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La caccia

A Messina la pesca del pescespada è una tradizione lunga 500 anni. Ma oggi rischia di sparire, tra gli abusi delle spadare e l'indifferenza delle amministrazioni comunali.

 

Prologo. Il botto
Nel 1947 Giuseppe Arena aveva 7 anni. Quell’anno la Sicilia era in preda a furori tutt’altro che astratti. Ad aprile, il Blocco del Popolo formato dai partiti di sinistra aveva vinto le elezioni regionali. Il primo maggio, a Portella della Ginestra, una squadraccia fascista capitanata dal bandito Giuliano aveva aperto il fuoco sulla folla di contadini riunitisi per la festa del lavoro. 11 morti, 27 feriti e la prima strage dell’Italia repubblicana. La prima di una lunga serie. Pippo Arena è solo un bambino e queste cose non le sa. Una mattina d’estate sta giocando sulla spiaggia di fronte casa sua con altri due bimbi, quando una bomba inesplosa gli trancia due falangi della mano sinistra, quelle di mignolo e anulare.

Nel 1947 il pescespada si pescava con la stessa tecnica con cui era stato pescato nei 500 anni precedenti. I pescatori delle due sponde dello Stretto di Messina si dividevano la “posta”, il lotto di mare entro cui effettuare la caccia. Ancoravano al centro di quello specchio d’acqua una barca, la feluca, dotata di un’alta antenna, dalla quale “l’antenniere” poteva avvistare la preda e dare indicazioni ai suoi compagni. Questi ultimi erano a bordo di piccole lance dipinte di nero, i luntri, manovrate da quattro vogatori ciascuno. Anche il luntro aveva una torretta di avvistamento, più piccola di quella della feluca, dalla quale il “fariroto” osservava gli spostamenti del pescespada, incitava i vogatori e indirizzava il fiocinatore, appostato a prua e pronto al tiro.

Il padre di Pippo, Simone, era fiocinatore e padrone di feluca. Cinque anni dopo lo scoppio di quella bomba, nel 1952, Simone Arena rivoluzionava il mondo della pesca al pescespada inventando la “passerella”, una barca a motore che univa luntro e feluca in un unico scafo. “Un ingegnere gli aveva chiesto se la voleva brevettare”, racconta suo figlio Franco, “ma lui disse di no. Sarebbe rimasta disponibile a uso e consumo di tutti i pescatori”. Sessant’anni dopo, queste imbarcazioni uniche al mondo continuano a correre sopra le acque dello Stretto di Messina, dando la caccia al principe del mare: il pescespada.

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1 – I fratelli Arena
Ora Pippo Arena ha 75 anni. È il fiocinatore della Simone, la motopasserella più grande dello Stretto, che porta il nome di suo padre. Lui e i suoi fratelli, Nino e Franco, sono probabilmente gli ultimi eredi di una tradizione antica quanto l’uomo, citata da Omero nel XII canto dell’Odissea e descritta dallo storico greco Polibio nel secondo secolo a.C.

Mille anni prima della nascita di Cristo, a Ganzirri, frazione di Messina, vi era un importante tempio dedicato a Poseidone, il dio del mare, che secondo il mito separò con un colpo di tridente la Sicilia dalla Calabria. Poseidone, poi divenuto Nettuno, è da sempre il protettore di Messina. Tradizione vuole che la città sia stata fondata da uno dei figli di Nettuno, il cacciatore Orione. Senza voler scomodare l’intera mitologia greca, tutte queste leggende attestano la vocazione marinara di queste sponde, che per oltre due millenni e mezzo hanno vissuto di pesca.

Ci sono tanti di quegli Arena a Ganzirri che ogni famiglia ha un soprannome, per distinguerla dalle altre. Pare sia il cognome più comune della provincia di Messina. I figli di Simone sono noti come “puddicchi”. Arena significa “sabbia” in spagnolo, e di sabbia sono fatte le colline che circondano i villaggi della riviera. Villaggi dai nomi evocativi – Paradiso, Contemplazione e Pace – davanti ai quali passano le feluche. Ma sono Ganzirri e Faro, i due paesi arroccati su Capo Peloro, tra Ionio e Tirreno, a contendersi il primato di villaggio di pescatori sullo Stretto. Ci sono più di 500 barche solo a Ganzirri; 300 nella più piccola Torre Faro. Una distesa senza fine di tutti i tipi e tutti i colori. Il legno è ancora il materiale più utilizzato; la vetroresina non si presta alle lunghe battute di pesca, e i pescatori di lungo corso non la amano.

