome di Telemilano 58, la sua partenza è debole perché condizionata dall’ambiguità legale del servizio, ma quando nel 1976 la Corte di Cassazione dichiara legali le televisioni commerciali (se in ambito locale), inizia la sua invasione mediatica. Nel 1980 cambia nome: nasce Canale 5.

Milano 2 ospita il centro direzionale di questa televisione, nel famoso Palazzo dei Cigni: la cittadina e il suo laghetto diventano sfondo per spot e promozioni del canale, che presto raggiunge 11 regioni riunendo cinque emittenti private del Nord Italia. Le trasformazioni portate dalla televisione berlusconiana – negli anni 80 a Canale 5 si aggiungono Rete 4 e Italia Uno – saranno fondamentali: la cosmopolita Milano diventerà la città dei paninari, della televisione, della moda e di tutti coloro che modelleranno la propria estetica su prodotti esteri (statunitensi, per lo più), abbondanti su questi canali.

Le trasformazioni portate dalla televisione berlusconiana saranno fondamentali: la cosmopolita Milano diventerà la città dei paninari, della televisione, della moda e di tutti coloro che modelleranno la propria estetica su prodotti esteri.

“Milano 2 – si legge in una delle pubblicazioni uscite a quarant’anni dalla sua fondazione – diventa presto un quartiere molto appetibile. Infatti, è proprio da una riflessione sul progressivo dilatarsi della città in quartieri dormitorio con scarsi servizi che si delinea la concezione della nuova cittadina.” Cos’è quindi Milano 2? Un quartiere? Una cittadina? La definizione oscilla di continuo: dovrebbe essere solo una propaggine della città, un quartiere residenziale per la classe medio-alta, ma la struttura intima del luogo – cancelli, guardiani, popolazione omogenea, il verde in cui è immersa – la avvicinano più a una cittadina autosufficiente, slegata rispetto al tessuto urbano di appartenenza; un luogo di vacanza, tuttalpiù. È difficile anche dire se sia il luogo ad assomigliare ai suoi abitanti – è fatto a loro misura, lo si legge ovunque – oppure se non sia piuttosto vero il contrario: la casa nel quartiere residenziale diventa l’oggetto su cui si modella l’intera identità di chi vi va ad abitare. Uno splendido lavoro di pubblicità, l’indirizzo di casa come status symbol.

In Milano dopo il miracolo, John Foot scrive che Milano 2 rappresentava un nuovo paradigma di consumismo: era “la città dei numeri uno”, come dicevano gli slogan. Milano 2 era “un vero e proprio stile di vita, e non una semplice soluzione abitativa. Berlusconi si assicurò che i residenti fossero isolati dagli aspetti sgradevoli della vita cittadina: traffico, criminalità, immigrati, operai, la città stessa.” Debora Visconti, milanoduese di nascita, firma un testo celebrativo in cui spiega che il quartiere si ispira alle neighbourhood unit o “unità di vicinato”, “un’entità di base dell’urbanistica, studiata e progetta per essere a dimensione di pedone (…). Sono zone residenziali autosufficienti e pensate per favorire i rapporti umani resi difficili nelle metropoli della nuova industrializzazione”. La costruzione dell’identità di questo luogo avviene nel tempo: succede anche nella Lagobello di Cognetti, dove “durante l’estate, mentre le ultime villette andavano vendute, la frazione di Lagobello è stata registrata sulle mappe catastali, e dove c’era uno spazio bianco adesso compare un gruppo di case con un nome”. La storia di questi posti è ancora da compilare: Milano 2 è talmente autosufficiente da essere fuori dalla storia.

 

 

Milano 2 è una città che si popola un poco alla volta, come i residence per le vacanze. E solo un’esistenza è possibile qua: “quella di una coppia sposata con un paio di figli e un cane”, come scrive sempre Cognetti; tutto il materiale pubblicitario prodotto, quarant’anni fa come oggi, non fa che ripetere che a Milano 2 non è ammessa altra vita che quella illustrata sui depliant. Tutto è idilliaco in questo luogo, i prati, le case, le villette immerse nel verde, tanto da sembrare disegnato – e in effetti disegnato lo è. Ma se c’è una cosa che mette angoscia, sono proprio i posti progettati per essere felici.

