Foto: Chiara Zucchellini.
Commenti

Marmi, muri e Craxi

Statue all'ex leader socialista, monumenti a Pantani e svincoli autostradali: una visita ad Aulla, in Lunigiana.

 

Aulla è famosa soprattutto per due cose. Una è lo svincolo dell’autostrada, perno basculante fra Toscana, Liguria ed Emilia. L’altra è l’alluvione del 25 ottobre 2011, quando un muro d’acqua proveniente dal vicino fiume Magra ne invase le strade e le case con la stessa potenza d’urto di uno tsunami.

Nel tardo pomeriggio, l’acqua cominciò a filtrare all’interno degli scantinati a ridosso del fiume, salendo lenta e scura ancor prima che l’onda anomala allagasse le strade e i pianterreni. Poi, arrivò il muro d’acqua. Le automobili furono spinte una contro l’altra fino a formare torri storte di carrozzerie, come pile di monetine accatastate lungo le due vie principali della città. Quando l’acqua si ritirò, lasciò uno spesso strato di fanghiglia bruna che, una volta spalata, lasciò a sua volta un pulviscolo di fiume, una polvere marroncina a ricoprire le strade e le case come un velo di intonaco sbriciolato, a permeare l’aria per settimane con il suo odore di fondale ghiaioso e rami molli.

 

 

“L’acqua prima o poi torna sempre ai suoi paesi”, affermano gli anziani secondo un vecchio detto. E quelli che vivono in Lunigiana lo sanno bene. Hanno visto l’antica Aulla di sasso sgretolarsi sotto i bombardamenti americani e poi essere ricostruita in fitto cemento. Più grande di prima, ma pure più brutta, cementificata pian piano, anche là dove in passato scorreva una parte dell’alveo del fiume e l’acqua risaliva formando file di risaie. Lo spazio vitale del Magra oggi sembra largo, sì, ma forse non abbastanza.

Lo storytelling dell’alluvione di Aulla ha molte sottotrame. La cementificazione è una di queste. Poi c’è quella della diga che non ha funzionato bene. E quella del fiume non ripulito. E ancora quella degli argini poco efficienti. Fatto sta che, dopo cinque anni abbondanti, le indagini sono ancora in corso, la maggior parte dei negozi a ridosso del Magra ha ripreso la proprie attività esattamente dov’era prima, i palazzi del quartiere popolare Matteotti destinati alla demolizione sono ancora lì in piedi seppur sgomberati, e il comune è commissariato.

Nel mentre, però, si sta costruendo un Muro.

01-muro

Il muro.

Non è un Muro di acqua, questa volta, ma di cemento, concepito per difendersi dal fiume. L’eco della leopardiana Natura Matrigna sembra rimbombare per le vie di Aulla, scivolare lungo il Muro e sussurrare al passante che il fiume Magra è, per dirla con Leopardi, un brutto poter che, ascoso, a comun danno impera. Dunque, è necessario difendersi da lui come da un popolo bruto armato fino ai denti. Quando sarà finito, il Muro avrà – forse – le sembianze di un argine e ci saranno – forse – fiori e piste ciclabili, ma per ora la liscia struttura grigia è un’opera aperta, che si erge possente a ricordarci quanto piccolo e insignificante sia l’essere umano al suo confronto.

La forma finale non si percepisce ancora. Forse il progetto avrà un’improvvisa virata vintage e il Muro verrà coronato con bastioni fortificati tanto da fare invidia a Lucca, con sporgenze, rientranze e caserme di guardia da cui vedere senza essere visti. Oppure proseguirà in verticale, alto e scivoloso fino al cielo come la Barriera di Game of Thrones. Un manipolo di giovani reietti verrà quindi selezionato e spedito su di ronda con una carrucola per controllare che i Demoni del Magra non risalgano la Barriera, minacciosi e limacciosi. E forse gli astronauti del futuro lo vedranno addirittura dallo spazio questo Vallo di Aulla, questa Grande Muraglia Lunigianese.

La verità è che allo stato attuale assomiglia a un’altra barriera, quella di separazione israeliana, un po’ per il suo stile minimal, un po’ per l’aspetto brullo e trasandato che modella le immediate vicinanze. Se il Muro verrà ricoperto di graffiti, poi, fermarsi ad Aulla sarà come fare tappa nella Berlino di trent’anni fa e far finta che il palazzone costruito nel letto del Magra, ammiccante in lontananza al di là della barriera, sia la Porta di Brandeburgo.

Di fronte alla possente onda di cemento, anche i personaggi che popolano Aulla sembrano più allibiti del solito. Soprattutto le statue, che ne distolgono discretamente lo sguardo. C’è infatti una terza cosa per cui Aulla è famosa, anche se in una nicchia più ristretta di intenditori: un ornato cittadino unico nel suo genere, rigorosamente scolpito in marmo di Carrara.

02-craxi

La statua di Craxi.

Il fiore all’occhiello è uno scintillante Bettino Craxi, un pezzo che non ha eguali. Altroché Garibaldi con la camicia svolazzante. Altroché Vittorio Emanuele II coi baffoni. Quelli ce li hanno tutti, Craxi invece no. Non assomiglia molto all’originale, ma si staglia bianco sull’orizzonte, posto in alto rispetto al piano della strada, al sicuro più di tutti. C’è chi dopo l’alluvione non ha più ritrovato l’automobile, ma ha ritrovato Bettino. Dà le spalle al fiume, sembra non essere molto interessato al Muro in costruzione dietro di lui, d’altronde rende pan per focaccia: nel 2008, solo cinque anni dopo la posa in pompa magna, il comune voleva venderlo per fare cassa. Una cosa però è certa. Sapendo del Muro a pochi passi, se si inquadra la sua accecante presenza sullo sfondo del palazzo di fianco non ci sono dubbi: ci troviamo ad Aulla Est. E in quel preciso istante, ci sembrerà di vedere una vecchia Trabant color verde pisello scivolare sulla strada, che per metà si chiama Piazza Gramsci e per metà Piazza Craxi.

