Foto: Roberto Timperi.
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Mappe di Roma

Roma, l'arte e le palme: c'è chi si farebbe tagliare un braccio pur di andare alla Quadriennale.

 

Altri tempi, altri miti è il titolo della 16a Quadriennale d’arte di Roma, esposizione dedicata alle espressioni più interessanti dell’arte contemporanea italiana che riapre i battenti dopo 8 anni di assenza. Tra le 150 opere in mostra c’è n’è una un po’ particolare, incorporea. Si chiama Momentum e si trova solo online.

È un progetto artistico ideato da Bianca Stoppani e Gianandrea Poletta, dedicato al potere dell’arte di influire sulla realtà. Il primo numero di Momentum si chiamava Focus. Questo, presentato alla Quadriennale, si chiama Intensity e comincia con un racconto che ho scritto due anni fa, quando abitavo a Roma.

La cosa più bella di partecipare a un progetto selezionato per la Quadriennale da uno dei curatori, Michele D’Aurizio (che ha presentato, tra le altre cose, anche Le Petit Jeu, un romanzo corale col quale un gruppo di giovani artisti di Milano, da lui capitanati, sta cercando di raccontare la città e cosa significa essere artisti oggi), la cosa più bella di partecipare al progetto scelto per la Quadriennale, dicevo, è che ho potuto chiedere un permesso al lavoro e prendere un treno per Roma: una cosa che sognavo di fare da quando ho rimesso piede a Milano.

Da quando sono tornata, ogni volta che prendo un treno per Roma mi viene in mente un ridicolo video di Venditti, “Dalla pelle al cuore”, che ha come protagonista uno stoccafisso (che dovrebbe essere, immagino, il bello e dannato della situazione) che sale a Milano per scoparsi una superbona ed è roso dal senso di colpa.

 

 

Lei è una donna in carriera, sta sempre al cellulare e indossa enormi occhiali neri. Dopo averlo salutato con un freddo bacio sulla guancia, questa specie di fashion blogger sale su un taxi, e il bel tenebroso recupera la sua Mini e inizia a guidare tutto corrucciato nel traffico della città. Ci sono i tram, l’aria è grigia, ed è sicuramente satura di quella puzza umida, di origine inspiegabile, che è la cosa più vicina allo Spleen di Baudelaire che io abbia mai conosciuto. Quando si solleva quell’aria, che resta per giorni, il cielo pesa come un coperchio e, se dico che in quelle mattine sento l’angoscia che pianta sul mio cranio il suo vessillo nero non sto esagerando. Ma forse è soltanto un mio problema di depressione.

Tornando al video: mano a mano che il bell’imbusto romano scende lungo l’Italia, il paesaggio cambia, si apre e si riscalda. Anche lui sembra iniziare a rilassarsi, riprendere fiato. Ed ecco che quando arriva a Roma, il cielo azzurro come un lapislazzulo, Chicco inizia a sorridere, tutto contento. In una bella casetta trova la sua fidanzata di sempre, una ragazza genuina (anche lei estremamente bona, ovviamente) che lo aspettava fervendo d’amore. È un video veramente stupido. Ma mi viene in mente ogni volta che prendo il treno, perché anch’io man mano che mi avvicino a Roma inizio a rilassarmi, “a respirare”, per citare l’ormai abusato verso di Calcutta.

Non è facile spiegare questa sensazione a chi non ama Roma, e la identifica con il Colosseo, i turisti e i centurioni, il traffico e la disorganizzazione generale, o esclama la celebre frase “Roma è bella, ma non ci vivrei”. Non è facile perché si tratta di una sensazione fisiologica, incontrollata. Non sono certo convinta che Roma sia un luogo da sogno: come tutti sappiamo è una città vecchia, lenta, snervante, che non può fare a meno di rimanere indietro, arrancare, e girare su se stessa. A differenza di Milano, che si vanta del moto centrifugo della sua energia, tutta proiettata verso l’esterno, presentandosi come un piccolo agglomerato sexy e brillante (ma la puzza del suo marciume raggiunge il cielo), Roma è senz’altro dominata da un’energia centripeta. Risucchia tutto, assorbe e intrappola nella sua randomness.

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Foto di Roberto Timperi.

