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La Normale non è normale

Viaggio a Pisa in una delle scuole più prestigiose d'Italia. Dove mangi accanto alle stanze in cui il Conte Ugolino divorava i suoi figli, e i tuoi vicini di stanza costruiscono razzi alti due metri.

 

La Normale è un posto strano. La Normale di Pisa, dico. Nel senso: un posto dove il tuo vicino di camera costruisce un razzo, come lo chiamereste? Veramente, dico sul serio. Un razzo. In camera. Poi ve lo racconto meglio, promesso. Intanto, diciamo che la Normale è quel tipo di posto in cui non c’è stranezza che assomigli a un’altra stranezza.

Io alla Scuola Normale Superiore di Pisa ci ho studiato per cinque anni. Ci ho studiato e vissuto, ma anche di questo vi dico meglio poi. Filosofia dal 2005 al 2010, alla Normale e anche all’università. Perché “studiare alla Normale” significa:

a) frequentare i corsi universitari;
b) tenersi in pari con il piano di studi dell’università statale;
c) mantenere la media del 27;
d) seguire dei seminari interni alla Scuola;
e) discutere una piccola tesi ogni anno, che si chiama “colloquio di passaggio d’anno”.

Il colloquio di passaggio d’anno è quello che rende tutti i normalisti nervosi e intrattabili nel periodo che in genere va tra la fine della sessione invernale degli esami e le vacanze di Pasqua. Perché alla Normale, trattandosi di un posto piuttosto competitivo (oltre che strano), le prove interne si prendono sul serio. La Normale poi, è un posto in cui il fresco studente universitario, non pago di seguire tutti questi corsi e seminari mentre si specializza in questa o quell’altra delle scienze pure (quindi non giurisprudenza o medicina o economia; ma lettere, filosofia, storia, storia dell’arte, o matematica, fisica o chimica) ci vive pure. Nel senso che, nel posto in cui studia e si specializza, ci abita proprio.

Alla Normale infatti si fa “vita in collegio”. Anzi, la vita in collegio è considerata una parte fondamentale dell’esperienza normalistica. Forse per questo è un’esperienza così bizzarra, così (spesso) potenzialmente esilarante, e così straordinariamente feconda di sintomi nevrotici, che emergono dai contrasti continui e inevitabili, interni a un branco di cinquecento ventenni che vivono e studiano e sublimano energie nella competizione, perennemente gomito a gomito come se fossero un unico leviatano di ventenni.

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Foto di Filippo Diotallevi.

Sul sito della Scuola, l’ex direttore Salvatore Settis lo spiega così: “La struttura collegiale della Normale non fu una scelta casuale, e meno ancora lo è la costante politica della Scuola, che sulla residenza dei propri allievi in collegi ha sempre puntato. In un luogo di formazione d’élite (…) la condivisione di una vita comune, quale solo un collegio può garantirla, è essenziale; e perciò è da sempre consustanziale all’immagine stessa della Scuola. Esperienza umana e formazione scientifica si intrecciano in Normale in modo inestricabile”. E questo aspetto di cenobio culturale è davvero considerato imprescindibile (è consustanziale, capito?), con risultati a volte divertenti, a volte angosciosi, a volte goliardici e altre volte, molto semplicemente, inquietanti.

Ricapitolando: alla Normale insomma, non ci studi e basta; ci studi, ci vivi, ci dormi, ci mangi. Mangi quel che passa il convento, nella fattispecie il grande refettorio comune chiamato (toh) mensa. E visto che la Normale, per via di questo strano esperimento “vita comune + studio + élitarismo”, è una specie di serra per  sintomi nevrotici, be’, succede che alla mensa parecchie nevrosi vengono scaricate sul cibo e sono facilmente osservabili nel piatto del vicino. Ragion per cui è sempre buona norma evitare le polpette, mitiche reincarnazioni della temibile minestra di rigovernatura di Giamburrasca. Perché come tutti sanno, in una mensa le polpette sono fatte con gli avanzi. E se per qualche associazione nevrotica di pensieri tu le colleghi agli avanzi che vedi accumularsi sul vassoio del vicino, poi inizierai a pensare che possano nascondere ogni genere di nefandezze, fissazioni e atti mancati.

Alla Normale ti assegnano il primo giorno una stanza, che poi è la stanza dove abiterai. I tuoi compagni di università saranno anche i tuoi vicini – molto, molto vicini. Potrebbero diventare i tuoi amici del cuore, o anche i tuoi peggiori nemici; in ogni caso non sarà per niente facile ignorare chi non ti piace o isolarti dalle facce che vedrai dalla mattina alla sera, in giro per i corridoi di uno dei quattro collegi, uno dei quali è condiviso con l’altra Scuola di eccellenza di Pisa, il Sant’Anna.

