Immagine per gentile concessione di: Spheeris Film.
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Los Angeles 80

Dall'hardcore al glam metal, la saga del rockumentary The Decline of Western Civilization.

 

Penelope Spheeris è la figlia di un immigrato greco ucciso nei primi anni ’50 in Alabama; vive per tutta l’adolescenza con la madre in California; dopo avere iniziato a studiare biologia, decide di iscriversi al corso di cinema della UCLA; di lì a poco inizia a farsi un nome come regista di promo musicali (la sua compagnia si chiama Rock’n’Reel) e degli sketch di Albert Brooks per il Saturday Night Live.

Il punk arriva in California nella seconda metà degli anni ’70. È influenzato più che altro dalla revisione sconvolta del rock’n’roll anni cinquanta di gruppi come i Ramones, ma ha mutuato alcuni degli aspetti glamour introdotti dalla sua incarnazione britannica. Inizia a spargersi in giro per l’area di Los Angeles e Orange County, un po’ col passaparola e un po’ con l’aiuto di radio tipo KROQ. Penelope Spheeris ci arriva da spettatrice intorno al 1978, un momento in cui il testimone sta passando dai pionieri della zona a una seconda generazione, composta perlopiù da ragazzetti di basso profilo che affittano a pochi dollari un edificio fatiscente in cui è possibile provare col gruppo e metter su un concerto di tanto in tanto.

Penelope ne rimane colpita al punto da mettersi in testa di realizzare un documentario, autoprodotto, che mostri quello che succede dentro la scena. Si mette a lavorare con un operatore di nome Steve Conant, che di lavoro fa le riprese alle partite dei Lakers, per riuscire a filmare le esibizioni dal vivo di una manciata di band: X, Black Flag, Circle Jerks, Fear, Germs ed altri. Più di tutte, a filmare la gente che si mena sotto il palco mentre i gruppi stanno suonando.

 

 

Ho conosciuto Los Angeles negli anni ’80 sullo schermo di una TV, e ne ho una concezione piuttosto omogenea. Nella mia testa è un conglomerato di cittadine adiacenti che si stendono orizzontalmente in un’area geografica sterminata, un po’ l’esatto contrario di New York. Per sua natura sembra dare i natali a un certo tipo di letteratura e di cinema (e di musica ovviamente). Non l’ho mai visitata, e non sono particolarmente interessato a sapere se la LA che immagino corrisponda o meno alla LA reale. Del resto non credo che riuscirei a trovare molti compagni di viaggio interessati a vedere la Los Angeles che vorrei vedere io: spazi aperti, quartieri fatiscenti, crack house e via di questo passo.

Nella narrativa di cui mi nutro Los Angeles sembra un posto molto facile dove sparire, in cui la criminalità impazza e le tensioni sociali sono evitate perlopiù dalla rigida compartimentazione geografica. Una città sterminata e piena di bettole fatiscenti in quartieri bollati come irrecuperabili, lasciati a se stessi e governati da ferree regole di sopravvivenza. C’è un’espressione inglese per definire queste aree geografiche: quasi intraducibile in italiano: skid row. Skid significa scivolare, slittare, ed è usato anche come sostantivo per indicare una recessione economica; row è una serie di oggetti messi in fila: monete, carte, edifici. Negli USA l’espressione definisce un pezzo di città (una via, un quartiere, un blocco di edifici) colpito da recessione e lasciato a se stesso fino a che diventa una zona particolarmente povera, malfamata e popolata di indigenti. Skid Row è anche il nome di una precisa zona di Downtown Los Angeles, in cui è presente uno dei più nutriti gruppi di senzatetto di tutta la nazione.

Naturalmente, Skid Row è anche il nome di un terribile gruppo glam metal, e questo ci porta di nuovo a Penelope Spheeris e al legame tra due film che hanno lo stesso nome e ma pochissime somiglianze l’uno con l’altro – se non il fatto di essere entrambi documentari, parlare di musica ed essere ambientati a Los Angeles.

