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Posti strani

Bunker in mezzo alle rotatorie e antiche colonne romane nei bagni di un bar: è l'Italia protuberante.

 

Per un’Italia che frana, sbreccia, sfaglia, si sfalda e si deprime, ce n’è una che gemma, sboccia, aggredisce i pori e protubera. Le manca la terra e non le bastano le viscere così escresce in fuori, tellurica, verso la luce investendo tutto e tutti senza troppi complimenti fino a formare uno iato paesaggistico in cui convivono due spazi diversi ma che per noi altro non sono che un luogo unico e nuovo, forse difficile da abitare o anche solo da attraversare ma pur sempre un luogo. Quando poi uno spazio ne investe un altro o lo fagocita, spesso è anche una questione di tempi, anzi di epoche che se pure lontanissime vengono a contatto, e magari succede che un ulivo millenario del Salento continui a crescere costretto come un bonsai dentro il cuore metallico di un traliccio dell’Enel, fino a formare il tumore spaziale più postmoderno che si sia mai visto.

Di questi luoghi il nostro paese è pieno. Sono il prodotto di politiche ambientali scellerate, di scommesse o abusi edilizi, condoni e strati su strati di storia e storie o semplicemente il desiderio di esistere anche quando non ci sarebbero le condizioni e un altrove in cui farlo.

L’ambiente è minuscolo e piastrellato fino al soffitto, c’è spazio appena per un lavandino e il water; ma poi proprio accanto emerge questa colonna romana, millenaria e sghemba, col suo capitello di marmo bianco.

A Gaeta, su Piazza Generale Traniello, c’è un bar che opera dal 1922. Dai suoi tavolini in strada si vede sia il lungomare che la Gran Guardia borbonica decisamente sfinita e offesa dalla salsedine. Sembrerebbe un bar come tanti altri, con i suoi cappuccini, le decorazioni al cacao, gli spritz, i Campari, gli amari del carabiniere, gli aperitivi, i gratta e vinci e la chiave per il bagno. Ecco, sembrerebbe, ma la differenza con un bar comune sta proprio qui: nel bagno.

Se vi capita di passare dalle parti del Bar Bazzanti non fatevi sfuggire l’occasione, anzi prendete un caffè o acquistate un pacchetto di gomme, pensatelo come un biglietto d’ingresso, e chiedete di usare la toilette perché là dentro troverete uno degli esempi più folli di sovrapposizione e coabitazione coatta. L’ambiente è minuscolo e piastrellato fino al soffitto, c’è spazio appena per un lavandino e il water; ma poi proprio accanto emerge questa colonna romana, millenaria e sghemba, col suo capitello di marmo bianco e decorato che sembra prendere le distanze dal porta-cartaigienica di plastica.

Non ho mai capito se sia stato il locale che hanno costruito intorno alla colonna o questa che a un certo punto della storia ha rivendicato il suo diritto di proprietà su quell’area bucando le mattonelle del pavimento. Chi è l’intruso? E non escludo neanche che qualche volta un uomo ci si sia appoggiato con una mano tenendo l’altra sul fianco per urinare meglio e con più precisione, o che una donna seduta sul water abbia cercato ispirazione con lo sguardo tra le foglie scolpite di quel capitello corinzio. Questo luogo è l’espressione dello sforzo del pianeta, del bisogno di spazio che da queste parti, quando scaturisce in superficie diventa scatologico.

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Toilette con colonna.

Trovo unico il modo in cui l’alto e il basso si sono incontrati in questo gabinetto pontino e come tutto questo affiorare del passato nel presente sia così spontaneamente archeologico e perturbante, senza custodi né teche a separare la storia ma con solo una targa ad uso del visitatore, in doppia lingua come in ogni museo che si rispetti: “Questa colonna con capitello corinzio, di epoca romana, è stata utilizzata nel medioevo come base di appoggio per la costruzione di una torre di difesa. Qui dove, una volta, frangeva il mare…”.

Ma le escrescenze non sono sempre così preziose, non tutte nobilitano il luogo in cui sporgono, qualcuna forse lo completa, ma quelle che ho visto ad Alessandria qualche tempo fa di certo lo interrompono. Lungo le nuove piste ciclabili della città non si può correre a testa bassa né spingere sui pedali perché può capitare che un palo della luce sbuchi come una lancia da sotto, proprio in mezzo alla corsia, e ti colpisca. Insomma da queste parti l’aria deve essere così scura e il buio così insopportabile che i lampioni non hanno potuto fare a meno di uscire in più punti della città senza fare troppo caso a chi o cosa c’era appena sopra. In via Pavia e in corso Monferrato il bisogno di luce supera di gran lunga quello di viabilità. Non riesco a immaginare niente di più scomodo che un palo piantato in mezzo a una pista ma è chiaro quanto un fenomeno del genere sia la dimostrazione perfetta di come uno spazio consueto possa fatalmente diventare un luogo eccezionale. Bastano pochi centimetri più in là e quello che era un arredo urbano di pubblico servizio si trasforma in una barriera architettonica; una metamorfosi sostanziale proprio come quella di chi attraversa quel luogo: non più corridore ma slalomista.

