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Leopardiland

Viaggio a Recanati.

 

Se ti capita di passare per Recanati, te lo posso assicurare, ti toccherà incontrarmi. Lavoro nell’unico luogo per il quale questo piccolo paese in provincia di Macerata viene menzionato nei “diari di bordo” degli italici viandanti. Me ne sono reso conto, anni fa, in Veneto. Partecipavo col mio gruppo a una rassegna di band indipendenti e mi capitò di dormire, ospite, a casa di gente dell’organizzazione, eravamo in cinque in un seminterrato adibito a taverna, sacchi a pelo a terra in un ambiente sconosciuto. Al mio risveglio, cercando il bagno, trovai invece una foto sopra uno scaffale: una ragazza sorridente in una posa che conosco molto bene, dietro di lei il cartello “Casa Leopardi”, logo del museo in cui lavoro e poi, alla sua sinistra, io, proprio io, intento a staccare biglietti ad altri visitatori. Ricordo che venni colto dalla vertigine: l’idea bislacca di giacere nelle cucine, nei bagni, nelle mansarde o nei salotti di chissà quante famiglie, il senso di smarrimento nel pensare di essere poco più che un dettaglio diventato familiare a suon di sguardi nelle case altrui. Un giorno mi misi a calcolare quante persone sconosciute posso aver incontrato e salutato in anni di servizio in un luogo del genere.

Tolto il freddo stupore dei numeri e dei casi umani, restano Recanati e i suoi eroi famosi. Ne cito tre in ordine di importanza crescente: Lorenzo Lotto – che recanatese non è di sicuro ma ha lasciato un sacco di opere nel nostro Museo Civico -, Beniamino Gigli – anche se il suo impatto nel tempo si è affievolito per via della lirica oggi non esattamente qualcosa di pop, e infine “Lui” o “Il”, scolasticamente parlando: la ragione per la quale tutti arrivate qui, a centosettantuno metri sul livello del mare, in provincia di Macerata – ma col distretto telefonico di Ancona – a undici chilometri da Loreto, altra possibile tappa in zona.

Recanati sono ventiduemila cinquecento abitanti, un’amena località collinare di origine picena con la classica storia da paesotto Guelfo di sudditanza ai vari pontefici, un centro storico che si estende su tre colline che nel tempo si sono unite in un paese con, al suo interno, dodici chiese: non abbiamo dato i natali a un Papa ma, nonostante questa ignominia, abbiamo Gregorio XII che riposa nel bunker della cattedrale di San Flaviano. Tutto questo passa immediatamente in secondo piano quando stai per arrivare a Recanati: ad accogliervi trovi orgogliosi cartelli che segnalano in modo incontrovertibile la nostra intima vocazione: “Recanati città della poesia”. Non immaginatevi “slam poetry” ad ogni angolo di strada, sfide a suon d’endecasillabi sciolti e cialtronate come i bottegai poeti; qui da noi “poesia” significa solo e soltanto Leopardi.

Leopardi resta nei fatti il Poeta più amato dagli italiani e, specialmente, dai giovani. Perché? Semplice, ha tutto: rabbia adolescenziale, spleen, nerditudine, sfiga cosmica e struggimento malinconico.

Giacomo Leopardi non lo sfanghi: è una tappa obbligata alle scuole medie ed è una giusta e necessaria tassa alle superiori – qualsiasi indirizzo prenderai – per capire come si è evoluta la nostra letteratura; potresti incontrarlo di nuovo all’Università se ti iscrivi a Lettere, Storia o Filosofia ma, a parte gli obblighi educativi, resta nei fatti il Poeta più amato dagli italiani e, specialmente, dai giovani. Perché? Semplice, Leopardi ha tutto: rabbia adolescenziale, spleen, nerditudine, sfiga cosmica e struggimento malinconico. Non c’è scenario esistenziale di disagio, prescindendo dall’età anagrafica del “disagiato”, al quale Giacomo non si adatti a pennello. A conti fatti e al netto di un secolo di turismo scolastico e di famiglie, archiviato il film “Il Giovane Favoloso” di Mario Martone che ha creato un interesse collettivo inaspettato, oggi Giacomo è un personaggio dall’enorme portata mitologica e, lui sì, pop. Senza neanche troppa fatica trovate comici che si ispirano a lui, account “Twitter”, profili “Instagram” che usano la sua immagine come feticcio per stigmatizzare sfortune e incerti della vita; vanta un pubblico di talebani oltranzisti – fra studiosi di professione e wannabe expertise – da far sembrare il pubblico di Vasco gente che fa zapping sulla pubblicità. Questo panegirico “leopardiano” per parlare di Recanati? Sì, perché è impensabile scindere questo luogo dal suo personaggio più celebre e credo di poterlo affermare con cognizione di causa visto il lavoro che faccio: la guida turistica della sua casa.

