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Metanopoli la nebbiosa

Milano, storia di una città-così-come-dovrebbe-essere.

 

Una torre di quindici piani in alluminio e vetro che si staglia contro il cielo, incorniciata a destra e a sinistra da edifici bassi, file di condomini tutti identici, un motel e parcheggi immensi: il quartier generale dell’ENI sembra spuntare come per magia in mezzo ai campi e ai prati che si allungano tra San Donato e Milano, il trucco di un illusionista che ha trasformato un modellino in una città vera e propria.

Splendida, impeccabile, quasi luminescente: Metanopoli. Il giorno della sua inaugurazione la company town italiana si presentava così, con i suoi grattacieli esagonali e le stazioni di benzina di design; a guardar bene il primo palazzo degli uffici non è alto neanche la metà del grattacielo Pirelli, ma poco importa.

Il futuro arriva in anticipo nella periferia sud-est di Milano: sono gli anni Cinquanta e per vedere il mondo che verrà basta andare verso Lodi e lungo la strada, in mezzo ai fossi, le cascine e la campagna. A un tratto apparirà Metanopoli, “improvvisa, come dipinta su di un fondale da un urbanista megalomane”. Sono le parole con cui Luciano Bianciardi la descrive nel 1957: il complesso voluto da Enrico Mattei non è stato ancora completato (lo sarà alla fine di quell’anno) ma lo scrittore grossetano è stato mandato là in avanscoperta, a dire cosa succede quando le astronavi di domani atterrano in mezzo a un nucleo di case che non pare nemmeno un villaggio, un posto dove in tutto si contano una chiesa, un alimentari e un municipio. Questa è San Donato Milanese: cinquemila abitanti e non ne vedi neanche uno.

Quando ancora i grattacieli che svetteranno al centro di Milano sono in costruzione, Enrico Mattei ha già scelto il piccolo comune del milanese per la costruzione di Metanopoli. Il nome del complesso lo propone Mario Bacciocchi, uno dei suoi architetti, ma fa storcere il naso a molti: un nome così lungo stride con un tempo in cui tutto accade in fretta e quel rimando a Forlimpopoli trasforma la città del domani in una parodia di provincia; Giovanni Comisso propone “Metania”, ma Mattei non lo ascolta.

Metanopoli sorge da queste parti perché qui i terreni costano meno che a Milano, ma la città resta a distanza minima e così la SNAM, una filiazione dell’ENI, ne acquista 654 mila metri quadrati, trasformandola in una frazione che occupa quasi un terzo del comune che a quel tempo – il progetto parte nel 1953 – consiste in qualche baracca e abitazione di fortuna.

Metanopoli è un vero e proprio villaggio industriale, con i supermercati, le chiese, i centri sportivi, le case basse circondate da giardini e viali alberati.

Di fortunoso Metanopoli ha poco, lanciata com’è verso un destino bellissimo e immaginifico: il primo nucleo di costruzioni riguarda un centro per la manutenzione dei metanodotti e una stazione di servizio, ma è destinata a diventare molto più di questo. L’obiettivo è quello di concentrare in un unico luogo non solo le attività direzionali e di gestione della Eni, ma anche le abitazioni di operai, impiegati e dirigenti, fino al quartiere scientifico, con la Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi ed i laboratori: una città ideale, insomma, nella periferia sud-est di Milano, sul modello della Olivetti a Ivrea; un avamposto della modernità dove ancora non c’è niente, a parte la via Emilia. Da qui partirà anche la rete autostradale italiana, ma il governo ancora non ha neanche iniziato i lavori, che qua hanno già pronta una stazione Agip a servire i futuri viaggiatori; poco importa se il giorno in cui si inaugura il complesso tutto quello che c’è della futura Autostrada del Sole è un cartello a indicare il capolinea milanese e qualche bulldozer immobile: “la città del Metano” si tiene pronta a tutto.

Metanopoli è un vero e proprio villaggio industriale, con i supermercati, le chiese, i centri sportivi, le case basse circondate da giardini e viali alberati e i quartieri concepiti con criteri urbanistici d’avanguardia: è una cittadina borghese di quelle che in Italia non si conoscono, perché se la crescita demografica di San Donato non è una novità in questi anni di inaspettato miracolo economico, lo è la sua forma urbana.