Se Debora Visconti rimane fedele all’immagine della Milano 2 yuppie e berlusconiana, la Lagobello di Cognetti assomiglia davvero tanto ai sobborghi americani dei romanzi, ribellioni adolescenziali incluse: forse la realtà sta in mezzo e Milano 2 finisce per assomigliare a una delle tante province italiane. Una promessa è mantenuta, questo sì: i bambini sono più liberi che altrove di uscire di casa da soli, ma poi crescono e se ne vanno via di qui, come tutti. Già nel 2000 Scrivano e De Pieri raccontano che quando visitano il parco giochi locale, “scopriamo che è molto cambiato. Il fortino degli indiani è bruciato. Del ranch dei cowboy, del laghetto, della pompa di benzina non restano più molte tracce. Abbiamo negli occhi le fotografie, molto animate, pubblicate sul volume del 1976. Ora gli stessi luoghi ci sembrano irriconoscibili. Il fatto è che Milano 2 sta invecchiando (…). Nella nostra visita non incontreremo nessun bambino. Forse per effetto del suo stesso successo, il quartiere ha conosciuto poco ricambio di popolazione.”

Nell’aprile del 2015 esce un nuovo reportage su Milano 2, a cura di Dario Ronzoni su Linkiesta, dal titolo  Milano 2: Il futuro di un paradiso perduto. Nota l’autore: “A Milano 2, nonostante l’età, tutto si mantiene perfetto, razionalizzato, come una volta: le case con i porticati, i negozi, i giardini, i tanti alberi, le siepi. Lontano da Milano e – per un attimo sembra – lontano dal tempo. Ma è solo un’illusione: ‘Siamo tutti invecchiati’, dice una signora, residente da anni. E tutti annuiscono. Milano 2 è sempre uguale, ma non è più come un tempo”.

Milano 2 è un’isola felice? Be’, prima di tutto è un’isola, lontana da tutto, autonoma e, in certi casi, autogestita, quasi una regione a statuto autonomo, una sorta di Trentino: va da sola, ricca e separata.

Se ne rende conto chiunque – e anche Dario Ronzoni – che Milano 2 sembra vivere di ossessioni; la maggiore è quella della viabilità, così ben organizzata, che anche sul sito del comprensorio se ne elogia la portata innovatrice: Milano 2 ha un “sistema stradale su percorsi rigorosamente differenziati: strade veicolari: KM 7;  percorsi pedonali: KM 10; piste ciclabili: KM 5”. Peccato non ci sia molto da vedere, o posti dove andare. Ma dov’è che bisogna andare, quando si hanno 345mila mq di verde, ben “40mq a abitante”? “Per chi la sappia apprezzare, Milano 2 costituisce un piccolo paradiso per giovani ed anziani”, abitato da cigni e aironi, che a quanto pare saranno gli unici a rimanere.

Ma fino a quel giorno, finché ci sarà anche solo un abitante, la vigilanza – “i verdoni” come li chiamano qui – non smetterà di essere sull’attenti. “Se nel corso degli anni notevoli sono stati i fatti criminosi che hanno coinvolto il nostro Quartiere (…), molti sono stati i successi conseguiti dal nostro reparto di Vigilanza, che hanno portato anche, con la collaborazione delle Forze di Polizia, al fermo ed alla cattura di delinquenti e malintenzionati”. Ma come accade sempre in questi casi, la vigilanza – che poi di lavoro non ne ha molto – si trasforma velocemente nella buon costume e la sicurezza diventa parodia di se stessa.

Ronzoni racconta che “dal punto di vista organizzativo, Milano 2 è strutturata su due livelli. Il primo è quello del condominio, dove abitano le famiglie, e che fa riferimento all’amministratore di condominio. Il secondo è quello del Supercondominio, una sorta di consiglio in cui si ritrovano tutti i 32 amministratori di condominio. Qui si prendono le decisioni che riguardano le aree comuni, cioè le spese per la vigilanza e quelle per i giardinieri. Si stilano anche le norme che regolano i comportamenti da tenere”. La migliore? Non si possono mettere le sedie fuori, perché creano troppo disordine. Le colline hanno gli occhi, ma pure i laghetti.

Milano 2 è un’isola felice? Be’, prima di tutto è un’isola, lontana da tutto, autonoma e, in certi casi, autogestita, “quasi una regione a statuto autonomo, una sorta di Trentino: va da sola, ricca e separata. Per capirsi, a parte all’hotel NH qui nessuno parla di Expo”, scrive di nuovo Ronzoni. La crisi ha raggiunto anche questo satellite milanese, ma nessuno vuole parlarne. Milano, la vita, gli eventi restano lontani: qualche chilometro, ma come facessero parte di un’altra esistenza.

