Foto: Emanuele Amighetti.
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Quando la realtà entra in città

Con l'arrivo dei migranti, Como ha riscoperto di trovarsi in mezzo a due confini.

 

Como ha tre stazioni, due connesse alla rete di Trenord ed esclusivamente al servizio regionale e una stazione vera, della rete di Trenitalia, per i treni veri, gli Eurocity, gli Intercity e i treni internazionali che viaggiano verso la Svizzera e il Nord Europa o verso il resto d’Italia. Quando Trenord e Trenitalia si sono fuse è cambiato poco: Como San Giovanni, la stazione vera, è rimasta quella da cui si partiva per davvero – oltre che il punto di partenza di numerosi pendolari – mentre Como Nord Lago e Como Nord Borghi hanno mantenuto il loro ruolo di snodi per chi si sposta per lavoro, o al massimo per le gite del weekend verso Milano Cadorna.

Da San Giovanni, se si percorrono 4 km verso nord senza fermate (la maggior parte dei quali in galleria) si arriva a Chiasso, la prima città in Svizzera subito oltre il confine. Se ci si muove verso sud, invece, si arriva a Milano Centrale o a Milano Porta Garibaldi. Per chi, come chi scrive, è cresciuto a Como, almeno fino agli anni dell’università o del lavoro, le principali stazioni di Milano hanno recitato una parte importante nella dicotomia provincia/città: erano l’accesso, in parte spaventoso ma attraente, alla realtà, al contemporaneo, alla pressione del presente. Quando cresci a Como cresci sapendo di essere su due confini: da un lato quello geografico con il Nord Europa e, dall’altro, quello estetico con la città-più-città di questo Paese. Crescere senza imparare cosa davvero significhi espone a rischi: come crescere con il complesso di inferiorità tipico (ed erroneo) della provincia o crescere con il mito dell’agognata città. Come se quest’ultima, Milano, fosse lontana, irraggiungibile, ostile.

Foto: Emanuele Amighetti.

Foto: Emanuele Amighetti.

Como è una città di confine che a lungo ha dimenticato cosa significasse questa condizione. E lo ha fatto con entrambi i confini su cui poggia. Per anni il confine con la Svizzera ha rappresentato solo la frontiera con migliori condizioni economiche, con un’idea di Nord idilliaca e tutta da verificare. Una frontiera rassicurante, sostenuta come tale anche dal generale tradizionale benessere di Como e del suo lago. Milano, allo stesso modo, è rimasta a poca distanza, ma percepita come lontana, aliena, come mero luogo di lavoro o studio o di svago serale. In mezzo a questi due poli, Como ha perso parte della sua statura di città, persa in complessi immeritati e autogenerati dai suoi stessi cittadini, troppo spesso convinti di non avere una parte o una cittadinanza oltre nessuno dei due confini.

Como ha lasciato che i due confini, e quello che sta oltre di essi, giocassero la sua parte della realtà: convinta di non farne parte, si è a lungo sentita protetta nella sua condizione borghese da ogni possibile irruzione del reale. La crisi dei migranti per esempio, in parte una crisi di confini, avveniva altrove: in mare, a Lampedusa; tra i Balcani, la Grecia e le sue isole; a Gibilterra e sugli altri confini del nostro Paese. A lungo Como ha creduto che Ventimiglia o il Brennero fossero due confini concreti con il reale e il presente e che la dogana di Chiasso, invece, rappresentasse al contrario una barriera, una protezione, una fortezza su cui fare affidamento affinché il reale non facesse irruzione. Una bolla rassicurante, un’eterna adolescenza.

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Foto: Emanuele Amighetti.

I fenomeni migratori che hanno stravolto gli equilibri del Continente negli ultimi anni non la riguardavano, si è detta Como a lungo: la città non pensava di avere nulla a che spartire con Idomeni, Lesbo o la frontiera tra Ungheria e Austria. Allo stesso tempo, Milano Centrale, divenuta a sua volta un punto di approdo per migranti e profughi, restava distante: gli accampamenti spontanei di persone costrette a trascorrere giorni in luoghi di transito, i muri, i campi profughi e i centri di accoglienza sono a lungo sembrate a Como materia “da grande città”, da posto in cui le cose succedono realmente. Cose da oltre-frontiera. Nel mezzo, Como, persa di vista la sua identità di città di confine, ha atteso che la realtà si compiesse altrove, possibilmente senza disturbare.

Poi la realtà ha fatto irruzione a luglio di quest’anno quando, bloccato il confine del Brennero, chiusa Ventimiglia, Como ha riscoperto di trovarsi in mezzo a due confini e di essere territorio di passaggio verso il Nord Europa. Da luglio, il confine di Como verso la Svizzera è diventato una possibile – e complicatissima – rotta di migrazione di cui nemmeno la Svizzera è destinazione, ma solo tappa.