Andare via da Roma è stato come troncare una relazione in cui c’è amore, ma manca la possibilità di crescere insieme. Una relazione che ti impedisce di superare i tuoi limiti e che, anzi, li coccola e li giustifica. Ho sempre in mente una frase di Nina Berberova letta da qualche parte, forse nel Quaderno nero, che ho copiato su un post-it che mi porto dietro da anni: “Amo la vita difficile. Lo devo senz’altro a Nietzsche, letto in gioventù. Con ciò voglio dire che mi piacciono i problemi che bisogna risolvere, e gli ostacoli che si devono superare, e in genere tutte le complicazioni ‘sportive’ che fanno parte del destino umano.”

Durante i miei due anni passati a Roma, ho spesso avuto l’impressione che le complicazioni sportive offerte dalla città riguardassero soprattutto gli autobus, la metro e la possibilità di trovare un lavoro stimolante o normalmente pagato (le cose sembra non vadano mai insieme). La dura verità è che, per ora, Milano mi ha messo davanti a complicazioni sportive più complesse e interessanti.

Eppure, proprio come con un amore troncato per motivi razionali, forse per eccessivo amore di sé e della propria realizzazione, andare via da Roma, per chi la ama, è come strapparsi un arto. E quando ci si torna, l’arto che manca brilla, brucia, pulsa, fa sentire la sua fantasmatica presenza.

È quello che provavo mentre, la sera dell’inaugurazione, in coda dietro a Luigi Ontani – uno dei protagonisti, tra l’altro, del mio racconto su Momentum -, aspettavo di entrare alla Quadriennale. Ma le mie malinconiche riflessioni sono state presto investite dal frastuono delle voci, dal caldo, dalle centinaia di persone stipate all’interno del Palazzo delle Esposizioni. Al centro, su una specie di podio, c’era Ninetto Davoli, in completo, con i ricci bianchissimi e lo stesso sorriso birbante dei film di Pasolini, che baciava la mano alle donne che salendo i gradini si avvicinavano a lui, intimidite e contente (una performance ideata da Marcello Maloberti). Poi hanno iniziato a comparire qua e là bambine in tutù, che si sistemavano in fila, concentratissime. Un’atmosfera festosa, un po’ da fiera di paese, con tanto di banda, firmata Marinella Senatore. E poi, nelle varie sezioni, una miriade di opere e performance. Era davvero difficile concentrarsi su qualcosa. E infatti non l’ho fatto. Non ho guardato niente. Ero ipnotizzata dalla quantità di persone che circolavano nel Palazzo, e sbirciavo sopra le teste nella speranza di adocchiare qualche VIP.

Andare via da Roma, per chi la ama, è come strapparsi un arto. E quando ci si torna, l’arto che manca brilla, brucia, pulsa, fa sentire la sua fantasmatica presenza.

Diverse ore dopo, tornando in taxi dalla bella festa in Via Pietralata, in un locale pieno di palme e di lampadari, eccomi di nuovo con l’arto dolente. Ovunque tu sia, nella notte di Roma, senti che c’è tutta Roma intorno. Volavo tra gli spazi ampi, il respiro della notte vasta e ruvida, oscura, così diversa da quella compatta di Milano, con la sua sensualità occultata ma intensa, perversa, sinistra, piena di spigoli, di uncini. La notte di Roma non ha angoli, è una foresta di pietra, alberi e luci, carica di un eros esuberante, esibito, una giungla fluida, tropicale. La notte di Roma è quella che Claudia Durastanti fa assaggiare in certi passaggi del suo libro, Cleopatra va in prigione.

“Dentro avevano ascoltato musica elettronica, e a Caterina piaceva fare giri sulla tangenziale chiusa al traffico dopo mezzanotte, scendere lungo il tratto che sfiorava certi palazzi vicino a Largo Preneste e quasi ne sfondava le finestre, mentre il cruscotto tratteneva le impurità illuminate dai lampioni e i riflessi degli edifici verdi e ramati – quando la sua felicità era un bagliore dato dall’attrito del cielo contro carta moschicida di cemento.”