 

 

Mi ricordo Milano 2
di Carlo Mazza Galanti

Ricordo che Milano 2 era sempre pulita ma non ho memoria degli spazzini. Ricordo che si abbreviava M2. Chi abitava a M2 si chiamava residente. A Milano 2 non c’erano vie con i nomi come negli altri posti: c’erano le residenze. Ricordo che la forma di ogni residenza era “a ferro di cavallo” e in mezzo c’erano prati, giardinetti. Ogni residenza presentava certe peculiarità: una collinetta, un inserto acquoreo, alberi. Alla Sorgente, dove abitavo, non c’era nessuna sorgente ma solo un laghetto stagnante. Forse il nome era dovuto al fatto che già esisteva una residenza chiamata Lago, ma non saprei dire se al Lago ci fosse un lago.

Di fronte alla nostra residenza, collegata da alcune stradine, c’era la Sabbiera, uno spazio attrezzato con panche e giochi per bambini, ma niente sabbia. Ricordo che tutto era molto attrezzato e ordinato e che i nomi non corrispondevano alle cose. La toponomastica sembrava appiccicata a caso, come il logo del serpente col fiore in bocca che era il simbolo di M2 e che stava dappertutto. Di fianco alla Sabbiera che non era una sabbiera, se seguivi delle stradine di asfalto rosso che passavano in mezzo ai prati, c’erano le torri che non erano torri. Erano il modulo abitativo più lussuoso e si chiamavano come i segni zodiacali. All’Acquario, di fianco alla Sabbiera, davanti alla Sorgente, sopra le stradine e gli abeti, ci abitava Silvia. Ricordo che Silvia parlava tedesco perché andava alla scuola tedesca, e che suo padre fabbricava pellicce e nel superattico sopra di lei viveva un signore che si chiamava Dell’Utri il quale finiva spesso nei discorsi dei grandi perché era l’amico di Berlusconi. Berlusconi invece era un miliardario che aveva costruito dal nulla Milano 2.

Il terzo modulo dopo residenze e torri erano i portici. Sotto i portici c’erano banche, parrucchieri, negozi di vestiti, supermercati, farmacie, ristoranti, tutto a due passi. Milano 2 offriva tutto ciò di cui c’era bisogno, come negli aeroporti. Ricordo anche Pioltello e Lavanderie, dei quartieri fuori da Milano 2. Faceva effetto che proprio da un posto chiamato lavanderie provenissero le donne delle pulizie che lavoravano e appunto lavavano le cose sporche dei residenti. Erano timide e a guardarle si capiva che venivano dalle case popolari. Ma intanto fuori da Milano 2 i nomi avevano un senso.

 

 

M2 era sorvegliata. Ricordo le guardie chiamate “verdoni” il cui quartier generale era in una specie di gazebo giapponese. Se ci entravi vedevi una parete di schermi in bianco e nero collegati a telecamere puntate su diversi punti strategici di Milano 2, come nei film. I verdoni ci proteggevano ma incutevano paura quando facevamo qualcosa che non andava, come giocare a calcio nei prati sopra i parcheggi degli uffici della televisione, vicino al Palazzo dei Cigni, davanti allo Sporting Club. I verdoni erano vestiti di verde e giravano per le stradine su biciclette verdi con la pistola nella fondina.

Ricordo che c’erano prati quasi ovunque a Milano 2, anche se la maggior parte non era fatta per camminarci. Milano 2 era verde, si stava in mezzo al verde. Dicevamo così, ricordo: “Noi viviamo nel verde”, con fierezza. Mica come Milano che era grigia. Verde era una parola importante che i residenti ripetevano spesso. Quello che non era verde (o rosso, rossino, arancione) non aveva diritto di residenza. Sempreverdi erano gli alberi tipici di M2, gli abeti triangolari che conferivano un gradevole tocco alpino al paesaggio residenziale. Erba senza terra, abeti senza monti, superfici geometriche, nomi senza cose: M2 era una bella macchina per abitare una vita serena e benestante, muoversi a piedi vigilati per andare a cena sul terrazzo dagli amici del Sagittario o fare sport la domenica dopo messa incontrando per strada gente che conoscevi almeno di vista.

Ricordo un prete che ci faceva catechismo e che venne cacciato: suonava la fisarmonica, citava Don Milani, alzava spesso la voce.  La mia scuola invece era trasparente e rossa, modulare, triangolare, costruita in mezzo alla piana elvetica dell’abetaia milanoduese. Oggi la ricordo come qualcosa a metà tra una base spaziale, un edificio Bauhaus e un centro per seminari di medicina ayurvedica. Ecco un disegno della scuola che ho fatto a nove anni:

 

disegno-verticale

 

A scuola ci si andava a piedi. Le macchine passavano in basso, nascoste, e quando una stradina pedonale incrociava una strada delle macchine esisteva un apposito ponte a forma di trapezio rosso (vedi in alto a sinistra nel mio disegno di terza elementare). I bambini non attraversavano mai la strada. Ricordo che a volte nei rigidi inverni degli anni ’80 calava una nebbia così fitta che non vedevi più niente, solo i globi luminosi dei lampioni. Era pittoresco. Non avevi paura perché non c’erano le macchine. L’unico pericolo erano i furti in casa nottetempo. E quelli di Redecesio che ogni tanto arrembavano come i pirati e menavano i ragazzi di Milano 2. Era una cosa che si diceva ma io non li ho mai visti.

