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Kabul, mon amour

Kabul, Afghanistan: un racconto di viaggio.

 

A Kabul, al mattino per prima cosa mi affaccio sulla terrazza di casa. Di fronte a me, in lontananza, ci sono le montagne dell’Hindu Kush, innevate anche in primavera, sulla rotta che punta al Nord, al passo Salang e poi alla città di Kunduz. A Ovest si va verso Mazar-e-Sharif, all’antica Balkh di Alessandro Magno, nella terra dei meloni zuccherini, fino al Turkmenistan. A Nord, a due passi c’è Dushanbe e il Tajikistan, oltre un confine trafficato. A Est ci sono le più antiche miniere di lapislazzuli al mondo e il Wakhan, la sottile lingua di terra che collega l’Afghanistan al Turkestan cinese degli uighuri oppressi da Pechino.

Sulla destra della terrazza di Kabul, in basso scorre Salang Wat, una delle strade principali di questo conglomerato urbano da quattro milioni di abitanti, sventrato nella guerra intestina degli anni 90 tra mujaheddin, ibernato dai Talebani e ricostruito dopo il 2001 con la fretta di chi afferra soldi piovuti dal cielo. La strada divide Deh Afghanan, il quartiere popolare in cui vivo, con le sue basse case abbarbicate sul pendio della collina alla mia sinistra, da Shar-e-Naw, la “città nuova” alla mia destra, dove chi può va a fare acquisti, sfoggia automobili e vestiti nuovi, scacciando i bambini insistenti che vendono gomme da masticare, penne, calendari e specchietti incorniciati da tessuti colorati. Più in là spunta Qala-e-Fatullah, il quartiere delle Ong e degli stranieri che non sono rinchiusi nei compound fortificati di Wazir Akbar Khan, il quadrilatero delle ambasciate che porta il nome di uno dei capi della resistenza di metà Ottocento contro gli inglesi.

 

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In basso, davanti a me, c’è lo spelacchiato giardino della villa di cui affitto alcune camere, quando sono a Kabul. La villa è molto grande. Decine e decine di stanze, corridoi labirintici, scale strette, passaggi nascosti e ben due cortili interni. Se immaginate stucchi colorati, raffinati decori, stoffe preziose, morbidi cuscini e ossequiosi maggiordomi barbuti siete fuori strada. Sono finiti i tempi del Grande gioco, la partita geopolitica che nell’Ottocento vide contrapporsi i servizi segreti e le ambizioni imperiali di Inghilterra e Russia. Celebrata nei libri e rimpianta dagli orientalisti, quella era davvero un’epoca particolare. Poteva capitare che due agenti in missione segreta per i rispettivi paesi si inseguissero per mesi, raccogliessero con scrupolo informazioni dettagliate l’uno sull’altro, accumulassero dettagli, note, voci e maldicenze e poi finissero per incontrarsi per caso, proprio a Kabul, nel corso di una cena di Natale. È accaduto nel 1837 a sir Alexander Burnes, agente delle Highlands scozzesi al servizio di sua maestà, e a Ivan Viktevič, nobiluomo polacco alla guida di una spedizione commerciale che nascondeva – così pensavano i sospettosi inglesi – l’ambizione di stringere un’alleanza con Dost Mohammad, sul trono afghano dal 1826. Un storia affascinante, raccontata nell’ormai classico Il grande gioco di Peter Hopkirk e nel più recente Il ritorno di un re, di William Darlymple.

Viaggiatori avventurosi ma pur sempre abituati a servitori e portaborse, oggi né Ivan Viktevič né sir Alexander Burnes dormirebbero nella villa di Deh Afghanan. Sgarrupata e parecchio malconcia, ricorda una vecchia signora claudicante dalla pelle aggrinzita, con lo sguardo annacquato e indeciso, costretta a mostrare quelle rughe che sa di non meritare. La villa risale agli inizi del Novecento. È una delle poche scampate alla furia speculativa che giorno dopo giorno affonda Kabul, una città dove le terre non si comprano o reclamano con carte bollate e certificati catastali, ma si occupano con la forza e le armi. Quando non bastano né la forza né le armi, c’è sempre qualche funzionario disposto ad accettare una mazzetta. Purché sia pesante. Preferibilmente in dollari americani.