 

 

Il Sant’Anna è nato come distaccamento della Normale legato alle scienze applicate. Un doppelgänger collettivo unito alla Normale da un rapporto di fraterna rivalità che si dispiega in una serie di manifestazioni pittoresche tipo la tradizionale lotta a secchiate d’acqua fra gli studenti di collegi rivali. È il grande evento che in genere inaugura l’anno accademico, e ogni anno viene celebrato (con titoli spesso fantasiosi) dalle prime pagine dei quotidiani locali. Perché Pisa è una città tanto sonnacchiosa e silenziosa quanto variopinte e straordinariamente demenziali sono le civette dei suoi giornali, che dalle edicole sotto i portici medievali raccontano avventure e disavventure di una cittadina universitaria che non ama troppo i suoi studenti ma li accetta come una specie di inevitabile calamità naturale, e gli affitta stanze arredate con decrepiti mobili di radica. Ovviamente è un discorso che non vale per normalisti e santannini, perché quelli un posto dove abitare ce l’hanno già: sto ovviamente parlando del collegio.

Ora, quando dico a qualcuno che per cinque anni ho abitato in un collegio, dico una di quelle cose che le persone trovano bizzarre per il semplice motivo che non sanno come rappresentarsele. E quando vedo quel genere di stupore, so per certo che nessuno pensa a mattoni rossi ricoperti di edera, confraternite con complicati riti di iniziazione, lezioni in anfiteatri ombrosi, alberi secolari, professori in giacche di tweed, partite di football, cerimonie con folle di laureati in toga e tocco. Perché il collegio in cui ho vissuto sta a Pisa, mica in America o in Inghilterra. Ed è uno stupore che in parte capisco, sul serio.

Il fatto è che non esistono cliché a cui ricorrere per immaginarsi cosa può essere questo fantomatico college pisano, piazzato in una città che nell’immaginario comune è poco più che una torre storta e una freddura bidimensionale su un milione di fotografie. Questa completa assenza di luoghi comuni, lo chiamo “vuoto di una semantica del campus italiano”. Se dici Harvard o Yale, ti immagini amene cittadine del New England scintillanti di rampicanti. Se dici Oxford o Cambridge, ti immagini un vecchio villaggio gotico sulle sponde di un fiume dove brulicano i canottieri. Ma Pisa? Un college in questa sonnolenta cittadina fra le montagne e il mare, è disorientante. Certo, quando ci sono, è sempre una buona regola partire dall’insolito e dal pittoresco. E fidatevi: nei collegi della Normale, dove forse non abbonda il pittoresco, l’insolito di certo non manca.

La Normale è un posto strano. Cioè, non voglio dire che sia il luogo più strano che ci sia; so che non c’è limite alla realtà, e che, per citare quell’adorabile genio di Mark Twain, non c’è da meravigliarsi che la realtà sia spesso più strana della finzione. La finzione quantomeno deve avere un senso, no? Ma vi dicevo prima della storia del razzo. Non è solo una storia strana, è… paradossale. Sentite un po’ qui.

Ebbene, nelle stanze dove ora c’è la biblioteca della Normale, il buon conte Ugolino sgranocchiava le teste dei suoi figli.

Era una mattina piena di sole. È bella Pisa, col sole: c’è un cielo tutto blu perché il mare tutto sommato è vicino. Certo, bisogna dire che proprio perché Pisa sta in una conca fra il mare e le montagne, verso sera qualche volta emergono delle nuvole. Ma sono nuvole belle da morire, credetemi. Pisa in realtà è una città piovosissima, al punto che molti la associano più alla pioggia che al sole; per me però Pisa è prima di tutto sole e belle giornate. Sarà per via delle mie origini lombarde, e del fatto che ancora mi stupisco del fatto che si possa abitare in una città che al mare ci arrivi in bicicletta, basta andare sempre dritti per una lunga via fra due filari di tigli, poi svoltare dietro una chiesetta romanica che si chiama San Piero a Grado e che si trova (magia della sorte o astuzia dei venditori di street food) proprio accanto a un baracchino dove ti fanno le acciughe alla poverella più buone sulla faccia della terra. Ma torniamo a quel giorno, il giorno del razzo.