E anche:

“La notte Caterina si distende sul suo materasso ancora appoggiato a terra e anche se non fa dei sogni particolari sente un calore diffuso e ondulato nel corpo e sotto le palpebre intuisce lo sciabordio lilla e argentato delle stelle, astri che si dilatano e si sfilacciano per fondersi con le luci dei lampioni che punteggiano la strada in cui vive, una strada che si srotola in una matassa ingarbugliata di tangenziali e raccordi fino a uscire dalla città in cui è cresciuta, una fossa di mattoni e sabbie mobili fortificata dall’abitudine e dal futuro che non arriva […]”.

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Foto di Roberto Timperi.

Dopo due ore di sonno mi sono svegliata per prendere il treno delle 7. San Giovanni in Laterano splendeva nel buio, con sulla testa i suoi testimoni di pietra. Ho guardato le sagome nere fissarmi dalla loro eterna postazione, immerse nel cielo vibrante, che da un cupo blu di Prussia diventava velocemente azzurro fiordaliso. Ho guardato e guardato, ma non bastava mai ai miei poveri occhi, e così, con l’arto fantasma ormai in fiamme, sono corsa giù per le scale, a prendere la metro.

Che ovviamente si è bloccata, impedendomi di fare colazione con calma al Mc Donald’s di Termini, come avevo programmato di fare. Ho comunque scelto di sfidare il destino, e nonostante mancassero solo 10 minuti alla partenza dell’Italo, sono uscita a fumare una sigaretta nell’alba, in uno dei miei luoghi preferiti. L’uscita a destra della stazione Termini, quella su via Marsala. Dopo le pensiline, c’è un punto in cui ci si può appoggiare a fumare, e se è molto presto di mattina, la luce del sole che sorge colpisce direttamente il cristo dorato in cima a una chiesa, che risplende.

Non è come la madonnina in cima al Duomo di Milano. È un cristo che spunta a caso tra i tetti, e compare come un errore, tra i miasmi maleodoranti della stazione e i taxi e i pullman di turisti che intasano la strada e i barboni che dormono davanti alle vetrine.

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Foto di Roberto Timperi.

Un amico di Milano una volta mi ha detto: hai rotto i coglioni con questa storia di Roma. Un altro mi ha detto: è veramente naif il tuo atteggiamento verso Roma. Ogni volta che vedi una palma sembra che hai visto chissà cosa … se ti piacciono le palme vai a Los Angeles, no?

Roma è poco interessante per un’incredibile quantità di persone. Quando cerco di spiegare ai miei amici di Milano cosa mi manca di Roma nessuno mi dà retta. Non è come spiegare che cosa ti manca dell’India, del Giappone o di New York. Roma non è cool, non è lontana, è un posto sfigato.

È anche per questo motivo che A/RRIVEDERCI ROMA, il progetto curato da Marta Federici, Maria Giovanna Virga, Maria Elena Ciullo e Vashti Ali (una romana, due siciliane e un’australiana), in occasione della Quadriennale, mi ha riempito di delizia.

Le ragazze hanno chiesto agli artisti che hanno partecipato alla Quadriennale di indicare un luogo di Roma con cui hanno stretto un legame speciale, e di raccontarlo attraverso un’immagine, un testo, un video, una musica, un suono. Il luogo è stato inserito all’interno di una mappa che verrà stampata, mentre il materiale digitale è conservato sul sito. Un modo per disegnare una mappa emotiva, poetica, artistica della città, per ridare un nome ai luoghi e arricchirli, strapparli dalla bidimensionalità da cartolina.

L’idea mi ha subito fatto pensare all’operazione di mappatura che Stefano Ciavatta, giornalista romano, porta avanti da ormai diversi anni. “Chi sta a Roma ha fatto voto di vastità”, l’ho sentito dire l’estate scorsa, quando, insieme al giornalista Alessandro Trocino (un raro caso di milanese trapiantato a Roma), ha messo in scena lo spettacolo “Contro Roma”, ispirato all’omonimo libro di Alberto Moravia.

Una serie di monologhi, a tratti lirici, a tratti spassosi, intorno all’eterna querelle Roma/Milano, che i due hanno scritto e recitato. In Tom Tom Roma, invece, Stefano Ciavatta intesse racconti e immagini muovendosi sulla città attraverso le sue numerose mappe, create nel tentativo di salvarla dalla sua invincibile e letale vaghezza.

