Immagine: luneurpark.
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Luneur Rhapsody

Hanno riaperto il Luneur. Il Luneur è morto. Lunga vita al Luneur!

 

C’è fame di speranza, nella Capitale. La verità è che questa ricorrente narrativa del degrado di Roma, l’invivibile e decadente Grande Bellezza, ha un po’ stancato. Siamo invasi dagli scrittori affermati che sputano articoli sui grandi quotidiani raccontando dei ristoranti che non battono gli scontrini e tengono i tavoli abusivi sui marciapiedi, subiamo il confronto continuo sostenuto dai sindaci delle città virtuose, della serie “ti piace vincere facile”, non se ne può più.

I problemi ci sono, ma sentirseli ripetere senza soluzione di continuità sotterra l’animo sotto una coltre di tristezza. Mentre si aspettano segnali di vita dalla giunta neo-eletta, mentre si lotta quotidianamente con il traffico, la monnezza e la turnistica creativa dei mezzi pubblici, ecco arrivare delle novità in controtendenza con il mood catastrofista, direttamente dal quartiere più efficiente e avanguardista di tutti, l’EUR, nell’ultimo ventennio ridotto a un agglomerato di cantieri sospesi nel tempo come scenografie di un film già girato e archiviato.

Hanno finito il Centro Congressi, la “Nuvola” di Fuksas. Finalmente, un esempio negativo in meno da additare, anche se ci sono voluti la (grande) bellezza di diciotto anni. Scorro sul web gli articoli sulla presentazione, i soliti commenti, le consuete polemiche, mi faccio un giro sulla cronaca locale, poi l’occhio cade su uno di quei redazionali in spalla destra, quelle mezze marchette con cui ogni giornale deve, soprattutto di questi tempi, campare. Fermi tutti: hanno riaperto il Luneur! Che notizia, il vero cortocircuito tra passato e presente di una città che si riprende la sua identità.

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Buh!

Il Luneur è il più antico luna park italiano, e per chi come me è cresciuto tra gli anni Ottanta e Novanta è stato uno dei punti di riferimento dell’adolescenza. A Roma, quando facevi sega a scuola avevi svariate scelte, ma due erano le più frequenti: il Brunswick Bowling se eri di Roma Nord, il Luneur per tutti gli altri. Dato il mio quadrante d’appartenenza (Portuense/Monteverde), era normale che con gli amici ci si ritrovasse lì, a perdere tempo pur di sfangare qualche interrogazione o compito in classe. Sono sorpreso, quasi sconvolto per il tempismo, mi sembra il periodo migliore per rilanciare un prodotto retrò, siamo in piena moda Stranger Things. Devo andare a rivederlo, cerco su Google e mi accorgo che ora hanno un sito web ufficiale. Giusto, penso io, bene il vintage ma ancora meglio saperlo comunicare con gli strumenti odierni, no?

Il sito web del Luneur è destabilizzante, pieno di colori e disegni animati; non ho tempo per prendermela con dei grafici millenial che non hanno vissuto gli anni d’oro di questo parco cittadino, cerco soltanto le informazioni di cui ho bisogno. Scopro che ora l’ingresso è a pagamento, ma non mi scandalizzo: due euro e cinquanta centesimi sono un prezzo onesto per contingentare l’entrata e impedire ai balordi di entrare. Decido di andarci di sabato pomeriggio, un grande classico, porto con me Francesca che non ci è mai entrata e inizio a prepararmi il racconto di tutte le curiosità e le leggende dietro le singole attrazioni.

Quando arriviamo davanti all’ingresso, la vecchia ruota panoramica ci occhieggia in senso letterale, visto che hanno deciso di pitturarla di tanti colori (abbandonando il monotinta bianco) e hanno aggiunto due grossi occhi da gufo sul fulcro motore. C’è una lunga fila per il biglietto, ed è composta esclusivamente da famiglie con bambini. Ma io sono troppo preso dall’emozione di rivedere il cancello principale aperto, quello su via delle Tre Fontane, quasi non faccio caso che al posto di una delle due sale-giochi hanno aperto un negozio di addobbi e decori. Sono basito. Come puoi sfruttare l’ondata retrò senza una sala-giochi?

