Foto: Francesco Locanto.
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Mappa emotiva di Calcutta

Il cantante, non la città.

 

A un anno dalla sua uscita, la promozione del disco italiano fenomeno della stagione volge al termine. Mainstream di Calcutta (Bomba Dischi) è stato uno di quei lavori usciti troppo tardi per le classifiche di fine anno del 2015: ma in questi mesi se ne è comunque scritto tanto e se ne è discusso di più, molto più a lungo della media. L’album, e i suoi messaggi captati dai precari dei sentimenti, sono stati insomma ampiamente sviscerati. Ma è proprio così?

La scrittura di Edoardo D’Erme/Calcutta è arrivata subito, un colpo al cuore per molti ascoltatori, e in coscienza sono pochi gli artisti giovani che sanno incrociare i guantoni con un pubblico tanto diverso ed eterogeneo. La cronaca e gli occhi testimoniano che ce ne erano di ogni, sottopalco nei tutto esaurito disseminati per la penisola: dal Covo di Bologna al SettantaSette di Viterbo, dal Palaroller di Latina al MayDay di Fermo.

Addirittura, a Villa Ada lo scorso luglio, il pubblico trasversale di Calcutta si è trovato a esprimere i sensi del proprio vivo apprezzamento sfondando le transenne del controllo biglietti o nuotando nel laghetto chernobylesco del grande parco di Roma Nord. Solo per poterci essere e cantare quella mappa di sentimenti. Un’isola affollata di persone diverse per età, appartenenza sociale, provenienza geografica, mode adottate. Unite solo dall’hashtag #leolivesonobuone.

 

Come entrare gratis al concerto di Calcutta. Roma, Villa Ada, luglio 2016.

 

Villa Ada e il suo stagno radioattivo sono infatti solo una delle tappe di una cartina d’Italia toccata dai live e parallela (in qualche caso intersecante) a quella che emerge dalle canzoni di Edoardo. È proprio questa la particolarità di Mainstream della quale s’è discusso meno: queste briciole di pane sotto forma di località, snocciolate lungo tutto il disco (fanno eccezione l’aggiunta in deluxe edition di “Albero” e la postilla-tormentone “Oroscopo”, pubblicata separatamente a filo d’estate) lasciate come una traccia per ritrovare la strada di casa. O di case, plurale.

Ogni canzone di D’Erme nasconde una città, una regione, un posto importante, amato o detestato che sia, tessuto nella trama delle proprie composizioni. Quando gli ho chiesto –  domanda retorica – se questo itinerario messo non solo per iscritto fosse voluto, mi ha risposto con grandissima semplicità che è una cosa che “mi piace, mi esce così”. Alludendo al fatto che questa forma di viaggio sentimentale precede questo disco e comprende già l’album d’esordio Forse… e l’EP The Sabaudian Tape (nomen omen).

Non sono luoghi messi sul bordo di un verso tanto per fare rima. Nelle scelte di una località piuttosto che di un’altra si intuisce sempre un legame fortissimo, che si tratti di esprimere disgusto o amore, disincanto o uno stato d’animo allucinato. Peschiera o Pesaro, Bologna o Milano. Ognuna ha un valore cruciale. Lo stesso che ha una persona importante? “Certo, alcuni luoghi sono il profumo delle persone”, dice il cantautore. “Hai presente quando passi davanti a un posto e senti un odore che ti fa sembrare di essere altrove? Ecco, una cosa del genere”.

Non è solo perché evoca un po’ Marcel Proust: Calcutta è anche “-autore” e se gli cadesse il “cant-” si parlerebbe di Mainstream come un bildungsroman. Un po’ lo è. A prescindere dal mezzo di espressione che ha scelto per aiutarlo nelle proprie narrazioni, le città di D’Erme, alla maniera delle quarantasette case occupate da John Birmingham nell’arco di E morì con un felafel in mano, raccontano una storia nella storia. Una che parla di provincia profonda, di complessi di inferiorità rispetto al Nord d’Italia, di cliché, di amori da far ripartire e pure di politica. Questo, più o meno, è il tentativo di ripercorrere il sentierino tracciato da quelle briciole: ma quasi sempre senza raccoglierle, indicandole a chi le vorrà vedere.

 

 

E ho fatto una svastica in centro a Bologna/Ma era solo per litigare/Non volevo far festa/ E mi serviva un pretesto

“Gaetano” è il pezzo con più riferimenti spazial-geografici all’interno di Mainstream. Volendo essere pignoli, c’è il ghetto evocato dall’amico al quale è dedicato il brano, il campo rom che brucia (molto, troppo comune in cronaca, da Casalnuovo ad Afragola, da Roma a Torino…), c’è pure YouPorn che non sarà un posto fisico, ma sa tanto della zia che mi avvertiva, a Genova, di “non andare nei caruggi”. Genovaporn.com.

Naturalmente il fulcro della canzone sta nella zingarata di andare a sfottere i sinistri (termine comprensibilissimo anche a chi non fosse mai capitato su un forum di simpatizzanti dell’altra metà dell’emiciclo parlamentare, dove “piddino” o “boldrina” sono insulti, e continua a risuonare l’eco della domanda-meme “e i marò?”). I sinistri per Calcutta sono quelli con le case di lusso in centro storico a Bologna, osservati dal punto di vista di chi ha scelto la Grassa come città di adozione; ma sono anche quelli di Capalbio che finiscono sui quotidiani per aver rifiutato l’accoglienza ai migranti, o gli ex comunisti con le barche da vela ormeggiate al Circeo ma l’impegno da volontari esibito come una medaglia. Figure da provocare nel loro stesso nido.