Il museo di Casa Leopardi è l’attrattiva recanatese col maggior numero di recensioni su “Tripadvisor” – termometro realistico, se non del gradimento, almeno del flusso di pubblico – ed il riparo che cercate quando una nuvola da scia chimica, puntuale come un divieto di balneazione a luglio, temeraria come un pilota della “Luftwaffe”, vi impedisce di prendere il sole sulle spiagge adriatiche; a quel punto, da Gabicce a San Benedetto del Tronto, dal Manzanarre al Reno, vi precipiterete nell’entroterra, terrorizzati dall’aver buttato una delle costosissime giornate al sole delle vostre sudatissime ferie, desiderosi di trovare un’alternativa capace di coniugare scenari adatti a un selfie, esotismo mezzadrile, qualcosa di antico, qualcosa di prestato, qualcosa che stanchi i rampolli  – e li possa sedare se smartphone o tablet dovessero scaricarsi – e che accontenti il “capo” (compagna, consorte, fidanzata). Allora, e solo allora, guidati da sestanti satellitari per “le vie dorate e gli orti”, inerpicati sopra rombanti Suv a ottanta ottani, giungerete a litigarvi con gli indigeni un parcheggio a ridosso delle mura del centro storico e avrete il primo suggestivo impatto col nostro popolo bizzarro.

 

 

“Osimo è bello
Castello è segreto
chi vole i ladri vada a Loreto
se vuoi i marfidati va’ a Recanati”

Questo antico adagio fotografa al meglio quanto Giacomo Leopardi abbia sempre tentato d’esprimere riferendosi ai suoi concittadini. Due secoli di “natio borgo selvaggio” hanno generato nei turisti lo stesso atteggiamento guerresco ed evangelizzatore di un Cortés o di un Pizzarro. Parcheggiate le caravelle e pagata una tassa giornaliera in talleri, gli esploratori sono pronti a scontrarsi con la nostra tentacolare viabilità. Recanati è uno dei pochi borghi nelle Marche a non avere una pianta circolare, dei bastioni difensivi: di quelle che erano le fortificazioni medievali, resta ben poco; ciò che trae tutti in inganno è pensare a un microscopico borgo nel quale, vista Casa Leopardi, resta ben poco. Nulla di più sbagliato, dall’estremità sud a quella nord, per una via che è la metafora esistenziale del recanatese – cambia sempre nome ma è sempre la stessa – attraverserete il paese in circa tre quarti d’ora. Peggio ancora se attraccate a circa metà paese, inserendovi in una direttrice che i locali chiamano “piazza”: è una memoria linguistica di quando la piazza non c’era ancora – come il chinino, l’acqua corrente e la vaniglia arrivò con il culto di Leopardi, a fine ‘800. Potrete andare a destra o sinistra – esattamente come in cabina elettorale – ma non avrete idea di dove ritrovarvi, convinti d’aver visto tutto, esattamente come dopo aver votato alle elezioni. Qui ad esser “cardinali” abbiamo solo due punti: un “Giù da piedi piazza” per indicare il nord in fondo al corso Persiani, “d’in su” ad indicare il sud di via Roma; già da questo tentativo disorientante si capisce l’atteggiamento del recanatese nel cercare di depistarvi fingendo di intrattenervi, quasi a voler significare che noi, di turisti, non abbiamo bisogno.

La vocazione al turismo è qualcosa di recente per un paese ricco come il nostro, qui si è passati “dai campi alle officine” mantenendo ottimi rapporti coi preti e con le contesse; qui si lavorava in fabbrica come operai e qui la piccola/media impresa del modello marchigiano trovò il suo acme espressivo: Eko, FBT, Ottaviani, Clementoni, i Guzzini, Guzzini Illuminazione. In questo bengodi “fordiano” della catena di montaggio, lavorare nel turismo, era considerato, fino a un quindicennio fa, come il pissing o la filatelia: una esecrabile perversione o un hobby noioso. La crisi ha fatto la differenza: negli anni Novanta i posti letto di Recanati erano poco meno di trecento, oggi considerando tutto l’indotto comprensivo di Hotel, Pensioni, B&B, affittacamere, soluzioni alternative sono dieci volte tanto e moltissimi si sono riconvertiti nel settore dell’intrattenimento turistico.

