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Le cronache di Nanni

Intervista a Nanni Balestrini, autore, artista, poeta, leggenda vivente dell’editoria italiana, che di città ne ha conosciute tante, anche contro la sua volontà.

 

Nanni Balestrini ha avuto una vita che per una volta non è fuori luogo definire “avventurosa”: dalla Milano delle neoavanguardie al Gruppo 63, dalla Roma degli anni 60 ai movimenti politici dei 70, dall’esilio in Francia ai libri sugli ultras del Milan, la sua vicenda attraversa non solo alcune delle tappe politico-culturali più importanti degli ultimi cinquant’anni, ma anche parecchi luoghi.

Stella Succi: Sei nato a Milano, ma all’inizio degli anni 60 ti sei trasferito a Roma…
Nanni Balestrini: Ho vissuto a Milano fino ai 25 anni, e devo dire che sono stato molto fortunato: Milano negli anni 50 era la capitale culturale d’Italia. Era la città dove non solo era concentrato tutto il mondo dell’editoria, ma anche le principali gallerie, che allora erano molto importanti anche a livello europeo: erano un riferimento rispetto ai percorsi e alle tendenze dell’arte contemporanea. Ma era anche la capitale del teatro, della musica. Praticamente, al di fuori del cinema, tutta la cultura faceva capo a Milano. E poi, negli anni 50 comincia il processo che culminerà nel miracolo economico, con la migrazione di milioni di persone dal Sud al Nord, e la trasformazione del paese da agricolo a industriale.

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Quindi hai fatto parte di una generazione particolare.
Ho avuto anche la fortuna di aver avuto Luciano Anceschi come professore di filosofia al liceo, che era il maggior critico di poesia in Italia. Ho stabilito subito un contatto con lui, perché già da adolescente cercavo di scrivere poesie. Quando nel ‘56 ha dato vita a Il Verri, sono stato il suo assistente, il suo ragazzo di bottega, correggevo le bozze. Così ho conosciuto già da molto giovane, attraverso lui e la rivista, tutti gli scrittori e gli intellettuali che vi collaboravano. Oltretutto gli scrittori, gli artisti, i musicisti, costituivano una vera comunità. Enrico Castellani e Agostino Bonalumi erano miei coetanei, Piero Manzoni era in un’altra sezione del mio liceo: lui mi faceva vedere le sue opere, io gli facevo leggere le mie poesie. C’erano anche i musicisti, con cui ho collaborato: Luciano Berio, Luigi Nono. Pensa al Gruppo 63.

Perché ti sei trasferito a Roma?
Per una questione pratica. All’inizio degli anni 60 lavoravo alla Feltrinelli, e nel ‘62-’63 mi sono trasferito a Roma per dirigere la sede romana della casa editrice.

Anche quella è stata una fortuna: arrivare a Roma in quegli anni.
Sì, era una fortuna perché negli anni 60 il centro culturale italiano – mi dispiace dirlo qui a Milano –si è spostato a Roma.

Dai, da milanese puoi dirlo, sono i romani che non lo possono dire [ride].
A Roma c’erano la televisione e il cinema, che a un certo punto sono diventati centrali, nasce la cultura di massa. Non dico che Milano abbia perso la sua centralità, ma piano piano Roma l’ha eguagliata e a un certo punto, in alcuni campi, sorpassata. Roma era un miracolo. Come sono stati meravigliosi in un altro senso gli anni 70, che invece di essere chiamati “anni di piombo” dovrebbero essere chiamati “anni della gioia”, ma era già una generazione più giovane della mia.

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Dov’eri nel 1979 quando sono scattati gli arresti del Processo 7 aprile contro l’autonomia operaia?
Ero a Milano, per questo non sono stato arrestato. Io risiedevo a Roma, ma ero a Milano per lavoro.

Stavi fondando Alfabeta.
Esattamente, però la mia abitazione era a Roma, sono andati a cercarmi lì, non mi hanno trovato, io l’ho saputo e sono riuscito a scappare.

Raccontami della fuga.
La fuga è stata curiosa, perché ho saputo indirettamente del mandato di cattura. Dai giornali si era capito che mancavano tre persone all’appello. Si sapeva che uno era Franco Piperno, che infatti aveva fatto perdere le sue tracce. L’altro era Giambattista Marongiu, che in quel momento era sul traghetto per la Sardegna. Ci chiedevamo tutti chi fosse il terzo.