Il nome Ganzirri viene dall’arabo gadir, palude o pantano. Il Pantano Grande e il Pantano Piccolo sono due laghi d’acqua salata tra Ganzirri e Torre Faro, celebri per l’allevamento delle cozze. Oltre la ringhiera del lago grande, due pescatori di mitili stanno armeggiando con delle nasse, delle reti metalliche a forma d’imbuto. Sto aspettando la signora Dora, la moglie di Pippo, che mi ha dato appuntamento di fronte alla chiesa di Ganzirri.

Mi ha preparato dei panini: “A bordo mangi quello che dico io”. Dora – “non mi chiamare signora, che mi sento vecchia” – non è siciliana, è pugliese, di Foggia, e “ne va fiera”. Ha conosciuto suo marito a Genova, quando lavorava in una società di navigazione. Hanno cinque figli, una femmina e quattro maschi. I ragazzi sono tutti per mare: Gabriele, il più piccolo, è imbarcato su una petroliera; uno è in marina; Pasquale, che mi accompagna con la sua barca sulla feluca, è nei traghetti, mentre l’ultimo, il maggiore, sta a Lipari.

Il mare, nella luce bianca e irreale delle otto del mattino, sembra olio. In mezzo allo Stretto le sagome delle feluche si stagliano contro il cielo attraversato da qualche nuvola. Viste da qui, dall’acqua, le loro antenne paiono più alte del pilone, il traliccio d’acciaio che, fino al 1985, collegava la Sicilia alla Calabria con una linea di cavi ad alta tensione. Adesso i cavi sono sottomarini, proprio sotto di noi. U piluni, invece, rimane ancora là, con i suoi 233 metri di altezza. Dal 1999 è stato dichiarato monumento di rilevanza culturale ed è uno dei simboli di Messina.

La feluca sta navigando dalle parti di Pace. Ce la troviamo davanti in tutta la sua lunghezza, oltre 50 metri. È blu, bianca e verde: i colori del mare. A prua, lungo la passerella, Pippo ha l’arpione in mano. Lo impugna con la naturalezza di un ragazzino che tiene un bastone, eppure quell’asta, come verrò a sapere poco dopo, pesa svariati chili, oltre ad essere lunga più di quattro metri. La lancia quando siamo solo a pochi metri dalla barca. Ancora non sappiamo se ha preso qualcosa, ma lo scopriremo presto.

La prima cosa che noto, non appena messo piede a bordo, è un murale, dipinto direttamente sulla parete della cabina. Rappresenta un vecchio luntro, con il fiocinatore a prua che tiene sotto il braccio la lunga asta dell’arpione. Pippo, il fiocinatore in carne e ossa, sta mettendo a posto la sua, con la quale ha preso una lampuga di una decina di chili. Il pesce, appena pescato, è già legato sotto la bitta di prua. Si dimena impazzito sbattendo la coda come una frusta. Pippo mi dice che in dialetto lo chiamano “pavone”, probabilmente per i colori sgargianti della sua pelle. La vedo cambiare, da dorato ad azzurro, per poi tornare di nuovo di un giallo intenso, mentre il pesce muore.

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La Simone
La Simone è un tripudio di legno e metallo. Funi, galleggianti e salvagenti di ogni tipo, forma o dimensione arricchiscono i fianchi (i “masconi”) del peschereccio, così armato che a guardarlo si ha l’impressione che potrebbe salpare a caccia di balene. Decine di cavi e di tiranti d’acciaio volano dal ponte all’antenna, reggendola in un equilibrio perfetto, precario solo in apparenza. La barca misura 22 metri, esclusa la passerella, che da sola poteva raggiungere oltre i 50 metri e ora, ritirata, è lunga non meno di 30. Se non ce l’avessi davanti non ci crederei: fluttua sull’acqua, sospesa, senza mai sfiorare le onde. Uno spettacolo impressionante.

La torretta non è da meno: è alta 33 metri e Nino manovra direttamente da là, dove si trovano il timone e i comandi – un’altra invenzione di mastro Simone. Sulla coffa stanno in tre o quattro, ad avvistare le prede. Dalla torre fanno un cenno e Pippo corre lungo la passerella: “Devo fare in fretta”, mi dice, “perché gli spada non stazionano, passano in superficie”.

I pescatori, nel romanzo Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, sono chiamati “pellisquadre”, perché hanno la pelle indurita dal sale, come gli squali. Pippo ha 75 anni ma ne dimostra almeno 15 in meno, anche se ha il viso cotto dal sole e un infarto. Fa questo lavoro da cinquant’anni. Il mestiere di lanzaturi gliel’ha insegnato suo padre, anche se sarebbe più corretto dire che se l’è imparato da solo. Piccolissimo, usciva in barca con suo padre, che era solito pescare nel lago grande di Ganzirri. Armato di un arpione in miniatura, mentre Simone sedeva a prua, Pippo, dietro di lui, gli rubava i pesci. “I miei fratelli invece sono sempre stati lassù, sulle antenne”.

