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Le meraviglie di Massa

Una lettera d'amore.

 

La dama
Stavo viaggiando in tram, a Milano, quando un pomeriggio ho notato quel volto per strada, sopra un manifesto incollato a un muro. Il volto apparteneva a una donna vissuta nel 1400, a Firenze. La donna -la dama- venne ritratta da un pittore del Rinascimento: Antonio Pollaiuolo. Gli hanno intitolato la strada che fa angolo con la strada in cui sono domiciliato. Qualcuno attribuisce il quadro ad Antonio e qualcuno a Piero, il fratello. Il quadro è conosciuto con almeno tre nomi: Ragazza di profilo, Ritratto di dama, Ritratto di giovane dama. Venne dipinto intorno al 1470 ed è conservato da più di cento anni vicino alla Scala, in una sala del Museo Poldi Pezzoli. Non sono mai entrato al Poldi Pezzoli. E allora, dove ho visto quel quadro? Un pomeriggio mentre viaggiavo su un tram, certo, lo sospetto, ne sono quasi sicuro, ma non solo quel pomeriggio. Mi sorge il dubbio di aver visto la dama di continuo. Almeno per un certo periodo della vita. E infatti ho verificato su internet che, a cavallo del 2014 e del 2015, il Poldi Pezzoli gli aveva dedicato una mostra molto speciale. Il centro di Milano si era riempito di manifesti e per un certo periodo – tra l’autunno del 2014 e i primi mesi del 2015 – il volto di quella donna si era infilato ogni giorno nel mare della mente. Diventando pensiero si era unito alla corrente di altri pensieri. Ora riconosco di nuovo il profilo, rigirandomi tra le dita una carta del Comune di Massa che ho trovato oggi in biblioteca. Questa porzione di costa e montagna dell’alta Toscana, medaglia d’oro alla Resistenza, deindustrializzata, economicamente depressa e con un tasso di occupazione e un PIL procapite tra i più bassi del centro Italia, dove vivono e lavorano o non lavorano circa settantamila persone, ha il contorno incerto ma distinguibile di una silhouette umana. Con più precisione: di una silhouette aristocratica, sublime, diafana. Femminile. Queste due immagini, messe una di fianco all’altra, si somigliano come due sorelle. Il punto della mappa in cui è segnato il monte Altissimo, un massiccio delle Alpi Apuane, potrebbe corrispondere al naso appuntito e sottile della dama. Dove leggiamo “Passo del vestito”, parte la sfumatura bionda delle sopracciglia. Il Monte Macina, l’Alto di Sella, il Monte Tambura segnano la curva della fronte fino all’attaccatura dei capelli. Più avanti la protuberanza che culmina nel Monte Sagro sembra rispecchiare la complicata acconciatura della dama. Il centro vero e proprio di Massa è collocato dentro la gola. Il resto del corpo e le vesti s’immergono nel mar Tirreno e scompaiono.

1. DAMA DI PROFILO E MAPPA crop

Piero del Pollaiuolo, Ritratto di Dama, 1470. Museo Poldi Pezzoli.

La città dove sono nato per la prima volta si offre a me come una donna. È un’associazione che mi sorprende. Non avrei mai immaginato Massa come una donna. Tantomeno come una Belgioioso o la figlia di un banchiere, come qualcuno ha ipotizzato. Se davvero stamani, in un esercizio di fantasia che compio digitando sul note del telefono, dovessi rappresentarmi Massa come un umano, allora penserei più a un uomo di mezza età, scorbutico, incolto, alcolista, solitario, forse ludopatico, tossicofilo, che si sposta a bordo di un’Ape 50, in qualche modo immemore, e non amato, inselvatichito, malinconico e cisposo nel privato grembo del suo abitacolo Fiat. O forse penserei all’allegoria di un cinghiale: dai boschi delle Apuane scende a valle per cercarsi cibo e rifiuti sul litorale, scodinzolando tra ombrelloni, cabine e lettini, incurante delle famiglie di Parma, di Milano, di Firenze, tedesche, francesi, che tra luglio e agosto arrivano in vacanza.