Era l’ora di pranzo. Nella lingua degli abitanti dei collegi: l’ora di andare a mensa. Perché nei collegi non ci sono cucine: se vuoi mangiare ci sono orari stabiliti, e il rancio ti viene generosamente scodellato in uno stanzone con le luci al neon (la mensa, dicevamo prima), luogo di straordinaria aggregazione sociale e soprattutto di frenetico esercizio di reciproca osservazione, nonché focolaio di miriadi di pettegolezzi storielle e aneddoti. Vi ho già detto che la mensa si trova dietro il Palazzo dei Cavalieri? Il Palazzo dei Cavalieri è il palazzo antico della Scuola, attaccato alla torre con l’orologio che è stata, quando Pisa era una città importante, la prigione del conte Ugolino. Ebbene, nelle stanze dove ora c’è la biblioteca della Normale, il buon conte Ugolino sgranocchiava le teste dei suoi figli. Ora ci si entra, in quella che era stata la sua prigione, infilando una tesserina magnetica in un tornello, e poi ci sono sei piani tutti pieni di libri e di normalisti. Dicono che sia una delle più belle biblioteche al mondo, e in effetti bella è bella. Una volta sopra la mensa c’era anche uno dei quattro collegi della scuola, il primo in cui ho abitato io. Stiamo divagando con tutta questa topografia, ma qualche riferimento ve lo dovrò pur fornire, sennò come ve lo potete immaginare un posto così strano?

Ah, sì, la storia del razzo! Dall’inizio che ve la prometto e quasi me la dimenticavo. Allora: in quel mezzogiorno baciato dal sole, a piazza dei Cavalieri c’era una sorpresa. Gli artificieri. Erano tutti lì perché li aveva chiamati (spaventatissima) una signora delle pulizie che era entrata nella stanza di uno studente che chiameremo NN, come a dire che tanto valeva non chiamarlo. Quel giorno la signora delle pulizie aveva deciso di sfidare un cartello artigianale ingiallito che recitava l’ammonimento “NO PULIZIE GRAZIE”. Niente di nuovo: era un genere di cartello che si vedeva comparire molto spesso sulle porte di chi non voleva interferenze nel naturale accumularsi di polvere e schifezze nella propria camera, magari perché voleva studiare senza essere disturbato, o dormire senza essere disturbato, o nei casi più felici, godersi una spensierata promiscuità senza essere disturbato. Lo studente NN però, bontà sua, quel cartello l’aveva lasciato sulla porta da parecchio, troppo tempo: perché lì dentro, nel chiuso della sua cameretta, era impegnato in un’impresa senza precedenti, e senza dubbio degna di essere ricordata con una certa ammirazione; la costruzione di un razzo, sissignori.

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Foto di Federico Parenti.

Immaginatevi un piccolo laboratorio in cui il caro NN aveva a lungo lavorato con fiamma ossidrica e tutto l’arsenale che può servire a saldare un razzo. Questo razzo poi, almeno secondo le voci semileggendarie che cominciarono  a gonfiarsi nei corridoi della biblioteca e tra le tavolate della mensa, era alto quasi due metri. Nella penombra della stanza-laboratorio, era apparso all’incredula signora delle pulizie come un’enorme, inaspettata, incongrua BOMBA. Da cui l’arrivo degli artificieri, e il giorno dopo, sulle locandine dei giornali locali, il sensazionale strillo del ritrovamento di un pericoloso ordigno in una stanza della Normale.

Ma di tutta questa storia, la parte più istruttiva non è quella che racconta perché o percome il nostro geniale NN avesse costruito un razzo nella sua camera, ma quella che spiega perché questo razzo sia stato ritrovato, in una mattina di sole, da una signora delle pulizie. L’amico NN l’aveva costruito non per un ozioso sfoggio di talento, non per curiosità accademica e neppure per il gusto della sfida; ma perché, giustamente, lo voleva lanciare in orbita. Aveva persino individuato un punto sui monti pisani da cui l’avrebbe potuto tranquillamente lanciare, questo razzo di due metri che aveva costruito con le sue mani, in una stanza di collegio, maneggiando con nonchalance fiamma ossidrica e svariate sostanze chimiche vietatissime (che lui stesso aveva sintetizzato!) mentre i suoi vicini di stanza preparavano l’esame di letteratura greca o strimpellavano la chitarra.

C’era solo un problema, un grosso impedimento che aveva reso impossibile al geniale NN di arrivare sui monti pisani e lanciare il razzo su per la stratosfera. Il povero NN, non aveva la patente. Non guidava, e in attesa di qualcuno che fosse così gentile da traghettare lui e il razzo fino a quel preciso luogo designato per il lancio, il razzo rimaneva, lì, fra letto e armadio, a terrorizzare le signore delle pulizie.

Questo non vuol dire che la Normale sia un posto abitato solo ed esclusivamente da geni, da pazzi, o da inetti geniali. Ma la Normale è un posto chiuso, a cui si accede tramite una selezione complessa: tre esami scritti e, se superi quelli, altri tre esami orali. Quello che ti si offre, la possibilità che ti si apre davanti, è una formazione di altissimo livello e completamente gratuita. La Normale, per via delle conquiste di un esercito di francesi usciti dritti dritti dalla Rivoluzione (e dai progetti educativi di Napoleone), è nata nella Pisa del 1810, introducendo in Italia quegli ideali di educazione egualitaria che sopravvivono (si spera) ancora adesso.

