Immagine per gentile concessione di Alessandro Baronciani.
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La versione di Baronciani

La calligrafia, la provincia adriatica, il fumetto: quattro chiacchiere con Alessandro Baronciani.

 

Alessandro Baronciani ha appena concluso il suo primo esperimento finanziato con un metodo Prima o Mai: un fumetto che si chiama Come svanire completamente e sarà composto da più storie assemblate in ordine sparso all’interno di una scatola/libro. L’anno scorso ha realizzato con Colapesce La Distanza e quest’anno hanno fatto un tour insieme per l’Italia con il Concerto Disegnato. Ha iniziato a pubblicare cose con il suo nuovo gruppo, un duo di estrazione dark e shoegaze che si chiama Tante Anna. Dovessi dire cosa accomuna le tre cose, sembra che stia passando una fase di amore intenso per la calligrafia, e questa è la prima cosa che gli chiedo. Dopodiché è lui a parlare a ruota libera.

La calligrafia
Mi è sempre piaciuta, così come i font tipografici. La calligrafia ha preso veramente piede con I Quit Girls. La copertina aveva un titolo calligrafico molto elaborato che formava un profilo di ragazza. Paper Resistance, che pubblicò il libro, non era sicuro che avessi disegnato bene la lettera Q. Così mi ha fatto incontrare da Modo a Bologna Barbara Calzolari, che me l’ha corretta e di cui mi sono innamorato e così ho comprato il suo libro. Si intitola Corso di calligrafia, che sembra un titolo banale ma è ottimo. Soprattutto perché ti costringe a riprendere in mano la penna e a fare esercizi che si dimenticano tipo un intera pagina di linee così ////, e poi così \\\\. Ma anche ondine così ~~~~~ e intrecci in questo modo &&&&&. Nei suoi corsi poi lei ti guarda il quaderno e ti corregge e ti fa vedere tutte le volte in cui sbagli. Alla fine del quaderno hai una mano molto più sciolta e un esaurimento nervoso quasi lieve.

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Immagine tratta da “Come svanire completamente”.

Per i font tipografici avevo una vera e propria mania nata forse alle superiori quando ci facevano fare due ore alla settimana di caratteri. Quando lavoravo in agenzia pubblicitaria mi sono stampato tutta la cartella font del computer e mi sono fatto un libro con gli anelli da portare in bagno la sera per memorizzare i nomi e le famiglie dei font. Ho disegnato e modificato a Fontographer dei caratteri per scrivere i testi nei dischi degli Altro e ho creato quasi subito un font adatto alle mie prime storie a fumetti. Ho sempre pensato fosse un estremismo simpatico del do it yourself: mi faccio i font da solo!

Il suono a fumetti
Quando ancora andavo a scuola avevo questa idea che i fumetti non potevano avere dei suoni, e che nei miei fumetti non volevo disegnare le onomatopee perché in realtà non riproducevano nessun suono nella testa. Anche perché le onomatopee erano in inglese e mi sembrava che spesso si usavano per convenzione. Bonvi ad esempio l’aveva capito subito. Era eccezionale. Nei suoi fumetti le pistole non facevano bang! bang!, ma sparo! sparo! e le vignette così diventavano ancora più divertenti. Essendo i fumetti muti nessuno “ascolta”, e per questo decisi per un periodo di non disegnare le orecchie ai miei personaggi, per poi sostituirle con quelle bianche. L’unico font, l’unico testo che accettavo era quello dentro i baloon quando i personaggi parlavano.

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Immagine tratta da “Come svanire completamente”.

Ho iniziato a pensare al “suono” quando hanno cominciato a stampare i manga con le onomatopee nella tavola originali. Ti capitava di osservare intere scene di pioggia con questi ideogrammi eleganti e sconosciuti in mezzo alla pagina, disegnati come fossero dei personaggi veri e propri. A quel punto non riproducevano neanche una idea di suono; erano oggetti estetici ed enigmatici. Così ho ripensato alle didascalie – quelle inutili tipo nel frattempo o poco dopo –, e ho cercato un modo per inserirle nei miei fumetti con una bella calligrafia. Nella Distanza, spesso le ho usate come intervallo tra una scena e l’altra come se fossero enormi inquadrature facendole diventare importanti come i protagonisti. Mi ricordavano i titoli tipo Fine Primo Tempo in corsivo dei film italiani in bianco e nero, quelli del boom. Nel fumetto hanno la funzione di ricordare quei classici. Di dare quel tipo di atmosfera spensierata del dopoguerra, positiva, dei film d’amore. Mentre il colore e la storia ti riportano un po’ di più ai giorni nostri, ai cellulari, alla sfiga di avere la ragazza che vive in un’altra nazione, al pessimismo, allo psicologo e al lavoro al call center.