Nino, Franco, Pippo e Pasqualino. Gli Arena brothers, come recita una targa esposta in bella mostra dentro la cabina. A bordo portano tutti gli occhiali scuri e il cappello, essenziale contro il sole battente. I tre fratelli Arena hanno i berretti da baseball con i nomi di portaerei o grandi fregate americane. Sono legati con un laccio al collo, per evitare che il vento se li porti via. Le lenti oggi sono polarizzate, ma per secoli il mare si scrutava tutto il giorno a occhio nudo e i vecchi pescatori spesso perdevano la vista. Pippo ha una carta da gioco siciliana tagliata a metà e incastrata nell’astina degli occhiali. Dei paraocchi artigianali per proteggersi dai raggi laterali.

Il pescespada si pescava con la stessa tecnica di 500 anni fa. I pescatori ai due lati dello stretto si dividevano la posta e insegnavano ai figli a fare i lanzaturi.

2 – La caccia
“Quell’animale là, lanzato, fu il sottoscritto che lo lanzò”
Stefano D’Arrigo

Qual è il momento giusto per colpire?, chiedo a Pippo. “Ci vuole molta calma. Spesso quando sei proprio sul punto di lanciare, il pescespada sente un rumore e scappa via come un razzo. Non devi avere neppure il tempo di pensare”.

Per lo spada si usa un arpione a due punte, la draffinera, la cui asta ricorda una calamita. Per quelli più piccoli è meglio utilizzare un tridente. La schiena è troppo sottile e la fiocina a tre punte s’infila meglio. L’arpione normale, invece, u ferru, viene usato per le bestie più grosse. La sagola, il filo di stoffa legato all’arpione, va tenuta all’esterno della passerella, per il rischio che si attorcigli, e soprattutto che il fiocinatore non vi rimanga impigliato. La sagola di riserva, oltre 100 metri, è avvolta dentro a due casse sul ponte. Il recupero di quest’ultima, la caloma, può richiedere anche diversi minuti.

Ogni fiocina o arpione ha delle alette di ritenuta, di modo che, una volta che il ferro si è piantato nella carne del pesce, quest’ultimo non possa liberarsene. Una volta il tiro dell’arpione era parabolico, dalla prua del luntro. Ora la passerella consente al lanciatore di trovarsi sopra la preda, lontano dal rumore del motore, che lo farebbe scappare. Silenzioso e letale. Se Pippo lancia, ferra (prende). E non sbaglia mai un colpo.

L’anno scorso, durante la celebrazione della festa di San Nicola, il santo patrono di Ganzirri, gli altri pescatori l’hanno eletto “miglior fiocinatore dello Stretto” e gli hanno consegnato una coppa. La processione viene organizzata proprio dalla famiglia Arena, e la barca che porta il simulacro del santo è una vecchia feluca appartenuta a padron Simone. Il che, forse, smentisce quello che scriveva Herman Melville in Moby Dick, e cioè che i ramponieri devoti non sono buoni cacciatori: “La religione gli toglie dall’anima lo squalo, e il ramponiere non vale una cicca se non è un po’ pescecane”.

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Pippo i pescecani non li ama, e ha anche un’ottima ragione per non farlo. L’anno scorso uno squalo ha attaccato una preda che aveva appena catturato. “Mi sono sporto e lì sotto c’era sto bastardo che azzannava il pescespada. Si è mangiato tutto il collo e metà del fianco”. Proprio come ne Il vecchio e il mare, il pescecane era stato attirato dal sangue del pescespada.

Lo Stretto di Messina è zona di transito per lo squalo bianco, il più grande predatore marino, che i pescatori chiamano la “palombina”, la colomba, per via del suo colorito chiaro. Eppure nell’Odissea i pescecani, da cacciatori diventano le prede di un mostro ancora più temibile: “Quella non è mortale, ma una rovina immortale,/ terribile, atroce, selvaggia, imbattibile:/non c’è uno scampo, la cosa migliore è fuggire”. È Scilla, la creatura mitologica che infesta la costa calabra dello Stretto.

