Foto: Filippo Lotti.
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Livorno, l’isola di Zeb

Di naufragi e graffiti: un amarcord scritto sui muri della città.

 

“Livorno è un’isola, è la città più difficile per tutti, anche per me. Perché a Livorno c’è tutta la contraddizione di questo mondo: ci sono gli americani, c’è il più grande Monte di Pietà che si possa immaginare, io ne so qualcosa. C’è anche una delle più numerose comunità ebraiche in Italia. A Livorno sono nati il partito socialista e quello comunista e c’è anche una squadra di calcio che milita in serie C ma che meriterebbe lo scudetto in A. Ecco, io sono il Robinson Crusoe di questa isola che poi è un mondo.”
Piero Ciampi (Intervista al “Radiocorriere TV”, 1976)

“Livorno è un’isola”. Con queste parole il professore di Geografia sancì l’inizio del mio primo giorno di scuola all’Istituto Tecnico Nautico A. Cappellini. Una scuola-cubo tutta finestroni, incastonata tra i fossi e il porto, con il Monumento dei Quattro Mori e la Fortezza Vecchia – i due emblemi della città – a pochi passi e, soprattutto, affacciata sul mare. Quel profumo salmastro entrava fin dentro i libri e i quaderni, tanto era forte, limpido e limaccioso insieme, con lo stridere dei gabbiani e delle gru d’acciaio a fare da colonna sonora già dalla prima ora.

Fu facile, quindi, lasciarsi rapire da quella metafora che allora, per me, poco o niente c’entrava con Piero Ciampi. In quel 1991, all’età di quattordici anni, ne capivo poco di cantautori e poeti e il professore sembrava più che altro interessato ai confini territoriali veri e propri. Sì, certo, la sua riflessione prendeva spunto dall’unicità del carattere labronico e dal suo forte senso d’appartenenza – in una parola: dalla livornesità, ma a questa attribuiva più prosaicamente una ragione geografica.

Livorno è come un’isola, a Ovest c’è il mare, disse indicando la finestra, a Nord l’acerrima città nemica, Pisa. A Est siamo proprio assediati dalla provincia di Pisa. A Sud, invece, si sviluppa la nostra provincia: una lunga e sottile linea di terra appiccicata al mare alla quale siamo collegati solo da una stretta e tortuosa strada a picco sulla scogliera. Insomma, per la sua accessibilità sembra più un’isola che una città sulla terraferma.

 

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Come prima lezione niente male, pensai. Su una cosa ero già d’accordo: quella strada a picco sul mare, conosciuta come il Romito, era veramente stretta e tortuosa, bellissima e suggestiva. Non è un caso che proprio su quei tornanti sia stata ambientata la scena finale dell’incidente de Il Sorpasso, il capolavoro di Dino Risi.

Quel sublime budello d’asfalto lo percorrevo in pullman tutte le mattine proprio per andare a scuola visto che io abitavo in provincia – Rosignano Marittimo, una trentina di chilometri da Livorno. A ogni curva mi sembrava di finire in mare e quando c’era una mareggiata la schiuma delle onde si spalmava persino sul parabrezza. Proprio alla fine di quelle zigzaganti curve inizia il rettilineo che conduce nella pancia di Livorno: prima Antignano, poi Ardenza e La Rosa, fino in centro: via Marradi, piazza Attias, via Ricasoli, piazza Cavour e piazza Grande, il capolinea della corsa. Mi sedevo sempre al lato finestrino e più di ogni altra cosa mi colpivano le scritte sui muri. Tra “Pisa merda”, falce e martello, freddure politiche, frasi amorose sgrammaticate, battute brillanti – tutte rigorosamente in vernacolo livornese infarcite di “dé” e “boiadé” -, ad attirarmi di più erano quelle accompagnate dal disegno caricaturale di una faccia strafatta con tanto di canna fumante in bocca, tutte firmate “Zeb”. Erano ovunque e se ne scoprivano sempre di nuove. A scuola e in città tutti lo conoscevano, non di persona – visto che David Fedi (classe 1966), per un po’ di tempo è rimasto nell’anonimato – ma come graffitaro. Era talmente noto che veniva dato quasi per scontato: la gente distrattamente e d’istinto attribuiva a lui qualsiasi scritta. La sua prima “opera” risale al 1986, è Zeb stesso a confermarlo con il suo graffito più celebre su un muro alla fine del viale Vespucci: “È ventiduanni ‘he mi sembra di parla’ co’ muri”, poco più sotto la didascalia “Ribadito il 19 marzo 2008”.

 

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Zeb e Livorno, un rapporto simbiotico. È proprio il suo amico Filippo Lotti, giornalista e curatore d’arte, a raccontarlo: “Livorno è una città a sé stante nel panorama non solo toscano ma anche italiano. Un po’ come tutte le città di porto che hanno confini molto più ampi rispetto a quelli naturali, geografici. Difficile trovare un’altra città nella nostra Penisola dove convivono diverse esperienze culturali e Zeb racchiudeva in sé tutto questo. Usava l’ironia tipica dei livornesi che faceva da cornice alle sue scritte sui muri dove, per tanti anni, ha urlato il suo disagio, la sua amarezza”.

