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Londra e la paura della paura del terrorismo

Spostarsi a Londra nei giorni di massima allerta, senza farsi prendere dal panico.

A mezzogiorno del 14 novembre 2015, la stazione di King’s Cross, a Londra, era praticamente deserta.

Poche ore dopo gli attentati di Parigi, nel luogo abitualmente più frequentato nell’ora di punta, le persone si erano smaterializzate. È una sensazione strana, spersonalizzante, come girare per i centri commerciali vuoti in GTA Vice City, come immaginare una versione da cinema-in-famiglia dell’apocalisse zombie: nessuno esce più di casa, ma tranquilli, stiamo tutti bene.

Londra è una città in costante cambiamento, ma l’opulenza delle sue Nuove Grandi Opere architettoniche si sorregge su un tacito patto con le persone: che le persone ci siano. E, abitualmente, ci sono – acquistano: potpourri al gusto cannella in attesa del treno; acquistano: tre camicie di marca per £125; acquistano: un collier per la propria moglie oligarca russa.

Vedere la Londra contemporanea priva di persone è vagamente ridicolo: tutto questo per cosa, per chi? Se neanche lo stronzo della City che non alza gli occhi dal tablet è qui a ignorare la magnificenza del creato e dell’architettura contemporanea, allora a che pro? Se un albero cade nella foresta e non c’è nessuno a sentirlo, fa rumore? Se le volte di John McAslan non sovrastano anima viva, il loro sfarzo è da considerarsi vano?

Se sei di Bergamo, alla peggio, nasci xenofobo, non nasci certo con un’istintiva predisposizione alla paura del terrorismo. La prima volta che mi confrontai con l’idea tangibile che qualcosa potesse succedere fu proprio a Londra, nell’agosto 2006, a un anno di distanza dagli attacchi terroristici che costarono la vita a 56 persone. Ero su un autobus bloccato in mezzo al traffico. Una signora con lo sguardo serio si era avvicinata all’autista.
“Può non essere niente,” gli aveva detto. “Ma qualcuno ha lasciato una scatola in fondo all’autobus”.
In meno di un minuto, il veicolo veniva evacuato.
Che cosa le è venuto in mente signora?
Il potenziale ordigno esplosivo era una scatola di scarpe. Vuota. L’autobus non avrebbe ripreso il suo percorso.

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Il 22 luglio 2005, all’indomani di una serie di attentati falliti alla metropolitana di Londra, Jean Charles de Menezes, un ventisettenne brasiliano, usciva di casa. Un gruppo di ufficiali in borghese cominciava a seguirlo: una delle borse inesplose il giorno prima conteneva l’indirizzo del condominio in cui abitava anche Menezes. Menezes era stato erroneamente identificato come sospetto perché “aveva gli occhi da Mongolo” (sic). Il pedinamento proseguiva per chilometri, fino alla stazione della metropolitana di Stockwell, dove tre agenti seguivano il sospetto su un treno, lo immobilizzavano, e gli sparavano sette colpi in testa.

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La fermata Lancaster Gate della metropolitana di londra. Fonte. WikiCommons.

Se, una mattina che stai andando al lavoro, ti vedessi inseguire da uomini in abiti civili che brandiscono armi, cosa faresti?

Menezes non era un terrorista, era un elettricista. L’operazione tattica che consentiva di sparare in testa ai sospetti terroristi senza avvertimento si chiamava “Operazione Kratos”. Il 22 luglio, l’autorizzazione a sparare non era stata data. Kratos, nella mitologia greca, è il dio delle pessime decisioni di Scotland Yard.

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Un giorno dopo Parigi, le strade di Londra erano insolitamente semideserte. Due giorni dopo Parigi, cominciavano lentamente a ripopolarsi. Tre giorni dopo, erano tornate alla normalità, con i turisti pronti a fare code di ore per visitare le attrazioni, con gli impiegati della City che vanno a comprare la ricarica del potpourri alla cannella.

Eppure c’era stato un cambiamento sistemico: le telecamere del traffico sulla mia via erano triplicate, il mio amico greco-cipriota veniva fermato e perquisito all’entrata di qualsiasi luogo pubblico, la polizia catalogava un pazzo in metropolitana come “incidente terroristico.” Soprattutto, le persone sull’autobus si voltavano. Siamo in Inghilterra: si guarda davanti a sé; voltarsi non è educato. Nel giro di 72 ore, però, il sortilegio della minaccia terroristica aveva fatto sì che, in maniera naturale, come fosse un riflesso incondizionato, un gruppo di sguardi discreti seguisse i passeggeri appena entrati, investigando dove e perché andassero a prendere posto. (Il mio è uno dei casi fortunati – sali su un autobus, la gente si volta: “Ah, una femmina bianca,” pensa. “Anche oggi l’abbiamo scampata bella.”)

A Londra, scambiare con degli sconosciuti in bus un misto di gratitudine e remoto sollievo è qualcosa di inedito e prezioso. Come il finale di quelle commedie corali inglesi in cui tutti, anche gli scettici, anche i sindaci ostili, anche i minatori gallesi omofobi si redimono e si ritrovano ad abbracciare l’umanità in nome di solidarietà e uguaglianza.

Tre giorni dopo Parigi, le strade londinesi sembravano tornare alla normalità. Eppure c’era stato un cambiamento sistematico.

Questa dimostrazione di calore umano, però, viene da una ristretta comunità di persone che casualmente si trova insieme in un coso di lamiera, diffida del prossimo, considera di essere appena scampata a morte certa, e pensa sottovoce: “Oggi giornata dura a lavoro / so già che se esplodo…”

So già che se esplodo, sarà mia madre, non la bomba, a farmi a brandelli. Le ho fatto la promessa di non usare i mezzi pubblici per il centro. Come ci arrivo, in centro, senza usare i mezzi pubblici? Come la tranquillizzo, una mamma a distanza, se le testate italiane si inventano le parole pronunciate da un pazzo in metropolitana? È tutto nella mia testa? Sono io quella signora del 2006? Sono agenti in borghese, questi nel bus? Perché si stanno dirigendo verso il mio amico greco-cipriota?

Lentamente, col passare delle settimane, le cose sono tornate alla normalità. Con gli inglesi che hanno ripreso la più naturale delle conformazioni: guardare fissi davanti a sé.