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Dove Gina diventa Sofia

Com'è cambiata Jesolo, da Rimini dei poveri ad aspirante mecca per VIP.

 

Per circa vent’anni della mia vita, ogni estate, ho passato le vacanze a Jesolo Lido, dove mia nonna ha una casa. Per molti anni, quella mi è sembrata l’unica forma di vacanza estiva possibile. Jesolo mi appariva come una specie di archetipo della località balneare: né troppo bella né troppo brutta, nelle cartoline che mandavo ai miei amici con le vedute aeree della spiaggia punteggiata di ombrelloni vedevo tutti i posti di mare d’Italia. Non potevo immaginare che esistesse qualcosa di diverso, anche perché non avevo mai visto altro.

Proprio per questo, ho sempre dato molto per scontata Jesolo. Mi ricordo i viaggi in auto per arrivarci, che allora mi sembravano interminabili, e il mese di permanenza in cui mi dimenticavo come fosse fatta Milano e iniziavo a parlare con la cadenza veneta. Di anno in anno, l’ho osservata cambiare profondamente – cambiamenti di cui venivo a conoscenza solo quando ci arrivavo l’estate dopo. E accoglievo tutti questi cambiamenti con uno slancio millenaristico, come se un palazzo di nuova costruzione fosse da solo in grado di cambiare per sempre il mio modo di vivere quel posto e la riuscita delle mie vacanze estive. Ma certe cose sono rimaste le stesse: i condomini, per esempio, ancora oggi portano il nome della persona che li ha costruiti.

Dieci, quindici anni fa Jesolo sembrava un oblast post-sovietico, più che la “Rimini del nord” come i depliant turistici la dipingevano. I miei ricordi sono popolati di tante piccole cose che, se le guardo oggi tutte insieme, rafforzano quest’impressione: il carretto dei gelati che passava in spiaggia, trainato a mano da un tizio che suonava il clacson per annunciare il suo arrivo e bestemmiava ad alta voce di fronte ai bambini che accorrevano con i soldi in mano, o la radio più ascoltata nella zona che si chiamava Birikina – con la K, sì.

C’era il Muretto, sì, un luogo abbastanza cool che giocava un ruolo importante in quell’immaginario secondo cui Jesolo era la Rimini del Veneto (o dei poveri che dir si voglia): ma era l’eccezione.

C’era un atmosfera di grigia mediocrità, di intrattenimento raffazzonato e superficiale. I ragazzi della mia età erano quasi tutti fascistoidi esaltati, con cui non mi sono mai trovato granché bene. Il figo della compagnia faceva i giri sulla Lamborghini dello zio e aveva un telefonino a colori, uno dei primi, con un fascio littorio come immagine di sfondo. Oggi mi sembra assurdo anche solo aver interagito con persone del genere, ma all’epoca mi sembrava normale – d’altronde lo stesso concetto di normalità e di ciò che potevo e non potevo accettare era fortemente influenzato dal fatto di trovarmi in un posto in cui il passatempo più popolare nelle sale giochi era il punchball a cui tirare pugni per misurare la propria forza.

Quando sono cresciuto e ho smesso di frequentare la spiaggia, è stata proprio la sala giochi a diventare il centro di quell’universo fatto di alcolismo e struscio serale sull’unica strada del paese. All’epoca le sale giochi erano ancora, più che centri di aggregazione giovanile, il luogo di socialità per eccellenza. Ci si passava tantissimo tempo e mi ricordo che in un’occasione ho speso 50 euro in una sola sera per giocare a Time Crisis 2. Il che la dice lunga su che tempi fossero, anche dal punto di vista delle possibilità economiche. Quando non si stava in sala giochi, si andava avanti e indietro senza metà a beccare gente, a piedi o su un risciò a noleggio, oppure si andava a ubriacarsi sul tetto di una palazzina a caso di quelle affacciate sul mare.

Anche la vita notturna lasciava trasparire lo stesso senso di divertimento forzato e mediocrità mascherata, o perlomeno questa era l’impressione che dava a me da ragazzino, visto che non ho mai frequentato davvero le discoteche della zona. C’era il Muretto, sì, un luogo abbastanza cool che giocava un ruolo importante in quell’immaginario secondo cui Jesolo era la Rimini del Veneto (o dei poveri che dir si voglia): ma era l’eccezione.