Incredibile.
Ricordo benissimo quel momento: ho attraversato piazza Cadorna per comprare il Corriere d’Informazione, che usciva in edizione pomeridiana. Un grande titolo in prima pagina diceva “Il terzo ricercato è Balestrini”. E allora mi sono un po’ preoccupato [ride], non sono più andato nella casa dove stavo ma da un amico molto defilato, che non destava sospetti. Sono stato lì un paio di giorni. Mia sorella aveva un fidanzato che era un campione di sci, e che stava facendo il servizio militare come maestro di sci a Courmayeur: così l’ho raggiunto, e una mattina all’alba abbiamo preso la funivia che sale sul Monte Bianco. In cima c’era un carabiniere assonnato che a malapena ci ha guardati. Siamo scesi sciando dall’altra parte, verso Chamonix, in Francia. Ci sono rimasto cinque anni.

E lì dove abitavi?
Prima a Parigi, un anno o due, ma era un po’ pericoloso perché con il governo di Giscard D’Estaing i fuoriusciti rischiavano la cattura. Così un mio amico che stava in Provenza mi ha trovato una casa in campagna, vicino a Aix-en-Provence, e lì sono rimasto tre anni.

Un grande titolo in prima pagina diceva ‘Il terzo ricercato è Balestrini’. E allora mi sono un po’ preoccupato.

Vivevi in clandestinità o solo sotto un’altra identità?
Negli anni di Giscard vivevo praticamente in clandestinità, poi nell’81 è stato eletto Mitterrand e ha impedito che gli italiani venissero estradati. Non era ufficialmente un asilo, però non ci sono state estradizioni, mentre prima ce n’erano state due o tre. Piperno stesso è stato beccato in un bar.

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Le persone che frequentavi non sapevano niente?
In Francia? Lo sapevano tutti. Ma tutti – almeno, quelli che conoscevo io – erano solidali con noi. Non so se ti ricordi, non eri ancora nata, ma Guattari era venuto in Italia a sostenere Bifo. C’era una grande solidarietà.

Mentre eri in Francia viaggiavi? Provavi ad andare all’estero con documenti falsi?
No, mi muovevo solo in Francia. Ma comunque lì sono stato felice, in Provenza, era stupendo: avevo intorno a me tutti i paesaggi di Cézanne, vedevo Sainte-Victoire dalla finestra. Spesso ho avuto una vita fortunata, forse non dovrei dirlo per scaramanzia [ride].

E poi?
Poi, dopo cinque anni c’è stato il processo. Il pubblico ministero aveva chiesto per me dieci anni, con il capo d’accusa di essere sull’agenda del telefono di Toni Negri e di collaborare alla rivista Rosso. Ero già pronto a chiedere la cittadinanza francese, ma alla fine mi hanno assolto, e sono tornato in Italia, la prima volta a Milano, nel 1985.

Spesso ho avuto una vita fortunata. Forse non dovrei dirlo per scaramanzia.

Hai mantenuto dei contatti con l’Italia in quel periodo?
Certo, avevo contatti continui con l’Italia, stavamo facendo Alfabeta. Una volta è venuto a trovarmi tutto un gruppo, Di Maggio, Eco, Leonetti e altri ancora, ci siamo trovati a Nizza.

In generale, qual è il tuo rapporto letterario con le città? Quando devi scrivere di una città cosa fai? Vai a fare ricerca in loco?
No, non ci ho nemmeno mai pensato, di andare a fare ricerca. La città è solo sullo sfondo.

Però mi chiedo, ad esempio: ne I furiosi, in cui a fare da protagonista è la tifoseria milanista, come si fa a prescindere dalla città di Milano?
Anche la tifoseria era slegata dalla città. E anche della loro squadra di calcio, non gliene importava niente. Gli importava di stare insieme e di fare cose insieme. I miei libri precedenti, come Vogliamo tutto o Gli invisibili, partivano da un personaggio collettivo, che era un personaggio politico. In questo senso, non mi interessava fare sopralluoghi nelle città, mi piaceva che le persone mi raccontassero i fatti. I movimenti degli anni 70, poi, sono stati orribilmente repressi: è stato il genocidio di una generazione. I ragazzi del ‘68 erano già più adulti, ma quelli del ‘77 erano molto giovani, e la violenza della repressione ha portato a un’ondata di cinismo, di suicidi, di morti per eroina. Non trovavo più un personaggio collettivo. Poi un giorno ero seduto al Conchetta, il centro sociale milanese, e per caso ho sentito dei ragazzi delle Brigate Rossonere che raccontavano delle loro trasferte, e le raccontavano come se stessero raccontando delle imprese eroiche, imprese di guerra, da caccia grossa, con un impeto di esaltazione. E allora li ho conosciuti, ho fatto amicizia, e ho pensato: ci devo scrivere un libro. Sono stato affascinato dal loro linguaggio.