Al posto della pedana delle auto a scontro c’è ora una giostra di macchinine incolonnate con cui i bambini vengono svezzati a sorbirsi le file sul Grande Raccordo Anulare. È formazione anche questa.

Una ragazza travestita da clown si avvicina alla fila e ci chiede se sappiamo come funziona. Io vorrei rispondere di sì, ma la ruota panoramica con gli occhi da gufo e il negozio di addobbi mi hanno spiazzato e vengo bruciato da Francesca che subito chiede informazioni. La ragazza ci racconta che con il prezzo del biglietto ci verrà dato un braccialetto colorato, poi vedendoci isolati dalle altre comitive famigliari ci chiede se abbiamo bambini al seguito. Noi confermiamo di essere soli, lei ci risponde con un sorriso che cela un “che ci siete venuti a fare?” e ci liquida con un “allora vi basta solo il braccialetto, tanto non potete fare nulla”.

L’inizio dell’incubo è di lì a un passo, e si palesa quando superiamo la siepe con i tornelli. È nel momento in cui fiancheggiamo un videowall che trasmette una puntata di Peppa Pig che diventa definitivamente chiaro che quello non è più il Luneur, bensì il Luneur Park, un parco giochi per bambini da zero a dodici anni. I segni della mutazione sono sparsi dappertutto come i chioschi dei tiri a bersaglio, che danno tutti gli stessi premi: i peluche dei personaggi dei film d’animazione.

Al posto della pedana delle auto a scontro c’è ora una giostra di macchinine incolonnate con cui i bambini vengono svezzati a sorbirsi le file sul Grande Raccordo Anulare. È formazione anche questa. La delusione è tanta, ma provo a capire. Il mondo va avanti, in fondo sono anch’io tra quelli che critica la nostalgia per il passato, il vivere guardandosi alle spalle, l’artificioso tentativo di fermare il tempo quando tutte le condizioni attorno sono mutate. Quello che mi sconvolge è rivedere gli stessi luoghi con destinazioni d’uso così distanti. I vialetti lastricati sono identici, le basse balaustre di ferro che proteggono le aiuole sono le stesse, dappertutto vi sono tracce del vecchio Luneur, infissi, scenografie e materiali, tutti nascosti dietro le sterpaglie come un passato di cui vergognarsi e da cui prendere le distanze.

Mentre passeggiamo, Francesca scatta foto e io vago sconsolato. Poi la folgorazione: in lontananza vedo una civetta gigantesca e una specie di astronave a forma di fungo. La Magic House! E il Rotor! Forse era tutto uno scherzo, volevano farci credere di aver gettato tutta la storia del Luneur in un magazzino, e invece le attrazioni di una volta sono ancora lì. Affretto il passo, e tutto torna a sembrarmi come allora. Il Rotor era fenomenale e formativo: entravi in questa stanza cilindrica chiusa che iniziava a ruotare a una velocità tale da schiacciarti addosso alla parete. Era la forza centrifuga! Si arrivava al punto in cui il pavimento si staccava e tu rimanevi comunque inchiodato con i piedi penzoloni, fino al momento della decelerazione, quando scivolavi più o meno delicatamente al suolo.

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Pezzi di storia.

Il Luneur era pieno di attrazioni così, distanti anni luce dal politically correct, immerse in un luogo al confine tra il kitsch e il trash, un punto di ritrovo della coattitudine romana, un posto di quelli che prima si disdegnavano e ora si riscoprono, non a caso più volte eletto a location dei film commedia senza arte né parte che venivano prodotti tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, quelli con Renato Pozzetto e Adriano Celentano della cui esistenza non ti capacitavi. Il Luneur era per tutti, perché c’erano anche giostre pensate per i bambini, come il mostro Nessie che non faceva altro che girare attorno al laghetto, ma celava un lato inquietante e “pericoloso” derivante dall’impressione d’insicurezza che molte delle attrazioni si portavano dietro, condito con un’affinità estetica a qualsiasi thriller statunitense di Sydney Pollack e Robert Redford.