 

 

Che la villa sia sopravvissuta agli speculatori è un miracolo. L’anno scorso ha ottenuto il riconoscimento formale del ministero della Cultura. “Patrimonio architettonico”, recita la targa di metallo affissa vicino alla porta di ingresso, su vicolo “Joye Sheer”. Significa “rivolo di latte”. Qualcuno dice che un tempo il latte di Deh Afghanan fosse il migliore della città, qualcun altro che l’acqua delle fonti locali fosse buona come il latte. Quale che sia la verità, oggi dall’alto della collina scende solo acqua putrida. Con un gruppo di amici e colleghi da tempo cerchiamo i fondi per ristrutturare la villa e trasformarla in un bene comune: la Casa per la società civile afghana. Per ora abbiamo ridipinto un ufficio e qualche stanza. Alle pareti, gli specchietti dei bambini di Shar-e-Naw.

“Negli anni 70 ci abitavo con tutta la mia famiglia. Eravamo in 60, tra adulti e bambini”, mi racconta uno dei fratelli proprietari dell’edificio. A quanto pare è l’unico rimasto in Afghanistan. “Gli altri sono in Europa o negli Stati Uniti”. Lui è ancora qui, un po’ per convinzione, un po’ per necessità. “Chi parte perde tutto”. L’ho incontrato per tentare di rinegoziare il prezzo dell’affitto. La “bolla di Kabul” si è sgonfiata, ho provato a dire, raccontandogli una storia che conosceva meglio di me, ma che il gioco delle parti esigeva che raccontassi di nuovo, con convinzione, come fosse inedita. Probabilmente la conoscete anche voi. È la storia del militare e della crocerossina. Il primo fa la guerra, amputa arti, distrugge vite e famiglie, porta morte e distruzione. La seconda cura, ricuce, lenisce, accudisce e ricostruisce. Da che mondo è mondo, i due vanno a braccetto. Ancora di più da quando le guerre sono diventate “umanitarie”. L’occupazione militare di un paese si accompagna all’invasione degli expat, meno devastante ma non meno bellicosa. Accaniti idealisti o menefreghisti, gli espatriati civili sanno tutto. Quel che non sanno, non esiste. Sanno tutto e sanno fare tutto. Curano, analizzano, scrivono, ricostruiscono, pensano più e meglio dei locali, in genere gente bigotta e arretrata, a cui la guerra ha generosamente donato l’aiuto di chi conosce cause e rimedi dei loro mali. Gli expat criticano i militari, alla cui brutale cecità oppongono un solidarismo caritatevole, autentico quanto le pubblicità progresso con i bambini africani dalla pancia gonfia. Manuale di peace-building alla mano, contestano la logica della guerra, ma ne sono parte integrante. I più non ne se ne accorgono. Il resto fa finta di niente. Lavorare in un paese rischioso fa guadagnare bene, molto bene. E i soldi cancellano i sensi di colpa.

Dal 2010 sono arrivati più militari, più donatori, più soldi, più espatriati; e più expat ci sono, più si alzano i prezzi di case, uffici, utenze, servizi: è la ‘bolla di Kabul’.

In Afghanistan sono arrivati tantissimi expat. Soprattutto a Kabul, e soprattutto nel 2010-2011, dopo che il presidente Barack Obama ha decretato il surge, l’incremento dei soldati a stelle e strisce sul terreno. Più militari, più donatori; più soldi, più espatriati; più expat, più alti i prezzi di case, uffici, utenze, servizi. Si è formata così la “bolla di Kabul”. Oggi si è sgonfiata. La guerra afghana è persa (non date retta a chi dice il contrario). Va archiviata, senza troppo clamore. Fino a pochi anni fa temibili terroristi tagliagole, ora i Talebani sono interlocutori politici, invitati al tavolo negoziale. Torneranno al potere, seppur condiviso. I soldati stranieri (ce n’erano fino a 150.000) sono perlopiù rientrati in patria. La comunità internazionale ha tirato i remi in barca. Meno soldi sul piatto. Troppo povero per gli expat in carriera. Hanno fatto le valigie.

Il proprietario della villa fa orecchie da mercante. Expat o non expat, bolla o non bolla, il prezzo rimane lo stesso. La casa cade a pezzi, dal tetto piove acqua, le pareti di fango e paglia si crepano, non c’è il generatore, la stufa a segatura è difettosa, ma la vecchia signora ha una storia alle spalle. Può ammiccare alla bellezza perduta, come una Claudia Cardinale che rispolveri l’album dei film e degli amori di un tempo.