 

 

Il primo di questi due film è del 1981, ed è quello che esce dalle riprese dei concerti dei gruppi punk di Los Angeles. Penelope Spheeris gira il materiale in autonomia, lo seleziona e decide di avere in mano qualcosa di buono. Lo chiama The Decline of Western Civilization, con chiara allusione al mito infranto della West Coast.

The Decline of Western Civilization è girato quasi tutto in interni: squat fatiscenti, cucine malmesse, locali malfamati. Exene Cervenka degli X mostra la sua collezione di volantini religiosi; Darby Crash dei Germs vaneggia stralunato in giro per la sua cucina assieme a una tarantola e alla fidanzata che qualche mese dopo finirà quasi nella tomba assieme a lui; i giornalisti improvvisati della redazione di Slash pontificano su ciò che è punk o new wave. E poi ovviamente tutti suonano, nei postacci scalcinati dove si riesce ancora a organizzare una data, con la gente davanti a loro che s’avvinghia e si lancia dal palco. Alla prima del film, organizzata a Hollywood Boulevard, arrivano centinaia di poliziotti, e pochi giorni dopo Darryl Gates (il capo del dipartimento di polizia) invia una lettera in cui chiede di non proiettare più The Decline a Los Angeles.

Nonostante le riserve artistiche della polizia, The Decline of Western Civilization è considerato ancor oggi uno dei più importanti film sulla musica di ogni tempo. Le ragioni sono tante. Il documentario vorrebbe essere null’altro che la testimonianza video di una scena musicale fresca ed eccitante, ma in realtà non è solo questo. Quando lo gira, Penelope Spheeris ha 34 anni, cioè il doppio della maggior parte dei musicisti coinvolti nella scena; il suo occhio è esperto e riesce a mantenere un briciolo di distacco; il film azzecca un tono crudo e spietato, flaubertiano ai limiti dell’autocompiaciuto (e di tanto in tanto alla ricerca del sordido in modi anche molto espliciti), che riesce a stare miracolosamente lontano sia dall’agiografia tipica del rock movie che dal moralismo a buon mercato dei linguaggi televisivi.

 

 

Non sono in pochi a considerare Decline uno dei materiali più preziosi che ritraggono la gioventù americana dell’epoca. Ma in realtà è impossibile pensare il film fuori da Los Angeles. Bisogna anche ricordare che in America, il punk di fine anni ’70 è un genere di ultra-nicchia, che non farà proseliti se non all’interno del (comunque nutritissimo) sottoinsieme di dropout adolescenti della provincia statunitense. La fortuna di Penelope Spheeris è di arrivare con il suo film in un momento particolarmente significativo della storia del genere: quello che una volta veniva semplicemente chiamato “punk rock”, a Los Angeles comincia a chiamarsi “hardcore”. Gli adolescenti smettono quasi in toto gli aspetti legati al fashion e iniziano a menarsi ai concerti in abiti civili, mentre la musica continua ad accelerare e farsi sempre più cacofonica, e le forze di polizia iniziano a prendere parte attivamente alla repressione selvaggia degli happening legati al genere.

In questo, sicuramente, Decline è l’importantissima testimonianza di un momento in cui questa cosa si stacca dal cordone ombelicale del punk “storico” (quello dei Pistols, per intenderci) e inizia a pensarsi come un movimento a sé. Nella scena hardcore di Los Angeles, il posto più emblematico si chiama The Church, la base dei Black Flag: un’ex chiesa battista di Hermosa Beach dove i membri del gruppo fanno le prove e organizzano party. Nel film della Spheeris ne viene mostrato praticamente solo lo scantinato, una bettola imbrattata di scritte sui muri in cui Ron Reyes mostra il suo letto infilato dentro una specie di armadio, e Greg Ginn elenca i posti da cui il gruppo è stato bandito per via delle risse scoppiate durante i concerti.

Nell’hardcore che prende forma a Los Angeles insomma, convergono alcune timide istanze della fase hippy (comuni, droghe, rifiuto dei valori dominanti) ma ripensate in forme che hanno qualcosa del socialismo utopista di Fourier: autoproduzione, sostentamento senza denaro, creazione di un sistema funzionale localizzato. Certo, è tutto votato all’autodistruzione, ma anche nel mondo civile siamo all’apice della guerra fredda.