Da luglio quindi Como è tornata a essere confine a tutti gli effetti, e un confine vero. Respinti dalla frontiera sigillata (e protetta da un drone senza pilota, con sensori di rilevamento del calore) della Svizzera nell’intento di andare in Germania o ancora più a Nord, centinaia di migranti si sono ritrovati bloccati nella stazione di Como S. Giovanni e nel suo parco, rimbalzati indietro lungo il loro tragitto. Nel corso delle settimane la popolazione del campo è cresciuta fino a raggiungere le cinquecento unità e alle persone costrette a dormire a cielo aperto si sono presto sostituite le coperte e poi le tende, e la stazione e il suo parco sono diventate un campo profughi lungo un confine identico a quelli che Como riteneva distanti e alieni. Senza preavviso, come capita sempre quando la realtà fa irruzione, Como si è ritrovata al centro di quel presente che aveva sempre rifiutato, conoscendolo improvvisamente appieno e in modo non più fraintendibile.

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Foto: Emanuele Amighetti.

Nel 2016 essere su un confine europeo significa inevitabilmente essere su una rotta, una possibilità di passaggio. E Como è diventata proprio questo: il punto di passaggio per quei migranti che, anche più volte, hanno cercato di entrare in Svizzera al fine di passarci attraverso, per lo più in treno. Uno di quei treni che chi scrive prende ogni giorno per andare al lavoro.

Nel frattempo il campo in stazione è diventato a sua volta un confine, steso verso la città. La stazione di San Giovanni è al di fuori del nucleo centrale della città di Como: per arrivarci, bisogna uscire dalla città murata e poi superare il parco e una scalinata. La stazione, in un certo senso, è altro rispetto alla città e questo contribuisce ancora al suo ruolo di varco, di accesso verso la realtà, sia essa Milano Centrale o il Nord Europa. La città e i migranti non si sono mai davvero incontrati in questi mesi. I secondi sono rimasti per lo più confinati dietro il loro confine e schiacciati da quello geografico, fermi ad aspettare. La città ha ospitato il campo senza lasciare che questo diventasse parte di sé a tutti gli effetti.

A metà settembre una manifestazione organizzata dai “Solidali dell’infopoint”, un gruppo spontaneo di attivisti che hanno seguito la situazione dei migranti nel parco della stazione, ha portato i migranti in corteo per le strade di Como, dalla stazione, dentro il centro storico, fino alla fine di Via Milano, la zona più multietnica della città. Alla testa della manifestazione, i migranti cantavano “open the border”, “freedom” e, verso l’arrivo a destinazione del corteo anche “grazie Como”.

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Foto: Emanuele Amighetti.

Mentre chiudo questo articolo è il 21 settembre; ieri è incominciato lo sgombero della stazione in seguito all’apertura del campo ufficiale con i container, gestito dalla Croce Rossa e dalla Caritas, situato a un chilometro di distanza. Buona parte dei migranti, in particolare gli Oromo etiopi, non è intenzionata a entrarci, ma le soluzioni alternative al momento non sembrano essere molte. Fino a questo momento non è stata usata la forza e i migranti sembrano spostarsi volontariamente. Se si viaggia verso Como in treno è possibile vedere tutti i luoghi che hanno dato forma a questa vicenda: quando il treno ferma a Chiasso per i controlli in dogana e per il cambio di personale di bordo si passa vicino alla gabbia di ferro allestita dalla polizia svizzera per fermare i migranti che cercano di passare il confine. Quando si arriva a Como San Giovanni si passa a pochi metri dalle coperte di chi è accampato in stazione e si vedono le camionette delle forze dell’ordine sulla soglia del parco e i furgoni delle televisioni. Quando il treno lascia Como in direzione Milano, poco dopo il cimitero, si vedono i container del nuovo campo. Anche questo a sua volta è un confine, marcato da un cancello che ribadisce la sua alterità con la città che lo ospita.

C’è tanto in quel “grazie” che cantavano i migranti durante la manifestazione e in particolare quello che la città deve portarsi con sé da questa vicenda. Questi mesi hanno fatto bene a Como, perché Como è stata davvero città. Quando la realtà fa irruzione all’improvviso è sempre un bene: ci si può fermare e guardarsi. Como lo fa raramente, e un reality check di questa portata era quello di cui la città aveva maggiormente bisogno. La bolla in cui credevamo di trovarci è esplosa e ora sappiamo che il confine su cui si trova Como è identico a tutti gli altri che hanno caratterizzato la crisi dei migranti degli ultimi anni. Ci conosciamo meglio, ora, come città: sappiamo che c’è una parte che ha saputo riconoscere un’emergenza umanitaria senza precedenti e ha reagito sospendendo il resto, a cominciare dal giudizio.

All’interno di questa parte un’altra, spesso silenziosa, che si è messa a dare attivamente una mano: è a queste persone in particolare che Como deve essere grata. Questa parte ha cittadinanza nel presente e nella realtà che qui ha fatto irruzione. Sappiamo anche e ancora meglio che c’è una parte che per odio, ignoranza e calcolo ha continuato a respingere la realtà e la sua presenza fisica in stazione. Sappiamo ancora meglio che c’è un sottotesto apertamente razzista che sfila fianco a fianco con la sua proiezione televisiva e pop che, dietro gli slogan, le felpe e i selfie, fa i safari in stazione, calpestando le coperte di chi suo malgrado ha dovuto fare di quel luogo la sua abitazione. Cosa cambia ora per Como? Ci siamo visti meglio che mai. Ed è arrivata la realtà. E quella la parte se la sceglie da sola.

 

Scritto su diversi treni sulla tratta Lugano – Chiasso – Como S. Giovanni – Milano Centrale. Nessuno mi ha mai chiesto i documenti.