3 – Lo Stretto
Si cambiano sovente i connotati
diventano violenti
schiumano sul luogo dello scontro
e le seppie schizzano inchiostro
le triglie s’aggirano torve come squali
i passeggeri si tengono alle maniglie
se l’acciuga avanza come un mostro
Bartolo Cattafi

Scilla e Cariddi, rispettivamente sulla costa calabra e su quella siciliana dello Stretto, sono le rappresentazioni mitiche di due timori assai reali. Da un lato la rocca di Scilla (in greco Skylla, latino Scylla: “scoglio”), riparo dell’omonimo mostro, che già dal quinto secolo avanti Cristo veniva utilizzata come castello naturale contro gli assalti dei pirati tirreni. Dall’altro le forti correnti dello Stretto in prossimità di Capo Peloro, dove si incontrano, fondendosi, il Tirreno e lo Ionio. I due mari, diversi per temperatura, profondità e composizione chimica, “diventano violenti” e per secoli hanno trascinato coi loro vortici barche e navi, che spesso finivano per sfracellarsi contro le rocce. Un esempio su tutti: Ulisse, nel canto XII dell’Odissea, preferisce affrontare l’ira di Scilla anziché rischiare di naufragare dentro al gorgo di Cariddi.

“Ora viene la scendente”, mi dice Pippo. “Con la scendente è un casino. Anche se ci sono pescispada non ne vediamo, con la montante è meglio”. La “montante” e la “scendente” sono le due correnti principali e contrarie dello Stretto, da Sud verso Nord e da Nord verso Sud. In pratica i due mari, Ionio e Tirreno, si riversano l’uno nell’altro, a seconda della corrente. Se da un lato c’è bassa marea, dall’altro ci sarà alta marea, e viceversa. Pippo mi spiega che con la “scendente” sono le acque tirreniche, che possiedono una minore densità, a strabordare in quelle ioniche, più pesanti.

“La rema montante che la Sicilia indirizza verso la Calabria, e la rema scendente che segue la rotta inversa”, scriveva il poeta messinese Bartolo Cattafi, “sono fasci alterni di energie che le due terre si scambiano attraverso lo Stretto. Come le braccia di due corpi che si respingono; non ostili, ma desiderosi di distanza”.

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“Qui tutti hanno la barca”, dice Peppe, amico degli Arena da una vita, e anche lui, da una vita, pescatore. “Gente che non sa cos’è l’acqua salata. Eppure ‘sti dilettanti hanno più attrezzatura di noi. Stanotte a mezzanotte che rema è? La luna in che fase è? Un vero pescatore sa se butta vento o no. Ma non è facile. Ci vogliono anni per impararlo”.

“Generati da qualche parte dal mare pieno di pescecani”, scriveva Melville dei vecchi pescatori. Peppe, che da ragazzo era comunista, lavorava nelle ferrovie, ma non riusciva a stare lontano dal mare: “Lavoravo sui treni, stavo tutto il giorno rinchiuso dentro a quei vagoni di ferro. Poi quando arrivavo a Palmi e vedevo lo Stretto di Messina finalmente respiravo. Io l’Italia l’ho girata, però non lo so se c’è un posto migliore di questo, dove si pesca 300 giorni l’anno. Lei c’è mai stato a Santa Margherita Ligure?”, mi domanda. “Guardi l’acqua del porto: è del colore del mattone macinato. Qui nel giro di due ore l’acqua si ricambia tutta. ‘Sto vento adesso a noi ci può dare fastidio, ma in città è come un’aria condizionata naturale”.

Messina è la provincia italiana con il maggior numero di comuni sul mare. Peppe mi descrive i paesi della riviera ionica, che una volta si chiamavano “casali”.  “A Pace c’è una tradizione di pesca con la lenza. Ganzirri, come sa, è celebre per il pescespada. Faro invece per le reti.”

La posta
Alla Simone è stata assegnata la zona di pesca che va da Pace a Contemplazione. Un paio di chilometri di larghezza e un chilometro di lunghezza, fino al cuore dello Stretto, lungo poco più di tre chilometri. È l’assegnazione della “posta”, che una volta si faceva girare con cadenza settimanale o mensile. Regolata dalla Camera di commercio e controllata dalla Capitaneria di porto, la “posta” viene rigidamente rispettata da tutte le feluche, ed è in vigore fino al 31 agosto. Dopo quella data le passerelle sono libere di pattugliare altre zone, sempre badando agli itinerari degli altri pescherecci. La zona migliore, mi spiegano, va da Pace a Sant’Agata, il sentiero di “passa” prediletto dal pescespada. “Quello che gli piace di più”, dice Pippo sorridendo, come se stesse parlando di una persona cara.  E in un certo senso è proprio così.