 

 

Sull’onda del film del 1981, Penelope Spheeris viene consacrata come autrice di prima grandezza tra quelli che gravitano intorno al circuito del rock. In questa veste le viene proposto, un paio d’anni dopo, di girare un mockumentary su un gruppo heavy metal farlocco, This Is Spinal Tap. Spheeris rifiuta (come sappiamo, il film verrà poi affidato a Rob Reiner): la principale ragione, a suo dire, è che nel frattempo sta mollando il punk, si è convertita al verbo dell’heavy metal, e non vuole mettere la sua musica preferita alla berlina.

Suona come una bestemmia: nella storiografia “ortodossa” del rock estremo, punk ed heavy metal sono due poli opposti e quasi inconciliabili. Ma è anche vero che già verso il 1985 l’hardcore è in crisi nera: le teste di serie e i gruppi più creativi abbandonano mano a mano il genere per creare un network parallelo, che poi diventerà la culla dell’indie rock; dall’altra parte, la Los Angeles raccontata a inizio decennio da Penelope Spheeris si sta effettivamente votando anima e corpo al metal.

Inizialmente, l’heavy metal che prende piede a Los Angeles è una banale derivazione di certo hard rock inglese; poi però tutto prende una deriva più glamorous e ostentata fino all’eccesso. Il centro di tutto è il Sunset Strip, un miglio di strada pieno di club votati al genere (Whiskey A Go Go, Roxy, Gazzarri’s e altri) le cui serate si stanno trasformando molto rapidamente in eventi orgiastici pieni di figa, testosterone e acconciature cotonate. Quando, alla fine degli anni ’80, Miles Copeland dell’etichetta IRS propone a Penelope Spheeris di lavorare a un altro documentario sul rock, la regista gli illustra il progetto di un secondo episodio di Decline, stavolta ambientato proprio sul Sunset Strip e dedicato a quello che ormai è conosciuto come “glam metal”. Il film uscirà nel 1988.

 

 

The Decline of  Western Civilization Part II: The Metal Years inizia come il suo predecessore: i musicisti sul palco leggono una liberatoria che informa il pubblico che qualcuno sta filmando e le loro facce saranno usate in qualche prodotto cinematografico. Ma già qui iniziano a vedersi differenze macroscopiche rispetto al predecessore del 1981: i palchi sono più grandi, la gente invece di scoreggiare applaude, e ovunque è pieno di ragazze truccate, sciarpe, rossetti e lustrini.

Anche la struttura del film è la stessa (interviste e concerti), ma al tempo stesso diversa: le performance dal vivo stavolta sono girate a regola d’arte, con un tono molto più da videoclip rispetto alle tensioni documentaristiche del primo film. Invece di un’organizzazione per blocchi dedicati ai singoli gruppi, Decline II viene diviso per argomenti: il successo, le ragazze, le droghe, eccetera. Il documentario ha una struttura produttiva fortissima alle spalle: un’etichetta e un distributore che mettono soldi, dei produttori che danno ordini alla regista, un casting per i gruppi. Costerà 500.000 dollari, contro i 100.000 del primo episodio. La parata di stelle all’interno della pellicola è impressionante: Alice Cooper, Lemmy, Ozzy Osbourne, Paul Stanley, membri di Poison, W.A.S.P., Aerosmith e altri ancora.

Verso la fine di The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years, c’è una parte in cui la regista chiede a una decina di aspiranti musicisti se credono di poter diventare rockstar. Rispondono tutti di sì, con assoluta certezza: “But what will you do if you don’t make it?” “I will make it”. L’insuccesso non è nemmeno contemplato tra le possibilità, come una parafrasi in note del reaganismo. È una parentesi di due minuti appena ma è forse la parte più importante di tutto il film, quella in cui si sente davvero il peso degli anni. Uno dei pochi che riesce anche solo a considerare l’ipotesi di non diventare famoso, nicchia dicendo che nel caso “I don’t know, I’ll end up on Skid Row or something”. Non intende il gruppo musicale (che nell’88 non ha ancora pubblicato il fortunatissimo esordio), ma è una bella coincidenza che siano proprio loro, i famigerati Skid Row capitanati dal belloccio Sebastian Bach, l’ultimo gruppo glam metal di successo planetario.

