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Il piccolo gioco

Intervista a Michele D’Aurizio, curatore di Milano.

 

Nato nel 2011 come spazio per l’arte contemporanea, oggi Gasconade è un collettivo di giovani artisti, curatori e critici che da qualche mese si riunisce negli spazi dell’Università Bocconi per lavorare alla realizzazione di un romanzo corale che racconta, tra le altre cose, la scena artistica milanese degli ultimi anni. Una forma che si evolve ma dura nel tempo, quella di Gasconade, eterogenea nella sua composizione ma chiara nel suo obiettivo: conquistare Milano, ovvero vivere la città con pienezza, conoscerla a fondo, spremerla e succhiare tutto ciò che ha da dare.

Procedendo nell’intervista a Michele D’Aurizio, che di Gasconade è il curatore, mi sono accorta che le mie domande hanno iniziato a includere termini “pirateschi”. E in effetti è proprio così che mi figuro questo gruppo: un equipaggio di pirati geniali (Gasconade, tra l’altro, deriva da guascone, termine con cui si identifica lo spaccone spericolato, il tipo spavaldo, avventuroso) che navigano a vele spiegate verso l’orizzonte. Ma torniamo sulla terraferma con la prima domanda al raffinato capitano.

Clara Mazzoleni: Qual è il percorso che dall’Abruzzo, dove sei cresciuto, ti ha portato a studiare a Milano e, nel giro di poco, a ritrovarti ad essere uno dei giovani curatori più propositivi della città, un magnete delle energie artistiche milanesi?
Michele d’Aurizio:
I miei genitori mi hanno cresciuto con il mito di Milano: mi ci hanno portato regolarmente, spesso durante il Salone del Mobile. Questo perché ero destinato a diventare un architetto o un designer. E infatti ho studiato disegno industriale al Politecnico di Milano, che però mi è piaciuto poco – il Politecnico, dico. O meglio, mi è piaciuto poco, un giorno, constatare che la mia indole creativa era appassita sotto i colpi di un approccio educativo finalizzato all’asservimento della creatività nell’industria. Per anni e anni mi ero sentito una persona speciale, mentre stavo diventando un “tecnico del progetto”. E allora mi sono trasferito alla Nuova Accademia di Belle Arti, perché l’arte mi pareva un territorio più libero.

E lì hai studiato per diventare curatore. Come sei passato dalla teoria alla pratica?
Durante l’Accademia ho lavorato per alcune riviste, prima Mousse e poi Kaleiodoscope, entrambe con sede a Milano. E paradossalmente, man mano che, tramite le riviste, la mia confidenza con l’arte internazionale cresceva, maturava anche un interesse per l’arte locale, quella dei miei coetanei soprattutto. Ho fondato quindi Gasconade, che dal 2011 al 2014 ha ospitato mostre di artisti emergenti milanesi e altre di artisti stranieri che con i milanesi condividevano, in un certo senso, una sensibilità generazionale. Attraverso l’esperienza di Gasconade, la mia visione della curatela si è saldata in una forma di militanza, prima, e di vera e propria empatia con gli artisti con cui ho collaborato, dopo. Per me queste persone, oggi, sono come fratelli e sorelle.

Adesso lo spazio non esiste più. È evoluto in una nuova piattaforma, ovvero un workshop di scrittura: settimanalmente mi incontro con amici artisti, critici e curatori, tutte figure che hanno orbitato attorno allo spazio; e insieme stiamo scrivendo un romanzo su di noi, sull’esperienza di Gasconade, e su Milano ovviamente.

Man mano che, tramite le riviste, la mia confidenza con l’arte internazionale cresceva, maturava anche un interesse per l’arte locale, quella dei miei coetanei soprattutto. Ho fondato quindi Gasconade.