Viale Roma
Quasi mezzogiorno. Esco dalla biblioteca e passo in bicicletta per il centro storico chiuso al traffico; scendo per Piazza Aranci, panciuta e ripavimentata, sdraiata a un sole debolissimo che si è affacciato nel caglio del cielo. Nei negozi di abbigliamento le commesse fanno conversazione. Tutto è in perfetto ordine. La vetrina immacolata, il bancone. Ma non entra nessuno. Mancano i clienti. Una leggera pendenza accompagna l’uscita dal centro, come un venticello che preme e gonfia la vela. Imbocco il viale Roma. È un lungo vettore inaugurato durante il fascismo, nel 1930, dove per secoli è stato solo campagna, immagino, e cespuglio, vegetazione ribelle, poderi agricoli e palude. Ai due lati del viale, dietro una siepe o una recinzione in metallo, sfilano nella vite canadese i civici di vecchie villette e caseggiati borghesi. 32, 34, 36, 38. In uno di questi appartamenti sono stato e lo ricordo come un mondo ordinato, finanziariamente solido. Si entrava pulendo scrupolosamente le scarpe contro un tappetino. Dentro si poteva sentire il rintocco di un pendolo. Una stanza profumava di cera, un’altra di spray per la lucidatura del legno. Nel flashback improvviso, questo cosmo sembra appartenere a un’altra epoca. La vita si è fatta un po’ più indecifrabile, selvaggia. I figli allevati in queste famiglie di medici, insegnanti, impiegati e funzionari della pubblica amministrazione, spesso non hanno trovato un lavoro. Fanno fatica. E inoltre penso: nell’era delle notifiche di WhatsApp, un orologio a pendolo è più che mai un anacronismo.

Lungo il marciapiede e la ciclabile, dentro la trachea della Ragazza di profilo, noto delle ortiche e altre pianticelle verdi, dalle foglie timide e minute, che avvolgono una centralina elettrica dell’Enel. Sullo sportello c’è una svastica disegnata a bomboletta, come ne ho viste su cento altri muri. Per me è come un graffio: più il segno di una volontà di mettere a ferro e fuoco il mondo, di scrollarsi di dosso la famiglia, la provincia, la disoccupazione, che non un evviva al Führer e ai campi di sterminio. Come un righello il viale Roma fila lungo cinque chilometri circa, nutrito e ossigenato da una doppia processione di lecci. Questa specie di segno a matita procede grigio, lucido e senza indugi verso il mare e la sabbia. È  una pista di grafite per l’infinito marino. Di questa suggestione un milliwatt si conserva sempre, anche nella mente di chi passa ogni giorno. Non soccombe del tutto.

La vita si è fatta un po’ più indecifrabile, selvaggia. I figli allevati in queste famiglie di medici, insegnanti, impiegati e funzionari della pubblica amministrazione, spesso non hanno trovato un lavoro. Fanno fatica.

Piazze
Percorro la ciclabile lasciandomi alle spalle il centro, dove il viale è sgorgato in corrispondenza di un’ex pompa di benzina, di una filiale Unicredit e di un negozio di abbigliamento che veste la discreta, ben istruita e non troppo conservatrice borghesia locale. Mi lascio alle spalle un intero universo. Piazza Garibaldi, fino agli anni Novanta giardinetto di palme malate, spaccio di eroina e sede di Mondoperaio, grande e rifornita libreria, oggi ridotta a pochi metri quadri; Piazza Matteotti, stazione di servizio autobus (Consorzio Apuano Trasporti) da e per il mare, da e per i paesini della montagna: Antona, Forno, Casette, Pariana, San Carlo. Piazza Matteotti fu a sua volta, in tempi ancora più lontani, un mercatino dell’eroina, uno spazio conteso tra autisti CAT, spacciatori in motorino e studenti delle scuole medie in attesa di un bus. Biglietti timbrati e buttati a terra, croste di pizza al taglio, il marmo dei marciapiedi intorbidato dal passaggio di troppe suole. Un continuo ta-ta-ta-ta: la vibrazione delle marmitte dei bus in partenza. E di nuovo Piazza Aranci, cuore della città e cuore della vita, dal momento che è qui che ho giocato da bambino. Ritrovo su internet la riga di diario che gli dedicò Giacomo Leopardi: “[…] non vi nevica mai, e si esce e si passeggia senza ferraiuolo; in mezzo alla piazza pubblica crescono degli aranci, piantati in terra”. Giovanni Pascoli: “Siede Massa tra lucida verzura\d’aranci, a specchio del Tirreno mare”.