Mentre gli altri insediamenti dell’hinterland milanese accolgono le ondate di immigrati come meglio possono, ma non hanno né il tempo né gli strumenti per progettare la propria crescita, Metanopoli si prende il lusso di intitolare vie a Enrico Fermi e Galilei ancora prima di costruirle e all’erba fradicia dei campetti abbandonati preferisce filari di pioppi, importati appositamente dalla pianura padana a decorazione di case così belle e uguali che sembrano solo disegnate. Metanopoli non assomiglia agli altri insediamenti popolari dell’hinterland, perché non ha niente di popolare: qua gli abitanti sono stati reclutati uno per uno; è una città di tecnici, di manodopera qualificata, tanto che i sandonatesi, che sono per lo più operai non specializzati, non lavoreranno qua, ma a Milano. Tra le due realtà, il comune e la sua immensa frazione, i rapporti saranno sempre pochi: Metanopoli, chiusa in se stessa, perpetra il proprio mito. Qui si celebra la religione dell’energia e le facciate dei grattacieli sono decorate con delle forme astratte che ricordano gli antichi ideogrammi delle civiltà mesopotamiche: qualcuno dice che fossero le prime utilizzatrici del petrolio; eppure al di fuori del perimetro sacro di questa città non arriva neanche l’allaccio del gas.

A Metanopoli hanno anche una rivista, Il Gatto Selvaggio: “Il punto di incontro per tutti coloro che fanno parte della grande famiglia del gruppo Eni” secondo Mattei. Sulle sue pagine vengono pubblicati Natalia Ginzburg e Goffredo Parise, Manzoni e Gadda. Giovanni Comisso, nel secondo numero della rivista, scrive che “nel grande corpo della Nazione, se la schiera dei politici appare rilassata, se quella degli artisti appare disorientata, questa vasta dei tecnici dell’industria appare come un giovanile sistema nervoso dei più sani e vitali.”; ne La Notte di Antonioni, quando sono alla villa dei Gherardini, Jeanne Moreau dice a Mastroianni che “ogni miliardario vuole il suo intellettuale: avrà scelto te” e pare che anche Mattei avesse trovato i suoi.

È bella Metanopoli? O è solo una città-così-come-dovrebbe-essere, perfetta e impressionante? Pasolini la usa come sfondo per La Nebbiosa, una sceneggiatura sfortunata che lo scrittore prepara nel 1959 a Milano e che diventerà quattro anni dopo un film fallimentare, dal titolo Milano Nera. La storia racconta di un gruppo di teddy boys che deve decidere come festeggiare l’ultimo giorno dell’anno, mentre in lontananza si staglia “un viale immenso, con in fondo una corona di immensi palazzi illuminati”. La scena si apre in un bar della zona Metanopoli, ma i teddy boys di Pasolini preferiranno altre vie, altri luoghi, perché la città di Mattei è una città come dovrebbe essere, così perfetta e inattaccabile, un posto che neanche la sfacciataggine della giovinezza riesce a toccare, dove non c’è vita.

Di quel film resta poca cosa, tranne la certezza che se devi parlare di come cambiano le città, di come Milano sia magnifica nella sua alterigia di vetro e acciaio, devi partire da San Donato. Ma non è qui che potrai ambientare le tue storie: c’è qualcosa di Metanopoli che la rende inadatta alla vita. Sarà che un posto del genere si presta più alla fantascienza che ad altro e che questo genere non ha mai avuto troppa fortuna in Italia, ma gli scrittori e i registi si sono sempre limitati a orbitare attorno Metanopoli come a un corpo celeste; la ragione non sta nella sua impeccabile modernità (in quella sceneggiatura Pasolini descrive Milano come un “panorama crudele di file di luci e palazzi di vetro, simili a globi di chiarore” e i suoi grattacieli come “colossali fantasmi pietrificati”), ma nell’essere un sistema chiuso, controllato dall’alto e che programma continuamente il suo futuro. A volte, guardando Metanopoli, l’impressione è che i progettisti si siano dimenticati di mettere la vita in mezzo ai loro modellini di palazzi.