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Quindi il calcio non c’entrava molto.
Io sono completamente estraneo al gioco del calcio, ma ho capito (e anche loro a un certo punto me l’hanno detto) che stavano tentando di ricreare l’energia del movimento degli anni 70, ma su una cosa che loro stessi hanno definito insensata; o meglio, un pretesto per stare insieme. Quando è uscito il libro sono stato molto attaccato: sostenevano che lo sport è una cosa bella e io l’avrei infangato con questi personaggi orribili. Ma non erano in alcun modo orribili, io ero innamorato di loro [ride]. Sono andato anche a una partita di calcio con loro.

Tu sei stato il primo poeta a comporre una poesia con il computer (Tape Mark I, 1961. Algoritmo nell’immagine in basso), rapini materiali da altri contesti, sia nella scrittura sia nelle tue opere visuali. Usi mai carta e penna? Prendi appunti? Com’è il tuo processo di scrittura?
Il processo combinatorio, come quello di Tape Mark I, è uno dei procedimenti più usati in poesia: combini versi, strofe, rime, è tutto un combinare. Una macchina (ai tempi veniva chiamato calcolatore elettronico) combina molto bene e molto velocemente, e l’ho usata fornendo dei materiali, dei versi. Non è una cosa che faccio io, tutti gli scrittori combinano cose già scritte. O comunque, parole.

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Quindi usi materiali diversi, anche se simili.
A volte il materiale che uso è materiale orale, che poi trascrivo, a mano o al computer. Cerco di dare un senso di oralità, ma ci lavoro. Così, ad esempio, ho scritto I furiosi. Ne La violenza illustrata invece ho usato articoli di giornale, cercando di svelare i meccanismi tendenziosi nella comunicazione.

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Raccontato così sembra un processo piuttosto meccanico, ma mi sembra più chiaro prendendo in considerazione Tristano.
Penso che esistano varie interpretazioni di un’opera d’arte, e vista questa tendenza della modernità a utilizzare le varianti, ad esempio, nelle diverse esecuzioni di un concerto, ho voluto riprodurre lo stesso meccanismo in letteratura, con un libro che avesse ogni copia diversa dall’altra. Quando è uscito Tristano, nel 1966, non si poteva stamparlo se non con la stampa tipografica, quindi con ogni copia uguale all’altra. Nel 2007, con la stampa digitale, ho stampato un’edizione di 2000 copie, una diversa dall’altra. Un po’ diversa dall’altra. D’altronde, tutti gli alberi sono fatti di foglie, ma le foglie non sono tutte identiche. Gli esseri umani, hanno tutti una testa, due occhi, un naso, ma sono diversi. Perché mai questi libri stampati devono essere tutti assolutamente, orribilmente, identici gli uni agli altri? E così tutta la produzione industriale. Perché tutte queste sedie sono uguali? È orribile. Quindi, con il Tristano, ho creato dei libri tutti diversi. Dei biolibri.

Non sento nostalgia per nessuna delle città in cui ho vissuto, né per Milano né per Roma, né per Parigi, né per Berlino. Potrei vivere ovunque.

Che rapporto hai mantenuto con le città in cui hai vissuto?
Io sono completamento alieno all’idea del genius loci, questa idea che uno porti in sé la città dov’è nato, cresciuto… Io a Milano sono stato fino ai 25 anni, mi sono trasferito a Roma che ne avevo 26, ma da allora vengo a Milano praticamente ogni mese. In questi sessant’anni è stato un continuo avanti e indietro tra Roma e Milano, che per me sono contigue, è come cambiare quartiere. Non sento nostalgia per nessuna delle città in cui ho vissuto, né per Milano né per Roma, né per Parigi, né per Berlino. Potrei vivere ovunque.

Lo pensi davvero?
Ogni città è interessante, meravigliosa. Se pensi bene a cos’è una città, è una posto in mezzo alla natura, al niente, in cui gli uomini si sono messi insieme a costruire prima delle capanne, poi delle case, poi dei monumenti, poi dei grattacieli, poi delle metropolitane… È un lavoro pazzesco. La città è una cosa straordinaria, la cosa più bella che esista, anche una città piccola, anche una cittadina, anche un paese.

 

Immagini per gentile concessione di Nanni Balestrini.