Pace
Questa mattina di fine gennaio è una carezza. L’aria è gentile, come la sentì il polmone di Leopardi. Non ho freddo. Posso guidare senza guanti, per esempio. Proseguo dritto verso il mare, senza possibilità d’incontrare in senso opposto il me stesso di molti anni fa, ventenne, mentre torna in motorino dalla spiaggia. Non potremo incrociare i nostri quattro occhi e attraversare due volte lo stesso pensiero. Passata la metà del viale ci sono delle villette rosa, progettate da Ettore Sottsass, e sull’altro lato una piscina comunale. E ancora prima un supermercato, edificio in mattoncini dal disegno pulito e razionale. Ampio e comodo parcheggio dove si confluisce da più punti della città: io credo anche per rivivere l’armonia degli spazi Esselunga. Eccomi giunto alla fine del viale, di fronte al Tirreno. Ho intenzione di girare a destra, sul lungomare, in direzione nord, verso Marina di Massa e poi Marina di Carrara. Arriverò fino al tratto di spiaggia dove restano i ruderi delle colonie. Ma prima voglio legare la bicicletta e farmi due passi sulla sabbia. E così faccio e la spiaggia è pressoché deserta, eccetto la mia persona e poche altre. Gente a spasso col cane e con i capelli scompigliati dal vento. Le montagne sullo sfondo, perfettamente fotografate, terse. Poco o nessun rumore. L’aria che soffia piano e benevola dalla vastità assoluta dell’orizzonte. La felicità incontenibile dei cani, consolazione dei loro padroni. Le tute di felpa e i piumini che ci proteggono dal freddo. Sul pelo marrone dell’acqua i giochi di luce piegano le onde come stagnola. Qualcuno deve ancora pranzare e qualcuno è qui per digerire. Ci separano dei lunghi tratti d’aria vuota che trasportano l’uno all’altro il suono di una zip o di un bastoncino spezzato da una scarpa. Mi appare tra i pensieri la parola con cui si conclude il più lungo romanzo di De Lillo: Peace, pace.

Proseguo dritto verso il mare, senza possibilità d’incontrare in senso opposto il me stesso di molti anni fa, ventenne, mentre torna in motorino dalla spiaggia. Non potremo incrociare i nostri quattro occhi e attraversare due volte lo stesso pensiero.