Ho partecipato agli incontri aperti al pubblico e vi ho ascoltato leggere un po’ di testi. Milano è osservata nei suoi tic e nelle sue metamorfosi: quella frenetica ed efficiente del mattino, quella sensuale – ma non meno forsennata – della notte e tante altre Milano nascoste, invisibili ai più. E poi le mostre, i soldi, il sesso, le feste, la musica, il lavoro, ma anche il ritorno alla provincia, la famiglia, le difficoltà e i vantaggi dell’assumere un ruolo come quello del giovane artista, oggi. “Le Petit Jeu” sarà il titolo del romanzo o è il modo in cui, con una certa modestia, vi piace definire quello che state facendo?
“Le Petit Jeu” è il cosiddetto “working title”. L’espressione non fa riferimento all’impresa di scrivere un romanzo, quanto all’arrabattarsi nel mondo dell’arte – o meglio all’arrabattarsi nel mondo per potersi accaparrare un posto nel mondo dell’arte. Fondamentalmente è quello che abbiamo fatto con Gasconade – la cui programmazione è stata interamente pagata affittando il mio monolocale su Airbnb, mentre io andavo a stare a casa dei miei amici artisti.

Un lavoro di squadra, proprio.
Per forza. Ma quest’esperienza non è stata una grosse fatigue, perché in un certo senso abbiamo interiorizzato da subito il fallimento. E allora è stato qualcosa di più simile al divertissement, appunto. Una partita a Risiko. È la nostra risposta a quello che Corrado Levi, negli anni Ottanta, chiamava “lo slalom gigante” … Ora, le metafore agonistiche non ci appartengono. Però rimane quella stessa volontà di indagare le ragioni del fare arte in mezzo a tutto il non senso che ci circonda. E allora, se ti domandi che cosa, alla fine della fiera, tutto quell’arrabattarsi ti ha regalato, la risposta è un “noi”. Il romanzo fondamentalmente vuole fare questo: raccontare come, sullo sfondo di uno spazio progetto, è nata una comunità di persone.

Una comunità di persone che vive a Milano, anche se alcune parti di “Le Petit Jeu” se ne allontanano: un artista torna nella sua città natale, un altro parte per un viaggio; si spazia dalla Brianza alla Sicilia. Questi stacchi rendono l’immagine della città ancora più viva e pulsante, un nucleo dal quale partire o al quale fare ritorno. Se dovessi disegnare una mappa della “vostra Milano”, quali luoghi e quartieri indicheresti?
Lo spazio era in Porta Venezia, che è il quartiere dove vivo oggi, e dove anche alcuni amici artisti vivono. In passato, alcuni hanno vissuto a Dergano, che forse è stato l’altro grande vero palcoscenico della vita quotidiana della nostra comunità. Uno dei miei migliori amici è di QT8; e anche questo quartiere ha un ruolo nella nostra storia: se Dergano è stata per noi la periferia “produttiva”, e Porta Venezia il centro città “espositivo”, QT8 era un luogo altro ancora – perché era un’utopia esso stesso, poteva diventare, anche solo per un pomeriggio, il nostro Monte Verità. Questo per dire che, anche solo cinque anni fa, per noi lo spazio non poteva che essere in centro. Perché, per quanto giovani, leggevamo la città ancora attraverso un’ottica modernista – e forse, provinciale. Oggi che Milano è tornata ad essere un polo per il mondo dell’arte globale, la dicotomia centro-periferia ha perso forza.

Oggi che Milano è tornata ad essere un polo per il mondo dell’arte globale, la dicotomia centro-periferia ha perso forza.

Sì, basta pensare alla Fondazione Prada in Largo Isarco.
Ma non solo. Alcuni amici artisti e curatori hanno aperto spazi progetto “lontano” dal centro – penso ad Armada, in zona Bovisa, e a Fanta Spazio, a NoLo – ma in virtù di luoghi espositivi che vantano delle peculiarità, più che con il fine di ridisegnare la mappa della produzione artistica in città. Certo, questi spazi alimentano delle narrazioni urbane: NoLo è un quartiere “creativo” perché ancora relativamente economico; l’area a sud dello scalo di Porta Romana è canonicamente una prima periferia industriale soggetta a interventi di riconversione. Ma Milano è una città talmente piccola …

Infatti! Io sono tornata a Milano dopo aver vissuto a Roma per quasi due anni e ora mi sembra minuscola.
È piccola. Ed è trainata dall’industria creativa. Che non significa che ad abitarci ci sono solo gli stilisti, gli architetti, i designer, gli artisti e i grafici… Nel pieno post-capitalismo, bisogna buttarci dentro anche i copy writer, i PR e i personal trainer. Questa gente vuole case, supermercati, bar e ristoranti tarati su quelle che sono le loro professioni e i loro stili di vita. I processi di gentrificazione sono connaturati alla crescita urbana di Milano.