4 – Il pescespada
“Non hai ucciso il pesce soltanto per vivere e per venderlo come cibo, pensò. L’hai ucciso per orgoglio e perché sei un pescatore. Gli volevi bene quand’era vivo e gli hai voluto bene dopo. Se gli si vuol bene non è un peccato ucciderlo. O lo è ancora di più?”
Ernest Hemingway

Il pescespada è un animale unico, e non solo in quanto unico rappresentante della sua specie, gli xiiphidae. La definizione tautologica Xiphias gladius – letteralmente “spada spada”, quasi un’invocazione – gli è stata affibbiata da Linneo, il naturalista svedese che ha inventato la moderna catalogazione delle specie viventi. Contrariamente a quanto si creda, il marlin, il pesce preferito di Hemingway, non è un pescespada, ma una “volgare” aguglia imperiale. Seppur squisita, la sua carne è meno pregiata di quella dello spada, che è più tenera e totalmente priva di scaglie. Il marlin ha sul dorso un’altissima pinna dorsale, simile a una vela – in italiano viene chiamato anche “pesce vela”. La pinna dorsale del pescespada, invece, è corta e arcuata come quella di uno squalo. Ma ciò che contraddistingue davvero il pescespada è il rostro sul muso. Se quello del marlin ha una forma cilindrica, quasi tubolare (tanto che le prede vengono tramortite e non trafitte), il rostro del pescespada è piatto e affilato come quello di una spada, appunto.

Il pescespada è velocissimo e battagliero per natura: è solito attaccare con il rostro le barche dei pescatori che tentano di catturarlo. Non per niente è chiamato “principe del mare”.

All’origine di ciò si trova, immancabile, l’ennesimo mito greco. I Mirmidoni erano il corpo d’élite di soldati achei comandati da Achille durante la guerra di Troia. Alla morte di quest’ultimo, i Mirmidoni in lutto si recarono sotto le mura della città e sfidarono a duello tutti i troiani. Non ottenendo risposta, ormai resi pazzi dalla rabbia e dal dolore per la perdita del loro capo, si gettarono in mare, rischiando di morire affogati. La madre di Achille, la ninfa Teti, li salvò dalle acque trasformandoli in pesci. In ricordo del loro valore di grandi guerrieri, ai Mirmidoni fu concesso il privilegio di conservare le spade.

Il pescespada è un animale battagliero per natura. Si nutre di seppie e calamari, come le balene, e come le balene è solito attaccare con il rostro le barche dei pescatori che tentano di catturarlo. Capace di nuotare a quasi 100 chilometri all’ora, è il pesce più veloce del Mediterraneo.

La passa
“È un pesce strano”, mi dice Pippo, che lo conosce come poche altre persone al mondo. “Non è come il tonno, che è sempre a galla. Lui si posa, gli devi dare il mare fangoso. Qua è solo di passaggio”. È la cosiddetta “passa”, che i pescispada effettuano ogni anno, da millenni, tra queste acque. Maggio e giugno lungo la costa calabra, luglio e agosto dal lato di Messina. “Lui passa da qua e poi se ne va verso le isole Eolie, a 600, anche 700 metri di profondità, perché il fondale là è più fresco. E a lui gli piace la frescura, guarda un po’ che strano”.

“Il pesce ha una sua rotta da seguire”, mi conferma Peppe. “A comu ci gira. Per esempio, se d’inverno prevale lo scirocco la stagione va male. Il maestrale invece ossigena l’acqua ed è bene. Qui nello Stretto il pesce ha un altro sapore proprio perché è ossigenato. Per stare nella corrente deve muoversi. È come un cristiano che fa ginnastica: è più in salute di uno che sta fermo!”.

Per i pescispada questa è la stagione dell’accoppiamento; per i pescatori, invece, la saga della “parigghia”, la tragica coppia cantata da Domenico Modugno in una vecchia canzone. Mentre le femmine vanno alla ricerca di un punto adatto per deporre le uova, i maschi, dietro di loro, le seguono in ogni movimento, pronti a fecondarle. Avanzano così, insieme, come una coppia di sposini. Va colpita prima la femmina, perché è più grossa e più lenta, ma soprattutto perché il maschio le starà vicino fino alla fine, finendo per farsi arpionare anche lui. “Non sa quante volte ci è capitato che un maschio si è messo a colpire la barca con la spada, dopo che gli avevamo preso la femmina”, racconta Pippo, ma stavolta senza sorrisi.

Sono le due e mezza del pomeriggio, e proprio quando sulla barca si ha ormai la sensazione che si rientrerà in porto a mani vuote, la pinna di un pescespada fa la sua comparsa a qualche metro da noi. La feluca sobbalza in avanti e per poco non si arresta, quando Nino, sull’antenna, ferma il motore e manovra il timone in modo da girare silenziosamente attorno alla preda. Pippo è già a prua, sulla jaggia. Dall’antenna Nino non urla; dice qualcosa come se si trovasse lì, accanto a suo fratello sulla passerella, e non a 30 metri d’altezza. Fa un cenno e Pippo sa subito che arpione prendere.