Mareggiata
Poco più avanti, verso la riva, dove il colore della sabbia è più scuro, credo di rivedere un vecchio compagno di classe. Porta un cappellino di lana e fischia a un pastore maremmano. Mi sbaglio. “Scusa, ma…”. No, non è Matteo. Su quella porzione di spiaggia il mare, come un Nettuno ubriaco, ha vomitato una quantità di egagropili. Egagropili sono gli ovuli feltrosi, polpette o patate di mare, di colore marrone, “costituiti da residui fibrosi di posidonia oceanica”, leggo su Wikipedia, “sospinti dalle onde […] frutto dello sfilacciamento dei residui fogliari fibrosi”. E poi il mare ha scaricato sulla sabbia un’infinità di legni e ramoscelli. Ma non più come un ubriaco con le dita infilate in gola. Semmai come una specie di Giuseppe Penone, l’artista. E tra questi legni accatastati di dimensioni diverse, dalla pagliuzza fino a veri e propri tronchi d’albero, spugnosi, ammorbiditi e scavati dalla prolungata immersione nell’acqua di mare, spuntano un piccolo copertone e un altro copertone più grande, possente, e poi lattine, una spolverata di frammenti di polistirolo, plastiche, flaconcini, una ciabatta di gomma, un coperchio tupperware, una spugnetta, una scatoletta di tonno colpita da un raggio di sole, bottiglie di plastica erosa, lacerata, sottile e fragile come carta velina, e bicchieri di plastica per la birra, cartoncini di succhi di frutta, carte e involucri di qualcosa che fu buono da mangiare, un sandalo col tacco dove si posò un piede di donna, ma nessun preservativo usato e nessuna siringa, come si raccontava che a qualcuno sarebbe prima o poi accaduto di trovare. Un giorno mi dissero che perfino Andrea Pazienza, per qualche ragione, venne a Massa per comprarsi dell’eroina, tra le palme in piazza Garibaldi, dove spacciava un quarantenne buffo, un gruista di un metro e novanta, con un naso tagliato come una pinna. E poi lì spacciava un mio coetaneo senza un dito e un biondo con una faccia da americano e un topino di Bari vecchia e una coppia di marito e moglie. Lei era soprannominata col nome del personaggio di una telenovela. E un ragazzino con uno zaino a forma di orsetto. Questi fatti e circostanze li conosco perché avvenivano più o meno nello stesso posto dove mi ritrovavo con qualche amico, uscendo da scuola. La città è piccola. Possibile che Andrea Pazienza sia arrivato fino qui, rovesciato su questa spiaggia toscana come un pezzetto di legno dopo una mareggiata? Così mi è stato detto, un giorno. Del resto Emidio Clementi su questa città ha scritto un verso bellissimo: Massa drogata\San Benedetto in croce.

 

 

Ronchi
Prendo di nuovo la bici. Potrei costeggiare il lungomare e andare a destra, verso Forte dei Marmi e Ronchi. Ronchi è un’amazzonia di ontani, pini marittimi, pioppi, olmi, robinie, dove una cupola di rami protegge la privacy delle seconde case dei milanesi. In realtà ci sono pure le villette di molti fiorentini e di qualche romano. E hotel e pensioni abbandonate. Pompe dell’acqua srotolate come morte anaconda di gomma, tavoli da ping pong in cemento sotto una pellicola di aghi di pino. Poltroncine anni ’50 in vimini. Strade minuscole, labirintiche (via dei Fichi, via Delle Foglie) dove hanno vissuto Piero Calamandrei e Guido Crepax (tra gli altri); dove io stesso, solitariamente, ho pedalato decine di volte, come un Adamo in adorazione di un eden. Non esiste parola nel dizionario italiano che possa tradurre komorebi, espressione giapponese. Komorebi è il raggio solare che filtra attraverso il fogliame. L’esplorazione interna dei Ronchi offre istante dopo istante questa esperienza ottica e mentale nominata nel giapponese. In alcuni punti della macchia gli alberi, apparecchiando una scenografia naturale specifica e di effetto, sono ancora piegati, quasi schiacciati a terra, a causa del tornado che nel 1977 devastò più di 300 ettari di pineta. Il ministro delle poste belga era in vacanza nella zona. Dalla sua stanza, in hotel, partì una telefonata verso Bruxelles: “Nous avons un arbre dans notre chambre”. Danneggiamenti per oltre 4 miliardi di lire. Tetti di case e pensioni scoperchiate; automobili e pezzi di stabilimenti balneari volati per aria; 350 pali telefonici abbattuti; danni alla segnaletica, alle linee elettriche, alla rete fognaria e stradale.

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Acquarello di Marco Tonelli.