Sono veramente pochi i muri della città che non siano stati vergati dalla bomboletta spray di Zeb. Spesso quelle sue parole messe in fila non erano altro che battute estemporanee, sfoghi personali, provocazioni fini a se stesse, figlie di un'(auto)ironia inarginabile capace di strappare una risata. Altre volte, invece, sopra l’intonaco di quelle pile verticali di mattoni e cemento armato emergeva il colpo di genio, quello che cattura l’attenzione dei passanti stuzzicandone la coscienza e invitando alla riflessione. Sempre dirette, rozze, ma anche intrise di un’insopprimibile e malinconica mestizia: “Vota Zeb. C’avrai da ritinge’ ir muro, ma di siuro Zeb ‘un te lo butta ‘n culo”; “E dovete ‘ancella’ la guerra mia le scritte. O stronzoli!!!”; “’R problema ‘un è vive… ma di mori’ ‘n pace!; “Vota te stesso così capisci e si capisce meglio che deficiente sei”; “La cosa più bella dell’elezioni è che il giorno prima stanno tutti zitti. Ah bene dé”; “La felicità non è ben vista, se sei felice non lo dire a nessuno. ‘Un lo fa’ nemmeno capi’”.

 

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C’è anche chi riteneva Zeb soltanto una specie di vandalo, un “imbratta muri”, ma è innegabile che le sue scritte siano entrate frase dopo frase nell’immaginario collettivo della città, tanto da rappresentarne un sorta di “patrimonio artistico”.

Oggi la maggior parte di queste scritte è stata cancellata o va deperendosi risultando illeggibile.

Zeb era anche un pittore e ai suoi quadri teneva tantissimo. La serie intitolata “Iconografie Diabolike” è quella che più di tutte rappresenta la sua cifra stilistica, molto vicina alla Pop Art. “La notorietà acquisita come writer non bastava, però, a far sì che la realtà livornese si accorgesse del suo lavoro pittorico e, come pittore, appunto, si sentiva trascurato; le mostre tenute a Livorno non avevano il successo da lui sperato ed erano per lui fonte di dispiacere quando le vedeva snobbate dalla gente”. A queste parole di Filippo Lotti si unisce in modo puntuale un’interessante riflessione della scrittrice e fotografa livornese Francesca Holsenn Riccioni: “L’arte a Livorno è molto legata alla spontaneità. C’è spesso troppa ironia e ogni produzione artistica invece ha bisogno di prendersi e farsi prendere sul serio per concretizzare la propria esistenza. Se prendiamo gli artisti livornesi troviamo spesso che la condizione necessaria è quella di aver dovuto inserire nella loro poetica una sorta di ‘falsa’ modestia, che si traduce appunto nell’ironia, nell’abbassamento del tono tramite il linguaggio. A Livorno l’elemento elitario dell’arte crea una specie di senso di colpa collettivo. Lo Zeb graffitaro è tagliente, gretto, geniale, colpisce nella pancia, e colpisce tutti, nella nostalgia e nella risata. Questo lo rende appunto artista, a Livorno”.

Insomma, uno Zeb prigioniero di quella stessa livornesità che andava celebrando sui muri della sua “isola”, la medesima isola di Piero Ciampi: difficile e piena di contraddizioni. Non è un caso che entrambi si ritenessero e definissero naufraghi.

 

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Nel suo libro illustrato, pubblicato nel 1992, Zeb ripercorre la Storia personalizzandola: dalla Preistoria fino alla Seconda Guerra Mondiale – divertente scovare tutti i “Pisa merda”, almeno uno in ogni tavola, che Zeb ha disseminato nel volume. Nel paragrafo dedicato alla scoperta dell’America, Zeb dipinge se stesso come un naufrago in mezzo all’Oceano Atlantico, abbandonato su una barchetta a remi proprio da Cristoforo Colombo. Dopo 40 anni, gira e rigira, approda a Livorno, viene avvistato da una vedetta posta sulla sommità del Mastio di Matilde della Fortezza Vecchia che lo annuncia così: “Scialuppa ‘on naufrago! Batte bandiera ‘Pisa merda’”.

Una storia, questa, che ci conduce fino al maggio del 2008, quando Zeb sparisce nel nulla. La sua macchina viene ritrovata parcheggiata proprio sul lato di quella strada tutta curve a picco sul mare conosciuta come il Romito: di lui nessuna traccia. Oggi il suo destino è ancora avvolto da un alone di mistero: c’è chi dice che si sia ucciso (il suo corpo non è mai stato ritrovato), altri che sia scappato mentre alcune voci parlano di un suo avvistamento prima in Corsica e poi a Marsiglia.

Mi piace pensare che proprio in una di quelle calette segrete, nascoste tra gli scogli, che intravedevo tra una curva e l’altra in quelle mie mattine da pendolare, Zeb abbia ritrovato la sua scialuppa. Me lo immagino remare fino a raggiungere l’orizzonte, poi voltarsi e urlare un “Pisa merda” verso quell’isola che poi è un mondo.

 

Immagini di Filippo Lotti.