Dura tutto pochi secondi. Pippo impugna la punta con le tre dita e mezzo della mano sinistra. Il braccio destro, invece, è steso verso fuori, per reggere la parte posteriore dell’asta. Braccio, asta e corpo del lanciatore formano ora un angolo rettangolo perfetto. Quand’è il momento, Pippo porta il braccio destro in alto, sopra l’orecchio, afferra la base dell’asta con il palmo della mano e spinge giù, scaricando sulla preda tutta la potenza del suo corpo. Il pescespada non ha scampo.

Lo schianto è micidiale. L’arpione si conficca nella schiena della preda, che istintivamente gira su se stessa, non capendo, in quell’istante, cosa stia succedendo, né il perché di tutto quel dolore nella carne. Il pescespada trafitto si dimena, liberando l’asta dalla sagola. Ma l’animale non è sconfitto. Passerà quasi mezz’ora prima che si sfinisca, mentre Peppe a bordo dà la caloma, srotolando la cima per farlo stancare. Alla fine i fratelli Arena hanno la meglio. Quando lo issano a bordo, Franco avvolge un panno di tessuto attorno al rostro per evitare di tagliarsi le mani. Peserà almeno 30 chili. “Le dico la verità, a me dispiace quando lo prendiamo il pesce. Mi rende triste vederlo così”, mi dice Peppe.

Dura tutto pochi secondi: Pippo porta il braccio destro in alto, afferra la base dell’asta con il palmo della mano e spinge giù, scaricando sul pescespada tutta la potenza del suo corpo. Non ha scampo.

La cardata d’a cruci
Il pescespada non è stato neppure abbassato sul ponte che Franco vi si china sopra e gli passa le dita sulla guancia, da sinistra a destra e dall’alto verso il basso, lasciando con le unghie un segno che ricorda una rete a maglio. Cosa simboleggi questo marchio, la cardata d’a cruci (il “graffio della croce”), prova a raccontarmelo lui stesso: “Spiegarlo a parole non saprei, ma è una forma di ringraziamento, per l’animale e per chi ce l’ha fatto prendere. Ce l’hanno insegnato i vecchi. Lo facciamo automaticamente, se non lo fai subito poi non lo puoi fare, perché la carne si asciuga. È una tradizione. Questo segno in particolare lo faceva solo la mia famiglia. Ora lo fanno tutti i pescatori dello Stretto”. È l’onore delle armi, il rispetto dovuto a un avversario valoroso, la gravità che ho sentito nella voce di Pippo quando mi ha raccontato del maschio di pescespada che assale la barca per vendicare la morte della compagna.

Chiedo a Pippo quale sia il pesce più grosso che ha pescato. “Sicuramente i tonni, quando si poteva. Ne abbiamo presi anche di 600 chili. Il pescespada al massimo da 200-250 chili” (la taglia massima mai registrata, per un pescespada, è di 300 chili). “Quest’anno però è stata un’annata di pesci piccoli: 20-25 chili”. In dialetto si chiamano puddicinedda.

5 – Niente più tonni
Ora i tonni, nello Stretto di Messina, non si possono più pescare. “Se ti beccano sono 4.000 euro Amo o arpione a loro non importa. A mio figlio gliel’hanno fatta, la multa”. E quindi come si pescano? “Con le reti. Con le reti non si fa danno, invece con l’arpione sì (ride). Dovrebbe essere il contrario, no? Con l’arpione ne puoi prendere 20 a stagione. Con le reti dieci, quindicimila. La comunità europea ha dato queste disposizioni. Ora le quote le hanno chiuse, perché hanno raggiunto il numero”.

E i controlli come li fanno? A terra o in mare? “Noi potremmo anche pescare, ma poi non possiamo scendere a terra. Dove devi andare, con una barca così? Ti prendono subito. La capitaneria è già lì alla banchina che ti controlla. Niente più tonni.” I dati sulla sostenibilità ambientale della pesca del tonno sono controversi. Secondo ambientalisti e zoologi, il tonno rosso o Thunnus Tynnus continua ad essere in serio pericolo di estinzione. Alla fine degli anni 90 la Commissione Internazionale per la Conservazione dei Tonni  dell’Atlantico (ICCAT) ha stabilito delle quote che, se rispettate, avrebbero potuto arrestare il rapido declino della specie. Quest’anno, per la prima volta da allora, la quota per la pesca dell’Unione Europea è stata aumentata del 20%. Secondo alcuni si tratterebbe della prova che i tonni del Mediterraneo non sono più a rischio.