La summa stilistica del Luneur la trovavi nell’attrazione Himalaya, le montagne russe, a cui teoricamente si poteva accedere soltanto dopo aver superato i quattordici anni. In realtà i gestori chiudevano un occhio (forse entrambi). Le montagne russe del Luneur erano già sorpassate negli anni Ottanta, quando altri parchi giochi moderni erano spuntati come funghi soprattutto nel Nord Italia, ma mantenevano il fascino del pericolo. Nessun coaster moderno, seppur iperveloce e sfidante ogni legge di gravità, riesce a suscitare il brivido che si provava a salire lentamente in cima con quella macchinetta a quattro posti salvaguardati solo da un’esile barra metallica, per poi scendere in picchiata all’improvviso, facendo il leggendario “saltello” con cui provavi l’agghiacciante senso di vuoto come se si stesse per uscire dai binari. La differenza tra l’avere soltanto lo stomaco sottosopra e avere anche paura era tutta nel (fondato?) dubbio che i gestori non rispettassero tutte le norme di sicurezza e manutenzione.

 

Uomini uomini uomini (1995), diretto da Christian De Sica. Ecco, il livello era quello.

 

Torno in me quando mi accorgo che né il Rotor, né la Magic House sono in funzione. Li hanno lasciati lì come decorazione, o per stimolare noi che li abbiamo vissuti. Fa strano, vederli lì. C’è anche la Horror House, più in fondo, con i seggiolini ricoperti dalle lenzuola bianche pronti alla partenza, che non partiranno mai. Non sembrano vecchi, appaiono fuori luogo, ed è una sensazione strana, visto che per decenni quello è stato il loro posto. È strana come quando capisci che quel che è valso prima ora non vale più. Francesca mi porta via dal Rotor, ci allontaniamo a braccetto e davanti a noi gira vorticosamente una di quelle giostre chiamate volgarmente “calcinculo”, dove bisogna allungare il braccio per prendere il pupazzo appeso e vincere il giro successivo. Storicamente uno stimolatore di rivalse tra comitive, con gente presa alle spalle e lanciata nel vuoto. Come tutto il resto, anche questa giostra è in versione “mini” ed edulcorata, e per di più gli hanno dato il nome puccioso di “Alberone”, dato che è effettivamente decorato come un tronco rotante.

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Come rendere innocuo un generatore naturale di sadismi. 

Il Luneur Park è pieno di attrazioni con il suffisso “-one” (c’è anche il Martellone, da non confondere con il mitico Nando della serie TV Boris), ospita centinaia di diverse specie vegetali, è molto sicuro, è bene organizzato, ha tutto al posto giusto, ma mi comunica un grande piattume. Se fossi un bambino non mi divertirei qui, così come non amerei i cartoni animati moderni. Sono anch’io fuori posto, come il Rotor e la Horror House. Il tempo è passato.

Questo spazio pubblico è stato chiuso per molti anni, a causa di controversie legali e occupazioni illegali. Credo sia un bene che non sia più avvinto dal degrado a cui era stato abbandonato, anche se il risultato è così simile a quello di un pazzo furioso curato con una lobotomia, così normalizzato da diventare banale e noioso. I colori non riescono a coprire il grigiore di fondo. Quando vedo la giostra della Barca Matta, un piccolo battello che fa qualche innocua giravolta, non posso non ripensare al Galeone Fantasma che pendolava indomito fino a farti tornare su gli ultimi tre pasti. I bambini ridono. Sono piccoli, per loro la Barca Matta è sufficiente, ancora per un po’. Quando cresceranno, quando vorranno fare sega a scuola non verranno più qui. Non passeranno l’adolescenza a cercare i primi approcci con le ragazze cadendo a quattro zampe sopra la pedana mobile del Tagadà.

Con Francesca ci arrampichiamo verso il lato sud del parco, quello che costeggia il viale e il piazzale dell’Industria. A un certo punto c’imbattiamo in una serie di camioncini di street food, di quelli che trovi alle sagre oppure ai festival organizzati dagli hipster. Mentre la canzone ufficiale mi risuona nelle orecchie (“Dentro la città, fuori dal mondo…al Luneur Park…”) e cerco di capire se il cantante è Giorgio Vanni, quello delle sigle dei cartoni Mediaset, ordiniamo un cartoccio di fritti. Due coppie di coetanei hanno lasciato i figli a girare su di una giostra, e si guardano intorno spaesati. Li fisso per un po’, loro se ne accorgono, ricambiano lo sguardo, ci capiamo al volo. Lunga vita al Luneur!