La vista dal dehors
Un ristorante sul lungomare – decido poi di svoltare a sinistra, verso le colonie – si chiama come una canzone dei Beach Boys: Kokomo. Poco dopo, lungo il marciapiede, incontro la discoteca Miami e il ristorante Sayonara. L’ambizione di tante piccole località turistiche di mare sembra quella di ricreare la texture di una camicia hawaiana. Nei dintorni ci sono un minigolf dove passeggiano dei conigli bianchi, turrite villette liberty, un monumento al gioco delle biglie in spiaggia. Di colpo sono il tenente Colombo su una spiaggia di Orange County. Cerco un locale e una presa dove poter attaccare il telefono senza più batterie. Trovo un bar pasticceria. Mi siedo. Questo che vedo, oltre la plastica trasparente di un dehors, è il centro di Marina di Massa, ora, nella luce color miele del suo coma invernale. Sulla plastica si è appiccicato un velo di sabbia, che seppia la vista sui giardinetti e su una sala giochi, dove un tempo si spacciava. Qui girano tutti in tuta, come se fossero giocatori di calcetto, nell’anima e per destino. Ho scattato troppe fotografie. Alcune da un pontile sul mare. Il pianeta Terra è incomputabile, incommensurabile. Più provi ad archiviarlo, fotografando, scrivendo, più le batterie si scaricano. È una specie di legge termodinamica. Ma termodinamica non è esatto. C’è qualcosa, comunque, una legge fondamentale che separa il mondo dalla possibilità del suo racconto integrale. Una trovata: farò un elenco di quelle che per me sono le sette meraviglie di Massa. Mi sono assegnato questa missione. Trovare un analogo della piramide di Cheope a Giza. Potrebbe essere la Torre Fiat, edificio cilindrico costruito sul litorale durante il fascismo. La prima meraviglia, quindi, è la Torre Fiat. Ma una meraviglia davvero mia, privata, e, mi rendo conto, dipendente dal mio personale giudizio, è la casa di Luciana, sorella di Pier Paolo Parolini (con la r). Ci sono stato per la prima e unica volta un paio di estati fa.

 

 

Pier Paolo Parolini
Pier Paolo, imperfetto omonimo dello scrittore Pasolini, è stato un pittore e un illustratore, come potremmo leggere su Wikipedia, se avesse una voce dedicata. È morto all’inizio degli anni ’90. Del suo nome non c’è quasi traccia su internet. Google: “Forse cercavi: Pier Paolo Pasolini”. Non si può essere quasi omonimi di Pasolini senza che la circostanza non sia per forza magica e propizia. Lungo le pareti della casa avevo visto, incorniciati e teneramente indicati dalle mani di Luciana, diversi disegni a china di Pier Paolo: un bellissimo ritratto di Jim Morrison, dal volto particolarmente fiero e vivido, ed elfi, bambulè, che poi avevo ritrovato disegnati sulle tavole contenute in una cartellina. La cosiddetta cultura underground in città è nata e quasi morta con lui. Anche perché Massa è una città che non si è mai interessata alla cultura e ciò rende Parolini ancora più interessante, speciale, e profetico, come il suo quasi omonimo. Su un muro della sala, sopra il televisore, avevo visto appesa la riproduzione di un quadro. Un autoritratto realizzato nei primi anni ’70, in carcere. Non ho chiesto a Luciana perché Pier Paolo si trovasse in galera. Accanto a Pier Paolo c’è un uomo. Luciana, nella sua casetta nel centro storico, in uno dei luoghi più calmi e placidi della città, mi aveva raccontato che questo uomo, accusato dell’omicidio della moglie, durante la detenzione non aveva mai aperto bocca, si era chiuso in sé stesso. Pier Paolo Parolini, però, era riuscito a diventargli amico, a farlo parlare. Lo aveva convinto a lasciarsi immortalare e, da artista comunista anarchico quale credo che fosse, era riuscito a convincerlo, addirittura, a dipingere insieme a lui, a quattro mani. Insomma, fraternamente, avevano condiviso, avevano disegnato questo doppio ritratto, brutalmente e stupendamente onirico, in cui Parolini e l’uxoricida si mostravano a torso nudo, descritti da decine di dettagli fantastici, metafisici, esoterici: una colonna di formiche sul braccio e una bambolina tra i palmi di Parolini, per esempio; e la mano di Fatima al collo dell’amico carcerato e un orologio insanguinato al posto della fibbia.

5 QUADRO PAROLINI

Autoritratto di Pier Paolo Parolini. Per gentile concessione di Luciana Parolini.