 

 

Pesaro è una donna intelligente

“Che cosa mi manchi a fare” non ha bisogno di tante analisi perché è tra i testi più chiari anche ai non frequentanti Calcutta, però a questo verso rimane asteriscato un pensiero criptico, solo apparentemente in contrapposizione con il tradizionale “Roma nun fa’ la stupida stasera/Damme una mano a faje di’ de sì“. È un messaggio in codice per qualcuna, e come tale non può essere spiegato: lei avrà capito, o capirà, anche se dovesse aver detto “no” (E infatti “ha detto no alla fine”, è il commento laconico del cantautore di Latina).

 

 

Ma Milano è un ospedale/E io stasera torno giù e ritorno a respirare

“Il mondo è sempre più piccolo”, mi ha detto la cantautrice italoamericana Laura Pergolizzi in arte LP in un’intervista recente. “Non ha più senso mettere uno contro l’altro un posto, una città contro l’altra: è più facile e veloce viaggiare dall’una all’altra, andarci a vivere…”. E anche il riscaldamento globale ci mette del suo per cancellare le differenze. Lei parlava di New York contro Los Angeles, ma il discorso vale anche per Milano e Roma, che pure sono messe (almeno la prima) molto meglio ora che trent’anni fa.

Eppure tutti i miei viaggi dall’Emilia verso Milano sono stati punteggiati da un senso di disagio fisico che mi aggrediva più o meno all’altezza del ponte di Santiago Calatrava, e che viceversa andava scemando nel rientro, per sparire di botto davanti alle ochette di Monica Cuoghi in stazione a Bologna. Calcutta dà voce a quello stesso stato d’animo fra malaticcio e inquieto che è molto comune nella direttrice sud-nord del resto del mondo – altrimenti tutte le canzoni strappalacrime degli emigranti come si spiegherebbero? È qualcosa di simile a quello strano malessere da centro commerciale che prende ogni tanto di domenica pomeriggio all’Ikea. Forse Milano per me è un’Ikea, ogni tanto. Forse anche per Calcutta? “No no no: quella è troppo cheap”.

 

 

A me quel tipo di gente no, non va proprio giù/Taranta, Celestini e BMW

In “Limonata” si torna a parlare di un certo tipo di sinistra: quella degli ascolti a tappe forzate di De Gregori o degli esodi estivi a Melpignano e in tutto il Salento.

 

 

Leggo il giornale e c’è Papa Francesco/E il Frosinone in Serie A

C’è una notizia vecchia di un anno e più che diventa più centrale del possibile disastro nell’appartamento che fa da cornice alla canzone. È la storica (per il Lazio, che all’improvviso si era trovato ad avere due derby regionali, ma soprattutto per il campanilismo della Ciociaria) promozione del Frosinone alla massima serie del campionato di calcio. Le notti magiche della squadra sono durate pochissimo, praticamente il tempo del pezzo. Che cosa ha provato allora un ragazzo di Latina per gli scomodi vicini di casa assurti a glorie locali?  “Un misto tremendo di sorpresa e sconforto”. Di qui la canzone, che davvero è una specie di grido di dolore. Però alla Wes Anderson.

 

 

Preferirei, una spiaggia di Sardegna/Preferirei, scaldarmi con la legna

“Del Verde” è la canzone d’amore canonica di Mainstream, e nel mondo ideale che vuole rappresentare sceglie un posto teneramente a portata di mano come simbolo del paradiso. Nel giro d’Italia emotivo che è il suo disco, Edoardo guarda lontano ma non lontanissimo: basta un traghetto e un passaggio ponte. Rimane una domanda: qual è la città più bella del mondo che Calcutta abbia mai visto? “Forse New York, in particolare Brooklyn che è il posto migliore dove camminare guardando il tetto dei palazzi”.

 

 

Dal Verme

Nemmeno un brano strumentale è immune dalle traiettorie tracciate da D’Erme: questo evoca nel titolo il locale simbolo del Pigneto da poco riaperto dopo la chiusura durata qualche mese. Nella confinante Torpignattara è poi stato ambientato il noto video di “Che cosa mi manchi a fare”: due quartieri emblematici nelle loro contraddizioni, a dimensione di famiglia e popolari, aperti al nuovo e alle arti, alle culture di altri paesi e al turismo diverso, ma al tempo stesso percorsi da tensioni che sfociano anche sulle pagine dei quotidiani.

 

 

Ti prego, andiamo a Peschiera del Garda, per fare un bagno

Quando i miei genitori erano ragazzini sembrava un’assurdità dedicare una canzone al Lago Maggiore, e a quel tale Giorgio che veniva da lì e voleva a tutti i costi portare la “voce cantante” ad Ascona. Nella Colombo e Fred Buscaglione fecero grande una traccia così surreale, tanto da essere stata riesumata da Pif a Sanremo 2015. Calcutta ce l’aveva presente? “No, mai sentita!”. Eppure tutto torna.

 

 

Quando non avrò più l’età/diventerò un albero/per metter le radici nelle tue radici

Ho chiesto a Calcutta dov’è l’albero del suo cuore, o meglio: un posto preferito che vuole condividere. Ho immaginato fosse vicino casa sua, non ho sbagliato di tanto: “Borgo Grappa, vicino al mare a Latina. È pieno di alberi bellissimi”.

Postilla: mi sono fatta dire dov’era la scritta sul muro che fa rima con danza Kuduro in “Oroscopo”. “È vicino all’ingresso della fermata della metropolitana Marconi, a Roma. O forse era. È un po’ che non ci vado”. Il testo lo lasciamo nel mistero: le mappe si disegnano anche tacendo qualche dettaglio sulla destinazione