 

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La storia delle ville à la Deh Afghanan è stata scritta da una donna dalla storia particolare, May Schinasi. È arrivata a Kabul per la prima volta a 19 anni, nel 1954, seguendo lo zio, allora direttore della Délegation Archéologique Francaise Afghanistan (Dafa), un’istituzione attiva ancora oggi, al contrario della cugina italiana, che non ha fondi. Dopo quella prima esperienza, May Schinasi torna in Francia. Poi viaggia più volte nel paese centroasiatico. Nel 1964 avviene l’incontro decisivo: a Kabul conosce Rolando Schinasi, un italiano nato al Cairo, commerciante e fotografo autodidatta. Si sposano nel 1965. Restano in Afghanistan fino al 1978, quando il regime filo-sovietico accusa Rolando di essere una spia. Tornano in Europa con una raccolta di documenti e foto dal valore eccezionale. Racconta una storia che arriva a ridosso dell’occupazione sovietica del 1979 e parte dai tempi “dell’emiro di ferro”, Abdur Rahman, al potere alla fine dell’Ottocento.

Nel 2008 May Schinasi ha pubblicato un bel libro, Kaboul 1773-1948: Naissance et croissance d’une capitale royale. Me ne ha regalata una copia un ricercatore conosciuto a Dushanbe nel 2009. Con la sua spedizione scientifica stava per inoltrarsi nelle terre degli yagnobi, gli ultimi a parlare il sogdiano antico, lingua iranica nordorientale usata da viaggiatori e missionari in età pre-islamica. Io da lì avrei poi attraversato il confine tra il Badakhshan tajiko e quello afghano. È un libro per specialisti, frutto di tanta passione e di un meticoloso lavoro di archivio. Dentro c’è la storia del tentativo di dare forma a una città ordinata, secondo piani urbanistici precisi, attingendo a quanto di meglio offrisse l’architettura europea dell’epoca. Un’ambizione lontana dall’attuale frenesia speculativa con cui vengono tirati su centri commerciali fragili e brutti, ville pacchiane su modelli turchi e con materiali pachistani, senza un indirizzo generale che non sia quello dell’arraffare e dell’ostentare.

 

 

Tra le foto che accompagnano il libro, una risale al 1923-24 e raffigura il palazzo Shahrara, nella zona di Qolola-Pushta, con la sua torre in mattoni rossi sovrastata da un altro piano e da una bella cupola. La torre è ancora lì, la cupola non c’è più. Alle spalle della torre, oggi c’è una piccola chaikhana, una sala da tè di due metri per tre, dal soffitto basso. La gestiscono due ragazzi dalla faccia truce e un vecchio con i capelli lunghi e le unghie sporche che deve averne viste molte. La sala da tè è molto conosciuta: c’è chi dice che si possa trovare il miglior hashish di Kabul, migliore perfino del mazarì, quello prodotto nella zona di Mazar-e-Sharif, il più amato dai freakettoni europei che negli anni 70 arrivavano in Afghanistan da Londra e Milano cercando l’Eden. La porta monumentale del giardino di Shahrara è ancora in piedi, subito dietro l’angolo. Protetta da soldati svogliati, ospita una guarnigione militare. Ogni tanto qualche militare va a prendersi un tè. Così dice ai superiori.

C’è un’altra foto interessante, nel libro di May Shinasi pubblicato dall’università l’Orientale di Napoli. La didascalia recita così: “Shah-e-dah-Shamshira: le lieu saint, la mosquée et le pont”. È del 1929 e riprende da lontano la “moschea del Re delle due spade”, costruita con stile eclettico negli anni 20 del Novecento sulle sponde del fiume Kabul, lungo il confine ideale che circoscrive la grande area del bazar. Ci vado spesso. Da Deh Afghanan sono dieci minuti a piedi. Non ci si può sbagliare: la strada punta dritto al fiume. A un certo punto si supera il ministero della Cultura, dove ho assistito al primo seminario afghano sulla satira. C’era gente curiosa, tra cui un tipo che diceva di aver letto Peter Brook in russo e Jalal Noorani, scrittore, drammaturgo e consulente del ministero. Quel giorno presentava la sua ultima fatica, L’arte della satira. Il libro (in lingua dari) parte da Orazio e Menippo e arriva al Novecento di Bergson e Bachtin, passando per il padre del giornalismo e della scrittura satirica afghana, Mahmud Tarzi. Dopo il ministero, dall’altro lato della strada, all’angolo c’è il Pashtunistan hotel, un alberghetto pulcioso, con ristorante e sala da tè. Dalla terrazza si gode una vista splendida sul bazar e sul mausoleo ottogonale di Timur Shah, 24 figli e 21 anni di potere, alla fine del Settecento. Voltandosi a destra, si scorge la “moschea del Re delle due spade”, alla fine del lungofiume con le botteghe dei conciatori di pelli. La moschea è rimasta così come appare nella foto del libro di May Shinasi. Tranne che per un particolare.

