Foto per gentile concessione di Valerio Vincenzo.
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La calma dei confini

Intervista a Valerio Vincenzo, fotografo che sta visitando i confini dell’Europa unita. Posti tranquilli e pacifici – almeno per ora?

 

Valerio Vincenzo è un fotografo italiano che vive in Olanda. È un italiano all’estero, libero di muoversi liberamente grazie anche a Schengen, l’accordo tra Paesi europei che in questi giorni viene messo in discussione dalla (parziale) chiusura di alcune frontiere in Francia, Belgio, Austria e Ungheria, tra gli altri.

Nel 2007 Vincenzo ha cominciato a fotografare i confini europei per il suo progetto fotografico Borderline, Frontiers of Peace. Vincenzo dice di essere affascinato da questi lembi di terra e acqua così calmi e pacifici, eppure testimoni di secoli di guerre e invasioni. Ma non è solo questo a interessarlo, visto che il fotografo ha vissuto in prima persona l’Europa pre-Schengen – e se la ricorda bene.

 

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L’Italia è entrata nell’Area Schengen nel 1997, sette anni dopo la firma ufficiale del trattato. Prima d’allora, racconta Vincenzo a The Towner, studiare o lavorare in un altro paese europeo non era così semplice. “All’epoca, prima di Schengen, lavorare in Francia era un’impresa difficile”. Vincenzo ricorda le lungaggini burocratiche e i controlli certosini: “Sono stato varie volte in questura, una volta mi hanno fatto firmare in nero un documento che avevo firmato in blu, era ridicolo”. Al termine dello stage tornò in Italia per poi tornare oltralpe due anni dopo, trovando un ambiente del tutto diverso. Cos’era successo? Nel frattempo era arrivato Schengen e, dice Vincenzo, “non ho dovuto fare niente per entrare”.

Pur essendo cominciato nel 2007 il progetto Borderline, Frontiers of Peace “non è ancora finito”, anche perché la materia è in continua evoluzione. Si tratta di una raccolta fotografica di luoghi, appunto, borderline, antichi teatri di tensioni e invasioni oggi ridotti a bei panorami da passeggiata domenicale. Il progetto “è in realtà una scusa per parlare dell’aspetto positivo di questa cosa enorme che abbiamo chiamato Europa, e delle frontiere tra gli stati membri, che non importavano a nessuno prima della crisi dei migranti”. Erano stati dimenticati, dati per scontati, come sembra inevitabile fare, nonostante la Storia ci insegni che la pace in Europa è un’anomalia, una fortunata eccezione che ci è capitato di vivere.

 

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“C’è molta strumentalizzazione,” continua Vincenzo, “fa comodo mettere in crisi il sistema sfruttando la tragedia dei profughi. Ma la verità è che non si può tornare indietro – e per molti motivi”. Chiudere le frontiere sarebbe una catasfrofe umanitaria ma sono le conseguenze economiche a fare notizia. Secondo il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, che la fine di Schengen comporti la perdita di tre miliardi di euro all’anno rappresenta la migliore difesa dell’accordo stesso. “A me non me ne frega niente” taglia corto Vincenzo “io credo ai diritti dell’uomo e alla libera circolazione delle persone. In questo senso è una fortuna che l’aspetto economico sia così importante”.  Ironico che sia la garanzia di un Pil positivo a difendere il grande ideale della pace tra nazioni.

Le frontiere, dicevamo, sono in continuo movimento e sono diverse l’una dall’altra: spesso presentano cicatrici storiche, come nei tratti alpini lacerati dalla prima guerra mondiale; altre sono armate e ben difese da tempo, come il confine tedesco-polacco, ideato nel 1945 ma ratificato nel 1990, che già nel 1996 era il confine più difeso d’Europa, con 2,4 doganieri per chilometro quadro e 30 mila unità a controllare i flussi di entrata e uscita. Ci sono poi le frontiere “naturali”, espressione che Vincenzo non capisce: “Le montagne sono tratti d’unione tra popoli diversi che hanno in comune l’habitat. Tra un altoatesino e uno svizzero c’è molto più in comune che tra un altoatesino e un milanese”.

 

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Ci sono poi confini antichi, come quello tra Spagna e Portogallo, intatto dal XIV secolo secolo, o quelli ambigui, come quello tra Francia, Svizzera e Germania, in un punto imprecisato nel mezzo del Lago di Costanza. Non si sa con precisione dove perché non c’è un accordo comune. A nessuno sembra comunque importare troppo.

Questa varietà di confini ci ricorda di quanto sia difficile disfarsi di Schengen: “Quest’estate ho visitato il confine tra Croazia e Slovenia qualche settimana prima che il flusso di migranti arrivasse lì”, racconta il fotografo “e ho letto che hanno creato muri e filo spinato. Ma è impossibile farlo, fare un muro unico. C’era solo qualche chilometro di spinato”. C’è poi un aspetto culturale che a Vincenzo non sfugge: “Il mio lavoro è anche una riflessione sul concetto di frontiera fisica ai tempi di internet”, un’epoca in cui le muraglie fisiche sembrano essere tornate di moda mentre il panorama digitale è infinito e senza alcuna barriera.

 

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L’artista britannico James Bridle, fondatore della New Aesthetic, si è occupato di questa cittadinanza digitale diffusa con il progetto Algorithmic Citizenship, un programma che analizza i movimenti degli utenti su internet, aggiornandone la cittadinanza digitale. “È una forma di cittadinanza”, ha spiegato Bridle, “che non viene assegnata alla nascita o tramite pratiche burocratiche, bensì basandosi sui dati. Come altri processi computerizzati, avviene alla velocità della luce, continuamente. Può”, ed è questa la particolarità a mio avviso più interessante, “ dividere una cittadinanza in un numero infinito di sotto-cittadinanze”. Provandolo tempo fa ho scoperto di essere statunitense – forse perché uso troppo Gmail e Facebook, tutti siti Usa.

Mentre nel mondo digitale le barriere vengono abbattute, la paranoia populista e la minaccia del terrorismo innalza muri reali. Come andrà a finire? Valerio Vincenzo ricorda di quando, nel 2004, la Polonia stava per entrare nell’Euro e molti Paesi del nord Europa temevano l’invasione dell’idraulico polacco. Anche i Finlandesi avevano paura e per mesi discussero preoccupati sull’argomento. Qualche mese dopo, racconta il fotografo, “hanno fatto un controllo e hanno scoperto che solo cinque polacchi erano entrati nel loro Paese. Si sono quasi offesi”.

 

Foto per gentile concessione di Valerio Vincenzo.