03-pantani

Il monumento a Pantani…

Più avanti si incontra un’altra celebrità di tutt’altro campo: Marco Pantani, il Pirata del ciclismo, che con Aulla non ha niente cui spartire ma che viene commemorato dalla città come “Vittima della giustizia sportiva”. Come un moderno Giovanni Battista, il povero ciclista appare decollato. La sua testa di marmo, completa di orecchino e bandana, è incastonata in una cosa tonda che sembra una ruota di bicicletta. Il Pirata è diventato suo malgrado l’ingranaggio di una meridiana (la Meridiana Pantani, appunto), guarda verso il Muro, ma per non deformarsi in un’espressione di orrore ha scelto di tenere gli occhi chiusi.

04-donne

…e quello alle donne.

Non manca poi un omaggio alle donne. In “Piazza 8 marzo (festa delle donne)” – è scritto proprio così sul cartello – una sorta di Erinni stralunata guarda torva la strada. Il suo corpo si perde nel marmo, come a imitare il non-finito dei Prigioni di Michelangelo. Sembra una polena che ha perso il suo vascello, viene da pensare che sia stato portato via dall’onda anomala arrivata a tradimento alle sue spalle, là dove si alza oggi la parte più rettilinea del Muro.

Ma ci sono anche presenze che hanno avuto qualcosa a che fare con Aulla o, più in grande, con la Lunigiana. Come il partigiano Leonardo Umile, originario di Scerni, vicino Chieti, e fucilato ad Aulla dai nazisti il 7 aprile 1945. Sfugge alla Liberazione per un soffio, il povero Umile, e quando i suoi assassini gli chiedono se fosse lui il Leonardo capo dei banditi, risponde fiero: “No, mi onoro di essere un capo dei Patrioti”. Una lastra marmorea riporta l’avvenimento, posta fra un tricolore sventolante e un’opera postmoderna: un’entità destrutturata in listoni di marmo e tiranti metallici. Dietro (o davanti) c’è un edificio rosa, e davanti (o dietro) c’è il nostro rettifilo di cemento che, per dirla di nuovo con parole di Leopardi, da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Non è chiaro se l’essenza in marmo e metallo di Leonardo Umile stia guardando il Muro – posto che abbia occhi – ma giurerei di no.

Per concludere, si fa ritorno alle sembianze umane e a un nome che forse a molti dirà poco: Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Per trovarlo bisogna proprio andarlo a cercare. Il suo mezzo busto è nascosto in un angolino di fresche frasche, un passaggio segreto dal lungofiume alle vie del centro. Ha un fiocco al collo, libro sul cuore e baffoni d’ordinanza. Dietro, c’è la tipica siepe a forma di siepe. Ancora più indietro, il Muro. E oltre il Muro, quel quartiere Matteotti su cui pende la spada di Damocle della demolizione, incluso il colosso che funge da Porta di Brandeburgo.

05-brandeburgo

Porta di Brandeburgo?

Ceccardo, chi era costui? Un poeta genovese. Un maudit in salsa ligure che vive il salto fra Ottocento e Novecento, legato alla Lunigiana per parte di madre. In questa lingua di terra stretta fra le aguzze Alpi Apuane e il salmastro dell’alto Tirreno, all’incrocio fra Liguria, Toscana ed Emilia, riunisce attorno a sé una cerchia di intellettuali, menti inquiete di inizio Novecento: la Repubblica di Apua. Al cenacolo di pensatori, un po’ rivoluzionari e un po’ bevitori, si uniscono quei veraci che hanno l’Alta Toscana nelle vene. Partecipa Lorenzo Viani, artista, scrittore e, ancor prima, garzone di barbiere, insofferente a ogni forma di disciplina. Partecipa Enrico Pea, scrittore che impara a leggere in età adulta sfogliando la Bibbia protestante, dopo essersi imbarcato come mozzo e aver raggiunto l’Egitto, luogo dove fonda a sua volta La Baracca Rossa: un ritrovo cosmopolita per “transfughi dalla vita”. E partecipa Ungaretti, che proprio alla Baracca Rossa conosce Pea e lo sprona a scrivere, la cui lunga esistenza non si esaurisce nel m’illumino d’immenso e nel si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

Il Ceccardo di marmo sta lì, in disparte. Resta sornione nel suo angolino silenzioso aspettando che faccia notte sopra il Muro di Aulla, che arrivi l’ora dei fantasmi. Anche se guarda la parete della casa di fronte, con l’occhio della mente sa che alle sue spalle c’è un “Viale Deserto”, su cui il Muro getta ombra.  E sa che in mezzo scorre un lento scintillare d’acqua d’argento; scende il viale ed un orror aduna le ombre, e da l’ombre piene di spaventi escon fantasme da le risplendenti ali di luna, e vanno con un pallido fruscio fra i grigi orrori e le marmoree panche.

L’acqua, prima o poi, torna sempre ai suoi paesi. Così i fantasmi e forse i Demoni del Magra. Ma domani il sole sorgerà di nuovo sul Muro di Aulla e sui suoi strani abitanti di marmo.

 

Foto dell’autrice.