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Franco mi racconta che la Simone è stata la prima barca ad ottenere la quota tonno in Sicilia. “Per dieci anni non si è preso un tonno nello Stretto. C’erano 147 tonnare abusive. Avvistavano i banchi con gli aerei, i sonar. Venivano pure pescherecci giapponesi, si immagini”. L’80% del tonno pescato nel Mediterraneo, infatti, finisce in Giappone, nei ristoranti di sushi. “Quando si sono accorti che di tonni non ce n’erano più le hanno proibite”, continua Franco. “Sono rimaste otto o dieci tonnare autorizzate in tutta Italia. Qui c’eravamo solo noi e il Tenace di Catania, ma ora qualcun altro si è preso la nostra quota e ci ha fatto fuori. Abbiamo fatto causa, bordelli vari, ma non è finita a niente”. Come sia sparita da un giorno all’altro, da una stagione all’altra, la quota tonno della famiglia Arena, è un mistero. Come possa una grande tonnara essersi assicurata la propria quota, invece, è assai più facile da immaginare. Una stagione di pesca, per queste barche, rappresenta un fatturato di svariati milioni di euro. “Faccia due calcoli”, mi dice Peppe. “In Italia si possono pescare duemila tonnellate di tonni. Le tonnare sono una decina. Quante tonnellate fa, a barca?” Quanto fa, gli chiedo. “Fa 166 tonnellate di tonni per ogni barca. E parliamo di quelli autorizzati, eh. Ci aggiunga diverse altre tonnellate a sgamo. Diciamo che il tonno lo vendono a dieci, dodici euro al chilo. Le lascio calcolare il resto”.

Senza bisogno di prendere la calcolatrice, si tratta un sacco di soldi. Peppe mi dice che queste cifre stellari vengono spesso racimolate in pochissimi giorni. “Fanno pattugliare il tratto di mare da un aeroplano, che avvista i banchi e dà le coordinate alla barca. Poi salpano, a colpo sicuro calano le reti, catturano qualche migliaio di tonni di tutte le dimensioni e se ne tornano indietro. Nel giro di due o tre giorni raggiungono la quota e chi s’è visto s’è visto. E noi non possiamo pescare un tonno con l’arpione, uno contro uno, alla pari? È una vergogna, ecco cos’è”.

6 – Perché continuare
La pesca allo spada è registrata alla Camera di Commercio dal 1876. “Questa è una tradizione”, mi dice Franco, “eppure non ce n’è uno che si è interessato. Non ci tutela nessuno”. L’ex sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca – già destituito nel 2003 – al suo secondo mandato, dal 2008 aveva promesso ai pescatori di pescespada una sovvenzione in base a peso e dimensioni delle feluche. I soldi sono mai arrivati? “Manco u ciauru”. Nemmeno il profumo.  Nel 2012 Buzzanca si è dimesso e il Comune di Messina è stato commissariato.

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“Quarant’anni fa di barche così ce n’era una trentina. C’era una professione che non finiva mai. Ancora oggi, per quel poco che abbiamo, quando la gente viene a bordo rimane a bocca aperta. Non dico di pagarci degli incentivi, ma almeno fare in modo che io non mi possa umiliare. Che non possa uscire a pescare perché non ho i soldi per pagare la benzina”. In una giornata, mi spiegano i fratelli Arena, tra nafta e contributi spendono in media 300 euro. Continuano a pescare perché sono pensionati, ma senza la pensione non ce la farebbero. I loro figli preferiscono imbarcarsi perché qui non vedono prospettive. Uscire dal porto e pattugliare “la posta” è dispendioso. “Se non si pesca è un casino”. E allora perché continuate?, chiedo a Franco. “E vabbè, ormai ci siamo. Ma armare un’altra barca di queste non si può. Di giovani che vogliono imparare il mestiere non ce n’è. Ormai è tutto finito”.

Nell’aprile 2015, i sindaci di Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni, i tre comuni dello Stretto, hanno firmato un protocollo d’intesa per la realizzazione di un’area metropolitana condivisa. Tra le altre cose, hanno dichiarato di voler far riconoscere lo Stretto di Messina come patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Ovviamente, si è parlato anche di pesca. “Quello che mi fa più rabbia”, si sfoga Franco, “è quando dicono ‘questa pesca è una tradizione, non bisogna perderla’. E mantienila tu! Pagami almeno un minimo delle spese, non ti dico tutta la nafta, ma almeno qualcosa! Abbiamo avuto a bordo sindaci, onorevoli, giudici. Hanno fatto tutti promesse, ma noi siamo sempre abbandonati a noi stessi”.