 

 

 

Mappare Roma, seguire gli spostamenti dei geni che ci sono nati e che ci hanno abitato, da Califano a Pasolini, cercare di organizzare questa vastità, di raccontarla e percorrerla, segnarne i confini, nominarne le parti, significa impegnarsi a intraprendere un’esplorazione eroica e, soprattutto, sfidare i limiti della memoria e dell’oblio.

Come ha scritto Franco Cordelli sul Corriere quest’estate, commentando Tom Tom Roma, “la storia di Roma è sempre la stessa: una storia di omissioni, di ricchi e poveri, di presunta modernità e reale, indistruttibile antichità.”

È bello sentire raccontare di Roma da un esperto di Roma, ma anche scorgere lampi di sensazioni da chi la vede per la prima volta, come un alieno sbarcato su un altro pianeta.

Tra i più emozionanti narratori di Roma, secondo me, c’è John Cheever (qui un bellissimo pezzo che aveva scritto Francesco Longo su Cheever in Italia). Anche Cheever si fece la sua mappa, nei mesi che passò a Roma con la sua famiglia (arrivarono nel 1957). Come me, era completamente disinteressato alle rovine e al sentimento del passato.

“Quanto alle rovine, il rappresentante di rotative americano venuto in aereo per un convegno di otto ore dice, nel bar di questo albergo scalcagnato: «Cristo, qui si vede proprio da dove veniamo tutti quanti: cioè il senso del passato è pazzesco». Ma non è sempre facile sentirlo. I libri turistici, le guide, i nostri amici e conoscenti, e persino gli sconosciuti ci invitano a soccombere di fronte al senso del passato, ma il presente allora? In piedi dentro il Pantheon rimango impressionato dalla cupola, ma i bambini mi tirano per la giacca e mi chiedono di comprare dei pasticcini o di portare a casa uno degli splendidi gatti che poltriscono sotto il portico. Andando a incontrare E: alle Terme di Caracalla in un crepuscolo piovoso, entro brevemente a guardare gli ammassi colossali di mattoni poi osservo dei ragazzini che provano dei colpi a calcio in un campetto. Mi interessano molto di più loro.”

Mappare Roma significa impegnarsi a intraprendere un’esplorazione eroica e, soprattutto, sfidare i limiti della memoria e dell’oblio.

La sensibilità di Cheever, infatti, si sofferma molto più volentieri sulle sensazioni contingenti, carnali: “E la facilità e la grazia con cui si abbracciano, urlano dietro alle ragazze carine, si baciano negli androni o si siedono sul muretto al Gianicolo con una ragazza stretta calorosamente fra le gambe è diversissima dall’idea che abbiamo noi delle cose. Non è una differenza di linguaggio, di razza, di clima né di usanze: è proprio un accostarsi in maniera radicalmente diversa alle sorgenti dell’umanità.”

Le sorgenti dell’umanità … Il mio frammento preferito all’interno del progetto A/RRIVEDERCI ROMA è quello di Beatrice Marchi, un’artista nata a Gallarate (Varese), che oggi vive ad Amburgo. Così scrive di un luogo che non ho mai amato particolarmente, e che, anzi, mi ha sempre messo un po’ d’ansia:

“Piazza San Pietro è il luogo che mi piace di più al Mondo. Vedere la processione incessante di persone che ogni giorno arriva come un fiume mi commuove molto. Tutto quel flusso di persone che arrivano a Piazza San Pietro cariche di sorpresa e meraviglia ha creato una densità di emozioni presente nella piazza, e si sente, va oltre l’aura ed è forte, unisce l’umanità, il passato e il futuro. Come le stelle. Una volta ero seduta sui gradini della piazza da sola e mi sono scese le lacrime. Ho pianto come una scema. L’immagine che ho associato a questa piazza è un video che ho trovato su internet. È un filmato amatoriale che riprende il momento dell’applauso di una folla radunata davanti a un tramonto in riva al mare. Non so se è spettacolo o celebrazione, in ogni caso non riesco a spiegarmi come l’uomo voglia stupirsi e condividere la sua sorpresa, anche davanti al semplice fatto che il sole esiste.”

 

 

P.S. Nell’attesa della pubblicazione di un libro che raccolga una selezione del magnifico lavoro fotografico di Roberto Timperi, artista romano, le sue foto sono visibili qui.