Al contrario, la regola erano discoteche come quella nel sottoscala del mio palazzo, che tutte le notti ci impediva di dormire per la musica o per la gente che faceva casino, a volte arrivando alle mani, nella piazza immediatamente sotto il mio balcone. La stessa piazza che era un unico grande parcheggio e dove a fine agosto montavano degli enormi tendoni e allestivano un mercatino dell’antiquariato, l’unica parvenza di attività “culturale” o vagamente interessante in tutta l’estate, un appuntamento che aspettavamo con ansia come una piacevole distrazione ma di cui temevamo l’arrivo, perché era anche il segnale che l’estate stava finendo.

Mentre accadeva tutto questo, però, Jesolo stava cambiando – e io stesso me ne sono accorto, appena ho avuto l’età per accorgermene, mettendo in fila tutti quei mutamenti che si verificavano anno dopo anno. In effetti, già dalla seconda metà dei Novanta, l’amministrazione comunale aveva lanciato il cosiddetto “master plan”, un ambizioso programma di rilancio urbanistico realizzato dall’architetto giapponese Kenzo Tange, le cui conseguenze sarebbero diventati tangibili soltanto circa un decennio dopo.

Tra queste, la principale è stata la fine della distinzione su cui si reggeva prima l’identità di Jesolo: la netta divisione tra città estiva (il lido) e città invernale (il paese) – una divisione che influenzava profondamente anche la vita dei suoi abitanti. In inverno Jesolo si svuotava, la gente andava via fosse anche solo per svernare a Mestre o San Donà di Piave. La città veniva “usata” più che vissuta, ed era sempre concepita come un luogo di residenza temporaneo che si poteva abbandonare in qualsiasi momento.

La fine della distinzione su cui si reggeva prima l’identità di Jesolo: la netta divisione tra città estiva (il lido) e città invernale (il paese) – una divisione che influenzava profondamente anche la vita dei suoi abitanti.

Probabilmente, era proprio questa precarietà la causa di quell’impressione di raffazzonata mediocrità a cui accennavo prima. Eppure, anche quando questa distinzione ha cominciato a crollare, l’impressione è rimasta. Per cui può anche darsi che fosse insita nell’anima della città. O forse era semplicemente una vecchia abitudine, che Jesolo non riusciva ancora a togliersi di dosso del tutto.

Nella pratica, il “master plan” di Tange ha cambiato radicalmente l’aspetto della città. Molti alberghi sono stati convertiti in residence, molte aree un tempo agricole sono diventate residenziali, con villaggi turistici e torri di 20 piani, veri e propri grattacieli in una località dove il palazzo più alto ne aveva quattro o cinque. Tra questi, ottimo esempio del nuovo clima, la Torre Aquileia, l’edificio più alto di tutto il Nordest. Questa “verticalizzazione urbana” ha cambiato radicalmente lo skyline della città, in un modo che non ha equivalenti in altre località balneari italiane.

Tutta la darsena è stata ricostruita, così come i pontili. La piazza-parcheggio di fronte a casa mia è diventata un parco, dov’è stato costruito un condominio di lusso a forma di nave che secondo la leggenda annovera tra i suoi inquilini anche Alessandro Del Piero. Oggi, la città sta cercando disperatamente di diventare un posto à la page, un luogo della movida in grado di attirare i VIP come la riviera romagnola dei tempi d’oro. Anche a costo di ospitare le finali di Miss Italia, com’è avvenuto l’anno scorso.

Non credo di essere in grado di giudicare il successo o il fallimento di quest’operazione, perché conosco troppo bene Jesolo per essere obiettivo. Ma dopo aver visto com’era prima, quando al posto dei turisti facoltosi c’erano bulgari e ungheresi in vacanza con la famiglia che venivano a Jesolo perché costava meno di litorali più noti, non posso guardare i nuovi vestiti della città senza trovarli posticci. Perché Jesolo è il posto in cui il lungomare, una volta “riqualificato”, viene dedicato a Gina Lollobrigida. Solo che quando l’attrice viene a inaugurarlo, la presentatrice dell’evento si confonde e la introduce come… Sofia Loren. Ecco, è questo lo spirito di Jesolo.