In un anno il prezzo dello spada è calato di un terzo. 15 euro al chilo l’anno scorso, solo dieci quest’anno. “Lo spada si pesca dappertutto, nel Mediterraneo. Alla gente non importa come o dove. Leggono ‘pesce spada a 20 euro’ e lo comprano. Non gli interessa che il nostro è migliore”.

Questa è una tradizione, eppure non ci tutela nessuno. Ormai è tutto finito. La pesca all’arpione delle feluche viene passata al setaccio, mentre chi scarica le spadare agisce incontrollato.

Le spadare
E poi ci sono le spadare, le reti (illegali) per la pesca del pescespada. Le chiamano “le muraglie della morte”. Si tratta di maglie lunghe anche diversi chilometri, abbandonate in mare aperto, che fluttuano alla deriva intrappolando tutto quello che incontrano. Non solo pescispada, ma anche tartarughe, delfini, squali e persino balene. Circa ottomila cetacei vengono catturati ogni anno con questo metodo. Come scrive Greenpeace, “le reti pelagiche derivanti sono l’unico attrezzo da pesca vietato da una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.

“Con le spadare”, mi spiega Franco, “si possono catturare 100, 150 pescespada ogni tre giorni. Una strage. Spada che si vendono a tre o quattro euro al chilo, per liberarsi del carico. Perché i pescivendoli dovrebbero comprarlo a 15 euro al chilo quando lo possono comprare a meno della metà?”. I controlli in mare aperto sono rari, costosi e difficili da attuare, così la pesca all’arpione delle feluche – la pesca più selettiva che esista – viene passata al setaccio, mentre chi scarica le spadare può agire incontrollato.

“Dal primo ottobre noi non possiamo più pescare”, dice Franco. “Eppure dodici mesi l’anno trovi il pescespada al mercato. E le autorità fanno finta di non vedere”. Di proteste di categoria non se ne parla. Purtroppo, sotto questo punto di vista, la colpa è degli stessi pescatori, che non riescono a unire le forze. La faccenda dei tonni è un esempio lampante: per gli Arena è stato il colpo di grazia, ma agli altri pescatori la questione non interessa. Loro la quota tonno non ce l’hanno mai avuta (anche se magari i tonni li prendevano ugualmente). “È una pesca che va a morire”, mi dice Peppe. “Quando avrà l’età mia di barche così non ce ne saranno più”.

La Fata Morgana
Adesso la Simone sta navigando oltre la Lanterna, una torre di segnalazione cinquecentesca costruita dallo scultore Giovanni Montorsoli, allievo di Michelangelo. Svetta dalla punta della falce naturale che forma il porto di Messina, la cosiddetta “zona falcata”. Zancle, ovvero “falce”, è il nome che i greci avevano dato alla città. Guardando indietro, verso Faro e Ganzirri, notiamo qualcosa di strano: il pilone sembra in Calabria, collegato alla Sicilia da una sottile lingua di terra. La prospettiva, da qui, fa sì che lo Stretto scompaia e le due sponde, come per magia, si fondano. Peppe mi dice che il giorno prima l’effetto era ancora più stupefacente. “Torre Faro pareva annegata” – dice proprio così, non “allagata”, ma “annegata” come una persona. “Le case spuntavano da sotto, venivano fuori dall’acqua”.

È la Fata Morgana. Chiunque, da queste parti, ha sentito parlare dello stupefacente fenomeno ottico visibile, a volte, dalla costa calabra. Più raro che il miraggio venga osservato dal lato siciliano. Evidentemente l’alta temperatura, il mare calmo e la visibilità particolarmente favorevole hanno permesso il miracolo. Mentre facciamo rotta verso il porto, un’altra visione appare davanti alla passerella. L’Etna, con la punta innevata, svetta dietro i Monti Peloritani. “Oggi si vede bene”, dice allegramente Peppe mentre comincia a preparare gli ormeggi.

Per rientrare in porto la feluca costeggia, tenendosi rispettosamente a distanza, il santuario della Madonna della Lettera, la santa patrona della città di Messina. Viste da qui, a pochi metri, le lettere della benedizione, “vos et ipsam civitatem benedicimus”, sono enormi e bianchissime; la statua, laccata d’oro, luccica nella luce del primo pomeriggio. La Simone si ferma e i fratelli Arena scendono tutti e tre sul ponte. Si incontrano qui solo due volte al giorno. Per il resto del tempo, Franco e Nino stanno sull’antenna, mentre Pippo piantona la punta della passerella. Da solo, con gli arpioni e i pescispada. “La stagione è finita”, dice Pippo mentre la barca a remi si avvicina al molo. “È tutto finito”, ripete sconsolato. “Ma almeno stasera si mangia pesce”.

Foto dell’autore.