È inevitabile: i creativi sono in aumento e la maggior parte guadagna poco. Così migrano nelle zone dove gli affitti sono ancora abbordabili.
Appunto: prima di denunciare i processi di gentrificazione è necessario mettere in discussione gli assetti produttivi della città. Osservare, per esempio, che il capovolgimento sociale in atto in un’area come NoLo ha certamente un effetto sulle classi sociali più basse, alle quali si aggiunge però un nuovo proletariato generato dall’industria della creatività – persone come me, i miei amici artisti, e gran parte dei miei conoscenti a Milano.

E questa che hai disegnato è la mappa della Milano diurna: dove si abita, si lavora, si espone. E quella notturna? Per il suo potere di attrazione Porta Venezia continua a rappresentare la X, il luogo dov’è seppellito il tesoro. Il contenuto del forziere, però, sta forse cambiando: non sono più tanto le gallerie della zona a sedurre il popolo dei creativi, quanto i locali (penso al Picchio, al Love) e i rispettivi marciapiedi. Tutti lì, a raggrupparsi prima di cominciare la serata. E poi?
La vita notturna è più difficile da descrivere per me. Non sono mai riuscito ad individuare dei pattern, se non che le scelte si fanno in base a quanti soldi si hanno in tasca. Quindi si va al Love o al Bar Basso a seconda del budget – se è di nove o trenta euro. Per questo la notte è uno scenario un po’ più solitario. Per esempio, uno dei capitoli di “Le Petit Jeu” racconta di come l’anno scorso abbiamo organizzato, mensilmente, una serata al Plastic. Questo perché io ho sempre creduto che fosse importante esplorare anche i dancefloor come potenziali piattaforme catalitiche per una comunità.

La vita notturna è più difficile da descrivere per me. Non sono mai riuscito ad individuare dei pattern, se non che le scelte si fanno in base a quanti soldi si hanno in tasca.

Mi ricordo di quel capitolo … c’era una bellissima descrizione della musica. E poi com’è andata?
È stato un flop: i nostri amici artisti non venivano. E le ragioni sono tante: il Plastic è un club “costoso”; è un club gay; è un club scomodo da raggiungere, perché ci vuole il taxi o l’Enjoy per arrivarci… E tra le ragioni c’è anche il fatto che, forse, ai nostri amici artisti la dimensione del clubbing non interessa.

A te invece interessa?
Sì, e sempre di più. Infatti ho cominciato a vivermi quelle serate riferendomi a un’altra comunità, che era quella che di volta in volta, brevemente, si radunava sul dancefloor: persone di cui non so nulla, a cui non sarei in grado di dare un nome, né di riconoscere per strada, ma con cui posso dire di aver ugualmente condiviso delle emozioni. Queste aggregazioni hanno per me un valore radicale, proprio in virtù della loro “genericità” e “contingenza”, da un lato, e altissimo grado di empatia, dall’altro.

A proposito di aggregazioni: finora abbiamo disegnato mappe plurali. Esistono invece dei luoghi di Milano dove ti piace andare da solo?
A dire la verità non mi piace vivere la città da solo. Non riesco a godere di stare seduto in un bar a farmi i fatti miei. Non riesco neanche ad andare al cinema se non accompagnato. Se devo stare da solo, sono in casa… però viaggio molto per lavoro e viaggio spesso da solo. Nel tempo ho imparato ad assaporare quelle ore di solitudine perché la dimensione del viaggio – è vero per me, almeno –  è come se ampliasse le emozioni; e allora quelle ore diventano un’occasione per “ritrovarmi”.

Un posto allora c’è!
Ecco, se proprio devo indicarne uno dove mi piace andare da solo, ti dico l’Aeroporto di Malpensa. Per me è un luogo quintessenziale di Milano perché in fondo lì assisti a un’apoteosi dell’ironia sottsassiana: la goffaggine e insieme la lapidarietà del design postmoderno italiano che abbracciano il funzionalismo… Puntualmente mi fisso su un dettaglio del pavimento nella sala delle partenze, nel quale due superfici di granito di due grigi diversi sono accostate l’una all’altra, e “penetrate”, in diagonale, da una fascia che termina a semicerchio di granito rossastro. Questi “momenti” irrisori dell’idea stessa di progetto sono puramente milanesi. Erano di Sottsass, appunto. Adesso sono di Prada.