La Normale è una fortezza chiusa in cui la vita prende un ritmo tutto particolare.

Esiste d’altronde un’altra Normale di Napoleone: non è una scuola ma un’école, e sta proprio nel cuore di Parigi, nel bel mezzo del quartiere latino. Tutto intorno c’è… be’, Parigi. E quindi le biblioteche e i baretti e le università e i bistrot e il Panthéon e il culto francese dei grandi uomini e dei grandi ingegni; poi ce n’è un’altra che è spuntata a Lione, la seconda città della Francia, una città  che non sarà bella come Parigi ma è una grande città, una città importante. La loro sorella italiana, Napoleone ha deciso invece di piazzarla a Pisa, e l’ha messa proprio al centro di una piazza bella da morire. Bella grazie ai riflessi di un passato glorioso che si perde e si conserva nelle pietre della chiesa dei Cavalieri di Santo Stefano, nella fontana sempre secca, con la statua di Cosimo I de’ Medici e il suo eterno piccione sulla testa.

E certo, senza dubbio è una cosa meravigliosa, l’idea di una formazione eccellente completamente gratuita, che non discrimini nessuno sulla base del reddito, che dia a tutti le stesse possibilità, per formare al meglio, come studiosi, gli studenti che riescono a passare il concorso. Forse un aspetto problematico della questione, all’origine di molti fatti curiosi e dello scatenarsi di qualche piccola nevrosi collettiva, è che si tratta di una formazione iper-specialistica che tende a creare, negli studenti freschi di liceo, dei giovani esperti assoluti di qualche nicchia del sapere prima che ci sia stato il tempo di formarli a una cultura intesa in un senso più ampio. È un magnetismo intellettuale che, qualche volta, si trasforma in un culto feticistico della precisione e dell’esattezza.

Questo genere di trasformazione si catalizza con più facilità, naturalmente, in un ambiente che – essendo strutturato come una specie di Panopticon in cui l’auto-osservazione è esercitata continuamente e favorita dalla coabitazione – lascia poco spazio agli aspetti più privati della vita degli studenti, alimentando la tentazione di una sublimazione dell’intelligenza che la normalizzi e l’uniformi. Perché un altro aspetto curioso (e anche piuttosto affascinante, lasciatemelo dire)  è che tendenzialmente la Normale è un’istituzione totale, nel senso in cui Erving Goffman usa questa nozione in un libro dedicato in particolare agli ospedali psichiatrici, Asylums.

 

 

L’istituzione totale, per come la descrive Goffman, è un luogo di segregazione dal mondo esterno. E forse, che la Normale si trovi nel cuore della provincia toscana, in una città piccola e pigra che ignora la Scuola almeno quanto la Scuola ignora la città, ha contribuito davvero a farne un luogo quasi segreto. La Normale è una fortezza chiusa in cui la vita prende un ritmo tutto particolare, e come per un sortilegio le dinamiche degli equilibri che si creano, attraverso piccoli assestamenti e impercettibili scosse telluriche, tendono a essere costanti.

Non voglio dire che la Normale sia più simile a un ospedale psichiatrico che a un college; però è interessante (e anche inquietante) il fatto che si tratti di un luogo in cui vivono e lavorano gruppi di persone che in qualche modo si ritrovano tagliate fuori dalla società, e si costruiscono un mondo interno a un ulteriore internamento forzato, con regole ed equilibri tutti suoi. I rapporti di forza, in un posto così fortemente orientato verso l’intellettualizzazione massiccia delle vite di ragazzi poco più che adolescenti, sono chiaramente improntati a una serie di equilibri piuttosto nevrotici, che tendono a soffocare, nel richiamo competitivo al riconoscimento dell’eccellenza, gli aspetti più umani, più buffi, perché no più ridicoli della crescita personale.

Questo forse spiega come mai i collegi italiani non siano posti da facili raccontare. Magari è solo perché quasi nessuno li vede: i college descritti nei romanzi e nei film americani hanno fondato un vero genere narrativo, fatto di illusioni perdute, primi amori e molta edera, come i luoghi di un’iniziazione esistenziale. Ma è un’iniziazione per pochi, quella delle scuole di eccellenza; ed è così elitaria intellettualmente, così orientata a essere un’iniziazione più intellettuale che esistenziale, che l’idea di raccontarla come una forma di vita sembra subito un’idea balzana. Forse per questo manca una poetica della vita del collegio, e sembra strano e quasi blasfemo raccontarla: forse, semplicemente, tutto questo accade solo perché i collegi delle scuole di eccellenza, nonostante tu ci viva, non sono pensati come luoghi di vita.

 

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