Le colonie
Adesso sono di nuovo in bici e il lungomare è diventato una strada polverosa, quasi sabbiosa, stretta tra le scogliere artificiali e le vecchie colonie. Sono appena le due del pomeriggio. La luce si è fatta ancora più crema e sahariana. Vedo mano a mano avvicinarsi la Torre Fiat, mentre sul lato destro, oltre l’armatura in ferro di una recinzione in cemento sfondata, mi appaiono una decina di pini violentemente inclinati, ancora schiacciati, traumatizzati dal soffio di una tromba d’aria di quasi quarant’anni fa. Alla mia sinistra il sole si riflette pallido sulla scogliera dell’amore, una striscia di massi di granito incisi a scalpello con frasi d’amore (“Sei come il vento che spegne le candele ma ravviva il fuoco”). Lo scorso anno, di fronte a questi scogli e detriti dove s’immerge il corpo della città, vidi una Punto parcheggiata: una coppia stava scopando al chiaro di luna. Avevano sistemato dei fogli di giornale sui finestrini, proprio come si dice nella fantasia popolare. La carrozzeria dondolava e cigolava con dolcezza nella trasparenza dei raggi lunari. A ridosso degli scogli, nella stessa spianata, c’è un’altra svastica, sopra un baracchino semiabusivo dove un gruppo di anziani l’estate gioca a briscola e ramino. Credo che Roberto Zanetti, in arte Savage, massese, compositore italo disco di grande successo negli anni 80, abbia girato in questa zona alcune scene di un suo videoclip. Su questa fascia di litorale, per un paio di chilometri, restano i ruderi delle colonie Motta, Fiat e Olivetti, cadenti architetture d’ispirazione razionalista, magnifiche nel loro aspetto di rovine immerse nella pineta. Terza meraviglia, quindi. Ci passavano le vacanze i figli dei dipendenti, in arrivo da tante parti d’Italia. Risveglio, colazione, mare, pranzo, riposo; e dopo il riposo: mare o piscina, attività ricreative e giochi, cena, attività ricreative e giochi, buonanotte. Gli educatori della colonia Olivetti, che si facevano chiamare monitori, si erano formati col metodo didattico di Cemea, scuola educativa francese che si era differenziata dalla pedagogia autoritaria adottata nelle colonie al tempo del fascismo.

colonie massa

Immagini tratte dal volume “Le colonie marine Olivetti”, Gianotti Montalto Dora Editore, a cura di Benito Curzio.

Savage
Nel video di Radio Savage si aggira senza pace tra queste macerie. Come uno spettro o un romantico inglese. Porta un cappello a tesa larga, che di colpo mi ricorda quello indossato da Goethe nel celebre Goethe nella campagna romana. Lo scrittore tedesco posa in primo piano e sullo sfondo vediamo appannare l’oggetto del suo amore, del suo interesse scientifico-letterario e della sua nostalgia: le rovine. E così, a me adesso sembra di rivedere Goethe in Savage e, nelle colonie ammuffite, la bucolica Appia antica con le sue vestigia. Perciò questo video di Savage è per me la quarta meraviglia.

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Wilhelm Tischbein, Goethe nella campagna romana, 1787. Francoforte, Städelsches Kunstinstitut.

Aristocrazia
Il viaggio prosegue. O meglio: volge alla fine. E infatti mi lascio alle spalle i brandelli schiumosi di un mare color terra. L’ago magnetico pende da un’altra parte, e torno verso l’interno, verso la città, percorrendo metri d’asfalto dove la campagna vive in agrodolce promiscuità con tanti piccoli parcheggi condominiali, bar ricevitorie, case sfitte, pizzerie, cabine telefoniche manomesse, villette bifamiliari che hanno il colore di un cocktail estivo. Questo reticolo di stradine silenziose, costeggiate da un fosso, mi guidano verso un viale più ampio. Qual è la quinta meraviglia di Massa? La villa Massoni, che si trova dall’altra parte della città, sopra un colle appena fuori dal centro storico. Ettari di parco invasi dai rovi, guardati dalla facciata di una stupenda villa rossastra, costruita nel ‘600 e più volte modificata: oggi cade a pezzi, senza cessare ogni mattino di apparire come un sogno in mezzo alla vegetazione. Avevo letto, l’estate passata, la notizia della disposizione del sequestro da parte del nucleo tutela ambientale dei Carabinieri di Firenze. La villa appartiene a due fratelli, discendenti del marchese Massoni, e da sempre è avvolta da un certo mistero. Nel corso delle prime ispezioni la villa era stata trovata in condizioni di estremo degrado, tanto che era stato richiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco. Colonne, busti, statue spaccate. Infissi e persiane distrutte.

