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Le milanesi

L’umanità donna di Milano nei racconti di Giuseppe Marotta.

 

Milano accoglie il napoletano Giuseppe Marotta, aspirante giornalista e già autore di alcune novelle pubblicate, nel 1925.

Nello stesso anno, Filippo Tommaso Marinetti lascia la ragnatela della città lombarda per trasferirsi a Roma in compagnia della moglie e abitare una splendida casa al numero 30 di piazza Adriana.

Intanto, Guido Mazzoni, cura Tutte le opere edite e inedite del Parini (ed. Barbera, Firenze) contribuendo con un altro importante passo editoriale, alla celebrazione – ed ennesima affermazione – di uno dei grandi padri letterari della città. All’incrocio tra via Orefici, via Carlo Alberto e via Torino, nel frattempo, nel mese di aprile, viene inaugurato il primo semaforo di Milano.

Marotta, nato da famiglia assai umile e cresciuto in un basso al pianterreno del campanile della chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi, inizia la propria vita milanese dormendo sulle panchine dei parchi, impossibilitato, a causa dello scarso salario di pubblicista, a permettersi una casa dove vivere prima di essere scelto come redattore alla Mondadori e, in seguito, presso Rizzoli.

Nel 1949, il Marotta scrittore – che si dividerà sempre le carte con il Marotta giornalista – inaugura la propria trilogia milanese con A Milano non fa freddo, cui seguiranno nel 1958 i 49 racconti brevi di Mal di galleria e i 39 ritratti di donne milanesi pubblicati nel 1962 da Bompiani, uniti nella raccolta intitolata Le milanesi. Nello stesso anno, sempre Bompiani, pubblica La vita agra di Luciano Bianciardi, offrendo attraverso tutte queste opere, alcuni tra i molti sguardi possibili sulla Milano triturante e insieme seduttiva del Boom economico.

Così, mentre Gio Ponti e Piero Portaluppi sognano, disegnano ed edificano nuove architetture destinate a impreziosire eternamente la città non eterna (a partire dal palazzo della RAS in corso Italia passando attraverso un gran numero di abitazioni), nasce la Linea 1 della metropolitana milanese ed esce nelle edicole il primo numero della rivista Panorama.

Giuseppe Marotta sceglie una chiave di scrittura e di narrazione tutta composta di Io narranti femminili, in grado, uniti, di dipingere il quadro dello stato dell’umanità milanese.

Intanto, Bianciardi, racconta una Brera più faticosa che bohémien, un’editoria dove il salario è irrisorio, insufficiente e dunque le consegne crescono, pressanti come il male di vivere.

Giuseppe Marotta sceglie una chiave di scrittura e di narrazione tutta composta di Io narranti femminili, in grado, uniti, di dipingere il quadro dello stato dell’umanità milanese dove la milanesità, ancora una volta, nulla ha a che vedere con i certificati di nascita ma, anzi, si misura in termini di acquisizione di abitudini, linguaggi, mondi quotidiani.

Eugenia, Gigliolia, Giovanna, Cecilia, Virginia, Ada, Carolina, Leila, Elettra, Noemi, Lorenza, Veronica e tutte le altre sono di volta in volta donne nate in Brianza, in Calabria o nel quadrilatero del silenzio, sono vedove, sono madri, sono orfane, sono teddy girl, sono vergini, sono romantiche, sono senza speranza.

Parlano in prima persona, come a lasciare una traccia definitiva della loro missione non sulla Terra ma nel perimetro di Milano e provincia. Raccontano la città, una dopo l’altra, filtrata con l’esperienza delle proprie vite che il caso o la scelta hanno condotto qui.

Maria Letizia ha 19 anni ed è figlia di buona famiglia, si prostituisce per gioco e gioca per noia. L’iter del suo quotidiano è sempre lo stesso e consiste nell’abbordare i clienti per poi farli un po’ torturare e picchiare dai suoi amichetti. Nella parata dei fortunati, un giorno, si presenta anche un lontano zio.

Milano è uno sfondo protagonista di tutte le storie, per Maria Letizia la vita è “color fumo di Londra, uno schifo, una lagna: un viale Certosa infinito”, la ragazzina è annoiata in città e non si dà pace: “Che il fiore di una società riesca ad annoiarsi a Milano, nell’unica città europea, tentacolare, plausibile che abbiamo, è inconcepibile. Qui ognuno eleva grattacieli, scava metropolitane, o effettua servizi di aerotaxi, ma perché? Ci dobbiamo poi contentare, per lo svago, di un film di Vadim o di qualche ragazza bruciata verde a teatro, dei juke-box o di quattro o cinque funerei locali notturni! (…) urge una peste a Milano, qualche dilagante morbo all’antica, manzoniano, che la spianti” per lei, ancora, Milano è “la patria delle certezze e dei relativi sbadigli; è orribile che neanche quelli del mio ceto reagiscano.”

La gran parte delle Milanesi di Marotta, però, non arriva dalla Milano bene come Maria Letizia, ma ha raggiunto il capoluogo dal sud dell’Italia, per esempio da Amalfi, come Concetta, che ci racconta la sua storia di emigrazione dal capezzale della salma del marito Lorenzo mentre sta lavorando all’uncinetto perché “qui, a Milano, in via Santa Sofia, tanto vale ch’io pianga il mio uomo lavorando” non come ad Amalfi, dove i pianti di cordoglio, “di femmina in femmina e di palazzetto in palazzetto” avrebbero allagato tutto il rione.

Raccontano la città, una dopo l’altra, filtrata con l’esperienza delle proprie vite che il caso o la scelta hanno condotto qui.

Da storie come quella di Concetta si raccolgono ritratti di una Milano raccontata alla maniera classica, diciamo pure poetica ma mai, in nessun caso banalizzata, per via della scelta delle immagini e delle figure utilizzate che sono sempre in grado di rendere – nelle storie di emigrazione che sono naturale controcanto di quella dell’autore – lo stupore della scoperta della città e insieme una coscienza narrativa profonda. “Quando conobbi questi luoghi, arrivandovi da Amalfi, c’era il Naviglio steso e c’era qualche foglia; pareva che da tutta quella distanza la mia terra mi avesse mandato come regalo di nozze un po’ d’acqua coricata, sulla quale, a ben riflettere, scendeva tra i ciuffi della parietaria, di sbieco, una polvere di sole o di luna. Grandinò pure, non lo dimentico, il quarto o il quinto giorno: e il Naviglio sembrava un puntaspilli.”

Poi c’è Elena, che ci accompagna in un’antica storia d’amore e stalking mentre Consuelo ricopre lo spazio delle storie dei milanesi al mare in Liguria, a Sanremo per la precisione, dove si innamora perdutamente di un indossatore.

Fabiola è affetta da manie di protagonismo: autolesionismo e tentativi di accusa di stupro nei confronti di un vicino sono solo alcuni degli episodi che ci racconta a dimostrazione del suo precarissimo stato di salute mentale; come in un dramma shakespeariano tenta il suicidio cercando di trasformarlo in omicidio e di far ricadere dunque la colpa sul marito. Fallisce e lui muore avvelenato al suo posto. Fuori dall’inscenato romanzo c’è l’agosto di Milano, il pomeriggio di automobili e palazzi che cuoce, rimbomba e scappa in ogni direzione.

Se La vita agra volle e riuscì a essere una storia soprattutto sociale, autofiction di denuncia civile, Le milanesi di Marotta sono 39 atti di denuncia sentimentale della vita interiore nella capitale del Boom. Un affresco avanguardista e insieme classico della sua varia emotività femminile, fragile ed eroica come la città che l’accoglie.