Sono passati sessant’anni dal futuro e cosa ne è di San Donato? Restano i palazzi degli uffici, quelli con le torri esagonali disegnati da Nizzoli e Olivieri, ispirandosi alle architetture dei battisteri di Cremona e di Parma e ai gasometri. Negli anni si aggiungono anche nuovi palazzi, nuovi grattacieli – come quelli a pianta stellata di Ratti e Bacigalupo, ma nonostante i piani urbanistici d’avanguardia, Metanopoli non è mai stata molto più di una company town: un posto dove si lavorava, che si svuotava dopo la chiusura degli uffici. Bella, sì, anche funzionale, ma inadatta alla vita di relazione.

A volte, guardando Metanopoli, l’impressione è che i progettisti si siano dimenticati di mettere la vita in mezzo ai loro modellini di palazzi.

Dagli anni Novanta si è provato a rilanciare l’area e l’obiettivo è colmare la distanza con Milano sia materialmente che idealmente. Il progetto viene affidato a Kenzo Tange, con l’obiettivo di “crea[re] un senso di continuità con il centro storico di Milano e questa moderna città satellite” grazie a piazze e collegamenti con i territori di Parco Sud; “una volta completato, alla fine di questo secolo, San Donato Milanese svolgerà un ruolo di primaria importanza a livello internazionale come sobborgo di Milano”.

Non creare la città perfetta, ma fare sì che nella città perfetta si vivesse un po’ di più, che non fosse uno strano satellite in cui lavorare e basta; che da deserto e immacolato diventasse il luogo della vita così com’è e non come dovrebbe essere; un’appendice particolarmente avanzata della città, piuttosto che un distretto tecnologico pieno di fantasmi.

A vent’anni di distanza è quanto mai evidente che il risultato è stato ben poca cosa. I palazzi che la Kenzo Tange Associates progetta qui li abbiamo già visti altrove – sono gli stessi della Fiera di Bologna, del centro direzionale di Napoli – e infatti potrebbero stare ovunque: la loro modernità è limitata, perché non trasformano più le città in quello che dovrebbero essere, ma in quello che sono nel resto del mondo.

Così sessanta ettari edificati più tardi, l’area è nuovamente al centro di un ennesimo piano di rimaneggiamento, con a capo la Morphosis Architects. Lo studio di Los Angeles ha vinto il concorso indetto nel 2010, battendo anche Arata Isozaki (già a Milano con uno dei grattacieli del complesso City Life), grazie al suo approccio organico alla architettura: dire che la sostenibilità ambientale sia l’ossessione di questo decennio è quasi riduttivo, quando ci si trova davanti a un progetto che dichiara che i nuovi quattro edifici rappresentano “la ricchezza della stratificazione geologica e la composizione del suolo-paesaggio come fonte di energia e di vita” e vagheggia di tettonica e biodiversità; ma in fondo qui già negli anni sessanta si coloravano le condutture di verde, nel tentativo di far dimenticare che è della città del metano che si parla.

Ad ogni modo, la Morphosis Architects si impegna a ridefinire Metanopoli: lo scrivono nero su bianco, adesso al centro del progetto ci sono l’uomo e la comunità; ma non è forse un eccesso di progettazione che rende questi luoghi invivibili? Non è forse la straordinarietà di Metanopoli che ne fa un luogo adatto più per le scenografie che per le storie?

Bianciardi rideva dei motel fatti costruire qui negli anni ’50, perché erano figli di una moda americana arrivata con Niagara e i diari statunitensi di Simone de Beauvoir e da queste parti avevano finito per assumere uno stile a metà tra il tirolo e il far-west; ora Metanopoli la chiamano “uno dei quartieri più minerali di tutto l’hinterland”: Bianciardi avrebbe riso di questa definizione, credo, poi avrebbe preso e sarebbe tornato dove le strade non si incontrano a angolo retto e i progetti sono una cosa che prima o poi verrà messa in atto.