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Foto credits/ Antenna 3.

In ospedale
In mezzo a una cartellina, parte di un fondo privato donato alla biblioteca, ho scoperto una pubblicazione – finanziata da un ente di cui non avevo mai sentito il nome – con delle vecchissime foto dell’ospedale in cui sono nato. Una foto dell’ingresso del pronto soccorso, una foto della sala dialisi, una foto a colori della sala mensa, una del microscopio a fluorescenza del laboratorio di analisi di cardiochirurgia; e poi la foto di un reparto, la camera silente dell’ambulatorio audiometrico di otorinolaringoiatria, dove per un istante mi sembra di riconoscere in un infermiere fotografato il volto di mio padre.

15 FOTO CAMERA SILENTE

Dall’archivio della Biblioteca comunale di Massa.

Per un lungo periodo lavorò come tecnico anestesista proprio in quell’ospedale, che raggiungeva in bicicletta. Ricordo che spesso a pranzo pronunciava quei vocaboli, composti e bislunghi, strozzati, affascinanti, ostici, che stavano per i diversi reparti dell’ospedale. Pneumologia; ostetricia. E ora, invece, con la mia bicicletta vado a sbattere di fronte al nuovo ospedale, inaugurato da soltanto un paio di mesi. Entro e mi faccio un giro. Salgo e scendo diverse rampe di scale. Faccio un po’ su e giù con l’ascensore. Primo, secondo, terzo piano. Passeggio per i reparti, i corridoi, fino a quando un’ausiliaria in camice azzurro non mi ferma. Le dico che sto soltanto curiosando e lei risponde “ho capito, stai facendo un po’ di turismo. Vai, vai..”. Grazie, Ragazza di profilo. A Milano sarebbe andata diversamente, fin dall’inizio. Un uomo o una donna mi avrebbero fissato con uno di quegli sguardi formali che forse già insegnano all’asilo. Mi fermo di fronte a un busto in marmo e scopro che è il ritratto dell’ex primario di cardiochirurgia Giovanni Sarteschi, un nome che non risentivo da secoli, dall’infanzia. Da tutta la mia vita. Era spesso sulla bocca di mio padre, quando parlava con mia madre, in quei dieci, venti minuti a pranzo, in cui il mio cervello sovrascriveva, scriveva, riscriveva l’appunto che ancora oggi non so come conserva e riapre per me le porte del tempo. Altre corsie, altri reparti. Una donna è spinta in carrozzina dal figlio. Entrano in ascensore e scompaiono. La tinta verde e fluida della pavimentazione. Il calore dei riscaldamenti. Neon, neon, ancora neon. Da qualche parte in questo nuovo ospedale, penso, potrebbe nascere il frutto di quella scopata dentro la Punto al chiaro di luna. E decido quindi che questa eventualità sia la sesta meraviglia. Ancora un secondo giro a piedi della struttura. Corsia dopo corsia dopo corsia. Dall’ultimo piano oltre un vetro vedo tutto l’arco delle Apuane al tramonto. La settima meraviglia potrebbe essere un ciuffetto infreddolito di Melandrium lanuginosa. È una pianta che cresce solo qui. Solo su queste montagne. Da nessun’altra parte sulla Terra. Scendo, esco e faccio tutto intero il giro dell’edificio. Voglio dare un’occhiata al pronto soccorso. In questo nuovo ospedale sta proprio di fronte all’obitorio. All’obitorio si è radunato un gruppetto di persone. C’è una donna che piange e un uomo che la sostiene, passandole un braccio intorno alle spalle. Entro in sala d’aspetto, che trabocca di gente seduta. Mi metto a spiare il momento della debolezza nel cuore dei miei ex concittadini. Trovo una spina sotto il telefono a monete. Metto in carica l’iPhone e scrivo queste ultime righe.