 

 

Vi troverete quindi a girare per i nostri vicoli pittoreschi, stupiti dal decoro e dalla pulizia delle strade, dalle case in cotto marchigiano coi mattoni a vista, impressionati dall’imponenza dei palazzi del patriziato recanatese, commossi dal trovare, ad abbellire le vie, i frammenti dei “Canti” di Giacomo composti in piccoli addobbi ricavati da bancali ingentiliti da piantine di fiori –“brandelli di poesie” come li ha definiti in modo autoptico una turista al telefono l’altra sera; potreste perdervi quattro volte, grazie alla lisergica segnaletica che abbiamo in dotazione: pittogrammi incomprensibili a meno che non siate di Aldebaran – una ruota, un uccellino, il simbolo dell’infinito, delle onde sonore, due porte, tutto ad indicare rispettivamente: il luogo dove è stata inventata la ruota, il set de “Gli uccelli” di Hitchcock, il Colle dell’Infinito, la zona wi-fi, gli introvabili bagni pubblici. Siamo l’unico paese in tutta la Via Lattea ad aver dovuto stampare svariate migliaia di brochure per spiegare cartelli stradali, questo la dice lunga sull’acribia che ci distingue.

Quando avrete scattato foto alla nostre torre dell’acquedotto – ottagonale incubo lovecraftiano – scambiandola per l’imprescindibile “Torre del Passero solitario”, quando alzando gli occhi al cielo, al posto delle tradizionali luminarie natalizie, avrete visto i versi dell’Infinito – incluso un piccolo refuso di punteggiatura che rende il tutto molto finito e terreno,  quando avrete apprezzato la superficie e lo scenario di negozietti e botteghe che vendono, più o meno tutte, lo stesso materiale turistico composto da un mix di cartoline, magneti, vini, farine, cereali, salumi; insomma, quando avrete superato il naturale stupore che coglie il turista che “non avrebbe mai immaginato che qui fosse così bello” vi accorgerete degli abitanti e del loro naturale distacco: loro vi osservano condiscendenti e bonari, come un evento atmosferico ineluttabile perché non c’è in loro la tenace partecipazione dell’osservatore di cantieri professionista ma la fatalità del contadino, abituato a sorvegliare il campo e a scorgere il cielo, sperando magari nella divina provvidenza ma con parsimonia, che se serve sgraniamo bestemmie oltre che rosari.

Quando avrete superato il naturale stupore che coglie il turista che ‘non avrebbe mai immaginato che qui fosse così bello’ vi accorgerete degli abitanti e del loro naturale distacco.

Se gli prestate attenzione vi accorgerete che questo popolo educato, testardo ma onesto, laborioso e inventivo, partecipe ma con pudore, lamentoso ma con “understatement”, bastian contrario ma gentile, amante del buon vivere ma refrattario ai contatti, “a la page” ma senza gli eccessi tipici di chi ostenta, con la banda larga ma con la cinghia tirata; questo fenotipo, il “Rrecanatese*”, è uno dei popoli più democratici d’Italia: detesta tutti senza distinzione di sesso, razza, religione, idee politiche, provenienza geografica, età anagrafica. Questo distacco dal mondo, qualunque cosa accada, è la “provincia”, ciò da cui Giacomo Leopardi avrebbe voluto fuggire e nel contempo lo scenario degli affetti al quale faceva ritorno – con la rimembranza – per ridisegnare quel limite oltre il quale non c’è viaggio o naufragio ma solo perdita dell’orientamento. Perché si possa congetturare l’Infinito è necessario avere un limite: che sia una siepe o un muro di mattoni è relativo. Per viaggiare occorre avere cognizione di quale sia il punto di partenza e poi la destinazione può anche essere relativa – Colombo ne sa qualcosa – e la provincia, con la sua noia e la sua migliore amica, la pazienza, è il luogo ideale dal quale partire o al quale fare ritorno. Quindi venite a visitare questo stato della mente, fidatevi di chi è diffidente. Ne sappiamo qualcosa noi recanatesi, dal primo e più insigne all’ultimo passante cui chiederete informazioni. Sappiate che ve le daremo di santa ragione.

 

“Ditemi di grazia almeno i nomi di cotesti uomini insigni che avete in patria. Qui ne abbiamo da sette mila tutti insigni per la pazienza che hanno di stare a Recanati.”
Giacomo Leopardi a Pietro Giordani 26 settembre 1817

 

*In Recanatese nel testo originale.