 

 

Tanto il primo Decline è considerato un documento epocale sul punk, tanto il suo seguito viene accolto come una rovina per il metal. In realtà, il tono usato da Penelope Spheeris è lo stesso in entrambi i film; ma se per documentare la Los Angeles hardcore l’approccio verista finisce per essere un valore aggiunto, lo stesso trattamento riservato all’heavy metal ha l’effetto di smontare la menzogna di un giocattolo milionario pieno di contraddizioni. Non che siano contraddizioni tenute nascoste: in fondo stiamo parlando di gente che spruzza litri di testosterone con il fondotinta addosso. Quello che forse il pubblico non coglie di Decline II, sono le implicazioni di lungo periodo: i sacrifici dei gruppetti per arrivare a un contratto e gli strip contest di Gazzarri’s diventano l’occasione per parlare di sessismo, mercificazione e rape culture all’interno del movimento.

L’ambizione di Penelope Spheeris, più che smontare un castello di carte, è fare un film non agiografico. È un’intenzione nobile, ma finisce tutto fuori scala con l’intervista a Chris Holmes degli W.A.S.P. Sono tre minuti di video che vengono inseriti quasi per caso, e diventano la sequenza di gran lunga più famosa di tutta la saga The Decline. Eccola:

 

 

Retroscena: Spheeris si accorda con Holmes per un’intervista e gli chiede di scegliere la location. Lui propone di farla nella sua piscina, con la madre seduta accanto a lui. Dopo l’intervista, Spheeris torna a casa incazzata, con del girato che sembra totalmente inutile: lui che risponde a monosillabi a una domanda su tre, mentre si scola una bottiglia di vodka, e la mamma accanto che assiste impassibile. Solo riguardando il materiale in sala montaggio, capisce di avere in mano una bomba atomica. Dentro al bordo piscina di Chris Holmes ci sono più miseria e disagio di quanti ce ne siano nel loculo dove dormivano i Black Flag a Hermosa Beach; e tutto attorno una mentalità che ha smesso da tempo quel briciolo di arrivismo e si sta godendo gli ultimi frutti dell’opulenza.

Guardare i primi due Decline uno in fila all’altro fa sembrare tutto un po’ tipo Scarface. Quelle storie dei gangster venuti dal ghetto che anche dopo essersi arricchiti non riescono ad uscirne, presente? È un bel risultato per un rockumentary, soprattutto per un rockumentary che non pare cercare alcun risultato. Alla fine della visione, la Los Angeles musicale dei due film sembra aver perso tutta la propria ragione d’esistere. Forse è per questo che i film hanno quel titolo, o forse nemmeno Penelope Spheeris poteva immaginare che, a due anni dal secondo episodio, le geografie del rock americano si sarebbero sconquassate e la capitale mondiale del genere sarebbe diventata Seattle. Da qui in poi Los Angeles diventa un’altra cosa, un posto di fantasmi e film d’inseguimenti.

Penelope Spheeris si occuperà d’altro: nel 1991 dirige Fusi di testa (ambientato in Illinois ma girato quasi tutto a LA) e il successo travolgente la costringerà a dirigere commedie per il resto della vita. C’è un’ultima parentesi: un terzo episodio di Decline, che gira a sue spese alla fine degli anni ’90. Nelle intenzioni parte come un recap di quel che è successo al punk rock a LA nei quindici anni che sono trascorsi dal primo film, ma si trasforma nel racconto della vita quotidiana dei punkabbestia della città. Un film perennemente in bilico tra la denuncia sociale e uno strano senso di leggerezza: non verrà distribuito ufficialmente fino al 2015. Uno dei punkabbestia filmati nel terzo episodio si fidanzerà con la regista, e andrà a vivere nella sua villa.