 

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Alcuni mesi fa lì davanti è stato costruito un monumento. È dedicato a Farkhunda Malikzadah. Il 19 marzo 2015 Farkhunda, 27 anni, entra nel santuario che fronteggia la “moschea del Re delle due spade”. Non le piace che vengano venduti gli amuleti portafortuna. Trova sia una pratica superstiziosa. Lo fa presente ai custodi del santuario, che non ci stanno. La incolpano di aver bruciato un Corano. Non è vero, ma l’accusa basta a scatenare un linciaggio che dura quasi un’ora, dentro e fuori il santuario. Percossa, bastonata, presa a sassate, trascinata in strada e poi bruciata viva, Farkhunda finisce sul greto del fiume. “Zindabad Islam”, “Lunga vita all’Islam”, grida la folla di spettatori complici mentre il corpo brucia.

Ora davanti alla moschea del Re delle due spade c’è un monumento, è dedicato a  Farkhunda Malikzadah: percossa, bastonata, presa a sassate, trascinata in strada e poi bruciata viva.

La visita alla “moschea del Re delle due spade” è inclusa in uno dei tour suggeriti in Kabul. An Historical Guide. La prima edizione è del 1965, la seconda del 1972. L’autrice è un’altra donna dalla storia eccezionale, Nancy Hatch Dupree. Nata in India da genitori americani, arriva in Afghanistan nel 1962 come moglie di un diplomatico, ma finisce per divorziare, sposando l’archeologo ed etnografo Louis Dupree. La loro storia d’amore comincia proprio con la guida su Kabul compilata da Nancy per conto dell’Ente afghano per il turismo. Nancy invia le bozze a Louis Dupree per un giudizio. “Un lavoro adeguato, ma niente di originale”, le fa sapere lui. Ne nasce una storia d’amore che fa scandalo nell’ambiente diplomatico di allora. I due si amano follemente. Lasciano i rispettivi compagni e si risposano. Per più di un decennio vivono insieme a Kabul. Come May e Rolando Schinasi, anche Nancy e Louis Dupree raccolgono libri e opere d’arte. Negli anni 70 casa Dupree è un crocevia di studiosi, diplomatici, avventurieri. Lei scrive guide turistiche, lui conduce scavi e ricerche. Alla fine degli anni 70 sono costretti a lasciare il paese. Non piacciono al governo filo-sovietico. Finiscono a Peshawar, in Pakistan, dove continuano a occuparsi di Afghanistan e di afghani. Louis muore nel 1989, l’anno in cui l’esercito sovietico è costretto a ritirarsi. Nancy prosegue le sue attività, a Peshawar, fino a quando non riesce a tornare a Kabul, trovando il modo di ragionare perfino con i Talebani. Nel 2005 ritorna in pianta stabile nella capitale afghana. Nel 2007 fonda la Louis and Nancy Hatch Dupree Foundation, con cui negli anni successivi dà vita all’Afghanistan Center at Kabul University, uno dei migliori centri di ricerca del paese. È un piccolo gioiello architettonico, all’interno dell’università di Kabul. Fuori ha l’aspetto di un fortino tradizionale, dentro è luminoso e accogliente. Quando per la prima volta ho incontrato Nancy Dupree, ormai sulla novantina, un po’ acciaccata ma ancora curiosa e decisa, mi è tornato in mente un particolare della sua guida. Sul frontespizio, sotto al titolo, è raffigurato un tulipano protetto da due spade. È il simbolo di Kabul. Riproduce l’emblema che appare nelle prime monete di rame fatte coniare da Timur Shah dopo che decise di trasferire la capitale da Kandahar, nel Sud del paese, a Kabul. Era il 1776.

 

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240 anni dopo, c’è Shah Mahmoud a prendersi cura dei tulipani amati da Timur Shah. Ogni giorno parte da un villaggio nei pressi di Bagram, 60 chilometri a Nord di Kabul, e si presenta nella villa di Deh Afghanan, al mattino presto. Quando mi affaccio dalla terrazza è già nel giardino. Mani giganti e callose su un corpo minuscolo, si prende cura del pesco, del melograno e delle rose, coltivate sui lati del giardino spelacchiato. Quando annaffia i tulipani, sembra che rida.

 

Foto dell’autore.