Poi c’era il parco giochi dove capitava di trovare le siringhe. Ricordo che il parco giochi era fatto di legno e in mezzo c’era un enorme cannone, molto apprezzato da noi bambini. Un giorno l’hanno preso e portato a Milano 3, lasciando un grosso vuoto. Milano 3 era una posto identico a Milano 2, con le residenze e tutto il resto ma meno bello perché Milano 2 era l’originale. A Milano 2 c’era la televisione, c’era il Palazzo dei Cigni dove arrivavano le lettere dei bambini di tutta Italia e in giro per le strade capitava di vedere gente famosa. Ricordo Francesco Salvi o Gerry Calà che era un residente e abitava alla Spiga, mi sembra. Ricordo Mirko dei Beehive. Ricordo che mia sorella una volta è tornata dall’asilo con un morso sulla coscia: era stata la figlia di Ruud Gullit, una facinorosa bimba mulatta grossa il doppio dei suoi compagni. Gullit ogni tanto giocava a basket al campetto davanti alla parrocchia Dio Padre, un edificio dall’architettura strana, di geometrie storte. Dell’Utri invece prendeva il sole nella piscina condominiale dell’Aquario.

Ora non ricordo esattamente che sensazione ci dava pensare di abitare dove trasmettevano i programmi della nostra TV preferita, o vedere in televisione certe persone o certe immagini di M2. Si capiva che tra la televisione e il mondo reale non esisteva una netta demarcazione. Lo stesso nome di Milano 2 sembrava quello di un canale. Una volta ho visto Pelé. L’ho notato subito perché a Milano 2 non girava gente nera, a parte Ruud Gullit. Un’altra volta dal barbiere accanto a me era seduto Raimondo Vianello.

Ricordo che tutto era molto attrezzato e ordinato e che i nomi non corrispondevano alle cose. La toponomastica sembrava appiccicata a caso, come il logo del serpente col fiore in bocca che era il simbolo di M2 e che stava dappertutto.

Se uscivi da Milano 2 trovavi piante diverse dai soliti abeti natalizi, piante senza nome. C’erano rigagnoli inquinati e alberi spogli e zozzi e terra sporca e qualche campo di pannocchie che attraversavamo per raggiungere la sede di Rete 4 (ricordo un edificio rettangolare oltre le cime dei cartocci sormontato dal logo splendente del numero 4) dove ci regalavano gli adesivi della rete da attaccare sulle biciclette. Lì potevi fare quello che volevi perché nessuno ti controllava. Durante quelle escursioni avventurose nelle sudicie macchie delle terre di mezzo, se eravamo fortunati trovavamo un fumetto porno abbandonato sopra un mucchio di immondizia.

Di quello che stava oltre i confini di Milano 2 questo ricordo: i vandali di Redecesio che però non ho mai incontrato e forse esistevano solo nella testa dei residenti, Lavanderie e Pioltello da cui provenivano le donne delle pulizie, i campi di mais, i fumetti porno, Rete 4 e infine la strada Cassanese che fissavo per ore dalla finestra di camera ipnotizzato dal rumore ovattato delle macchine che scorrevano lontane e dal rombo degli aerei che atterravano a Linate. Poi c’era Milano, ma era un altro posto, un’altra dimensione. Era grigia. Ci si andava col teletrasporto.

Ricordo un pomeriggio sotto i portici con altri bambini. Non so perché ci siamo messi a sputare su un muretto di ardesia liscia e pulita che passava accanto alla stradina rossa porticata. Abbiamo impiegato delle ore, metodicamente, uno dopo l’altro, aspettando che si riformasse la saliva nella bocca. Quando passava qualcuno, ci allontanavamo con discrezione poi tornavamo all’opera. Alla fine è venuto fuori uno sputo enorme, un disgustoso globo marezzato di catarro, gelatinoso, largo come un piatto. Ce ne siamo andati soddisfatti, contenti di averlo lasciato lì, in bella vista, per tutti i residenti che passavano. Il giorno dopo non c’era più.

È stata un’infanzia felice.