Diabolik & Antonioni
Ho copiato tantissime cose da Diabolik: il nero e bianco, la scansione della pagina, la struttura, il formato “pocket”. Ho sempre pensato fosse uno specifico tutto italiano. Anche più del formato Bonelli a tre righe e due colonne. Ha una foliazione perfetta, lo puoi mettere in tasca, assomiglia a un manga! Io ho mischiato un po’ le cose prendendo lo schema e il formato cercando di incastrarci dentro le mie storie d’amore di provincia. Provando a raccontare non più una avventura alla Diabolik ma delle atmosfere, ambientazioni, lunghi silenzi e storie tra adolescenti cresciuti sull’Adriatico dove si vedono le albe ma non ci sono i tramonti. Ho provato a incastrarci dentro anche Antonioni di cui sono un vero appassionato. I suoi film, le atmosfere, le inquadrature lunghe e i silenzi, forse sono più attuali oggi che nel passato. Hanno un ritmo così strano e così perfetto oggi. Forse sono più semplici per un ragazzo di 25 anni oggi che per uno di 40 anni fa.

Come svanire completamente
È una serie di racconti a fumetti che saranno raccolti all’interno di un libro-scatola. Le storie non iniziano e finiscono in un altro racconto. Non è un puzzle. Sono dei momenti di una unica storia. Ma ripresi in momenti diversi. Dovrai cominciare a leggere e completare a mente. Un po’ come se il tuo professore della tesi di lettere ti avesse incastrato con una scatola piena di corrispondenza e ti chiedesse di leggerle e risalire alla vita dello scrittore.

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Immagine tratta da “Come svanire completamente”.

In un certo senso Come Svanire Completamente ha una continuità molto forte con Una storia a fumetti. Mi piace pensare di aver fatto un cerchio. La differenza principale è che Una storia a fumetti non è un libro vero e proprio, o almeno non è nato con quella idea. È la raccolta di un periodo di autoproduzioni e prove, non solo sulla storia o sui disegni, ma anche sulle persone disposte a leggerle: i lettori. L’idea di spedire i fumetti tramite posta e solo tramite abbonamento fino alla scoperta che le lettere dei miei lettori potevano diventare delle storie a fumetti.

Come Svanire Completamente è un libro con un esperimento e una storia vera e propria. Il metodo con cui è nato sembra lo stesso: autoproduzione. E anche la ricerca dei lettori è simile attraverso la raccolta fondi, cercando un rapporto 1 a 1. Ovviamente oggi ho un po’ di più esperienza rispetto agli inizi. Non tanta per quanto riguarda la costruzione di una scatola, i preventivi, la contrattazione in generale, gli uffici stampa e il fatto che da qualche parte dovrei anche guadagnarci, ma abbastanza quando si parla di “sedicesimo”, “richiesta di preventivo su carta intestata” e anche “stampa in quadricromia”. Partire avvantaggiati è come dormire un’ora in più prima di andare a scuola e arrivare comunque al suono della campanella. Si fatica lo stesso ma sono più riposato.

Il metodo di lavoro
Non ho un metodo standard di lavoro. Mi piacerebbe averlo. Diciamo che so come si fa, ma come ci arrivo è sempre in maniera diversa. Una storia a fumetti erano appunto storie nate in momenti diversi: Poteva passare anche un anno tra un episodio e l’altro. In quel periodo lavoravo in agenzia pubblicitaria. Spesso mi capitava di fare le matite mentre ero in treno. Partivo da qualcosa che avevo scritto e quando avevo abbastanza pagine, nel tempo libero, iniziavo a inchiostrare. Inchiostrare sopra la matita mi dava il nervoso. Le tavole mi sembravano sempre sporche, e non riuscivo mai ad aspettare che la china si asciugasse, quindi spesso c’erano baffi neri in giro per la tavola ogni volta che provavo a cancellare la matita.

Quindi sono tornato al ripasso al banco luminoso, come facevo a scuola nelle ore di animazione. Se sbagliavo ero tranquillo, avevo sempre la tavola a matita che potevo riprendere o modificare se il disegno finito non funzionava. Di base faccio sempre uno storyboard, come si usa nei cartoni animati. Si adatta molto bene al formato a due inquadrature pocket, quello alla Diabolik. Non mi è mai piaciuta la “tavola” con le inquadrature lunghe, alte e strette o le peggiori tipo quelle una dentro l’altra… Per me la panoramica non può essere un’inquadratura lunga. Una panoramica deve “uscire” dalla tavola. Per questo mi sono sempre piaciute le pagine con l’antina. Così nascondevo al lettore la fine della carrellata, come una vera e propria inquadratura cinematografica.

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Immagine tratta da “La distanza”.

Quando tutto diventò blu è nato scrivendo e disegnando direttamente sullo storyboard mettendo i dialoghi e le didascalie su dei fogli fotocopiati a doppia pagina. Le ragazze nello studio di Munari invece l’ho scritto prima e disegnato poi. Insieme all’editore e al tipografo ho calcolato quanti sedicesimi avrei dovuto disegnare prima di infilare un “effetto speciale” tipo una pagina trasparente, un foglio a colori o un biglietto che si apre su una mano con una lettera d’addio.

La Distanza è stato scritto insieme a Colapesce partendo da un soggetto, senza sapere cosa saremmo riusciti a fare. Ero in Sicilia per un lavoro, a Natale – effettivamente fa proprio figo scrivere “viaggio di lavoro in Sicilia a Natale” – e in quell’occasione ci siamo incontrati dopo che a novembre avevamo girato l’isola insieme nelle ultime tre date del suo tour nei teatri occupati siciliani con quello che poi sarebbe diventato il “concerto disegnato”. Ci siamo visti a casa sua e abbiamo provato a scrivere qualcosa, ma in realtà abbiamo passato più tempo a guardare videoclip e film di Antonioni su YouTube e a pensare dove avremmo cenato la sera. Volevamo fare qualcosa ma ci vuole un po’ di tempo per farlo. È vero che spesso ci si dice – e in questi ambienti succede spesso – “facciamo qualcosa insieme!”. Ma poi il tempo per farlo non c’è mai. Anche quando c’è una idea molto forte dietro. Bisogna diventare amici, e non c’è un metodo standard di lavoro con cui si diventa amici. Noi lo siamo diventati perdendo molto tempo insieme.

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Immagine tratta da “La distanza”.

Di base, una volta inchiostrata la tavola, la importo al computer dove la ritocco, la risquadro – non mi piace passare i giorni a “squadrare il foglio” manualmente –, la coloro e aggiungo i baloon e il testo. La tavola non ha suono e quindi mi piace senza testo. E dato che fare fumetti è un lavoro noioso, non ho mai realizzato niente da solo. Anche perché è bello parlare con qualcuno quando si lavora sui disegni. Niente radio – come si può pensare di essere felici con uno che decide al posto tuo cosa devi ascoltare? – ma tantissima musica. La musica è onnipresente. I dischi vengono ascoltati spesso, a tutto volume e dall’inizio alla fine. Ogni tanto succede che vado in fissa con un disco e allora lavorare può diventare pesante. Adesso ho Laughing Stock dei Talk Talk, saldato dentro al lettore cd da quando ho iniziato a lavorare a Come Svanire Completamente. A Viola, che sta lavorando con me al libro, è andata bene. A Gianluca e Elisa, che mi hanno dato una mano con La distanza e si sono beccati Music for 18 Musicians intervallato da Infestissumam dei Ghost B.C., un po’ di meno.

Le collaborazioni
Succede spesso in ambito musicale che si dica: dai facciamo un disco insieme! Dai, magari uno split! Oppure: Ci vediamo e andiamo a suonare insieme! Mettiamo su una band che fa canzoni solo da un minuto! Anche tra disegnatori quando si creano amicizie la voglia di collaborare è sempre alta. Per non parlare di quelli che ti chiedono di fare una fanzine, che oggi si sono trasformati in quelli che ti chiedono di fare una webzine. Andando avanti così fino ai progetti più ambiziosi, in questo ordine di difficoltà: facciamo un videoclip, realizziamo un film-documentario su una scena, non importa quale, facciamo un cartone animato da presentare a qualche festival. Una volta a Lucca, dopo aver passato una giornata intera in fiera a disegnare, io e LRNZ abbiamo passato tutta la notte a immaginare un gioco di carte con ragazze disegnate da entrambi che si attivavano davanti al cellulare. Non so neanche cosa volesse dire ma LRNZ sapeva cosa stava dicendo. Avevamo già deciso tutto, anche quando ci saremmo rivisti per organizzarci con le consegne dei disegni e la grafica. Poi lui si è messo a fare un documentario/cartone animato, che nella scala dei progetti ambiziosi va oltre la mia immaginazione nella soglia della difficoltà.

 

Immagini per gentile concessione di Alessandro Baronciani.