La passione del Piemonte per le perforazioni contaminanti offre un altro bellissimo esempio a Torino dove arrivando da via Chiabrera si vede prima un grande edificio di  mattoni rossi e poi man mano che ci si avvicina, delle fronde verdi di ficus ed edere che esplodono da ogni fessura che la muratura non è riuscita ad arginare. E  come se non bastasse sono state realizzate anche delle sagome di metallo simili a dei tronchi di pino bidimensionale che oltre a rendere la casa più armoniosa, enfatizzano e allo stesso tempo contengono quel marasma vegetale. Se la si guarda bene sembra che Jack abbia seminato il suo fagiolo magico in cantina e che nottetempo la pianta sia cresciuta  fino al cielo investendo dall’interno tutto il palazzetto.

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Case albero.

25 Verde (così si chiama l’edificio) è un luogo artificiale che nulla ha a che fare con la casualità spaziale o temporale che ha generato altri spazi ibridi simili a questo. Qui si tratta della volontà di una amministrazione locale e della creatività di un architetto di nome Luciano Pia che ha perfezionato l’utopia bambinesca della casa sull’albero in una casa nell’albero. Se è vero che tutto ciò nasce da un presupposto intenzionale, ciò che poi ha prodotto però è un luogo del tutto ambiguo e sensibile.

Tutto si muove e cambia con le stagioni, come in un bosco. Le foglie appassiscono, ingialliscono, cadono; i rami si allungano e si torcono, spogli o fitti, fischiano sotto i colpi del vento e crepitano d’estate nelle ore più calde. Questo luogo non sarà mai uguale a se stesso, a partire dal microclima, dalla sua estensione e cubatura. È una questione di fertilizzante e di cesoie. Basterà appena un merlo che si posa sul ramo più leggero a modificare la luce nel salotto dell’interno 16. I sessantatré appartamenti sono disseminati in questa foresta come rifugi, tra laghetti, spiazzi verdi e sentieri. Di notte si può sentire il palazzo respirare, le radici crescere, e mi sembra di vederli gli inquilini dentro quella selva, mentre rincasano, persi e spaesati come i protagonisti di una fiaba dei fratelli Grimm.

Sempre in tema di piante ma oltre mille chilometri più a sud, nell’alto Salento, c’è una lunga strada che da Fasano porta fino a Ostuni. Ai suoi lati non ci sono vie né abitazioni ma solo gli ingressi di grandi tenute e coltivazioni di ulivi millenari. Si possono percorrere centinaia di metri di terra rossa tra gli alberi prima di incontrare una masseria, ma quando succede si ha l’impressione di essere arrivati in Messico, con le bouganville  aggrappate al muro di calce, la corte sgombra e i cani sciolti e tristi.

Un tempo di notte in questo bosco gibboso le case si rischiaravano solo con un lume di candela, poi secoli dopo le hanno allacciate ai gruppi elettrogeni così ai vespri è cominciato tutto un concerto di motori e scialo di nafta finché non è arrivata la rete elettrica, che va bene il progresso ma dove li piantiamo i piloni? Cosa tagliamo?

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Ulivo elettrificato.

Da queste parti gli ulivi hanno una memoria punica, combattono una guerra di trincea contro la più fastidiosa delle Xylelle e non saranno quattro travi d’acciaio ad alta tensione a farli sloggiare. Come si diceva all’inizio, nessuno molla il colpo e così sulla terra pugliese crescono questi nuovi esemplari di ulivi elettrificati in cui non è chiaro se sia arrivato prima il traliccio o la pianta, l’Enel o la Coldiretti; fatto sta che i tronchi hanno l’armatura. Girando la sera in queste tenute si possono sentire gli alberi ronzare per la tensione oltre a tutto un infinito crescere e cozzare di qualcosa a cui non bastano metà dei campi del Mezzogiorno per stare in pace. Tutto sviluppa verso fuori e così su questa superficie antichissima come il volto di una vecchia, hanno ripreso a spuntare i brufoli.

E poi c’è questa rotonda lungo l’Appia, nei pressi di Teano, che al suo centro anziché avere la solita aiuola fiorita o una scultura astratta della madonna ad opera di un’artista locale, fa bello sfoggio di un bunker tedesco della seconda guerra mondiale, con le fessure scure da cui una volta sporgevano le canne delle mitragliatrici. Anche in questo caso due elementi condividono lo stesso spazio creando un imprevisto. Ci troviamo in una rotonda con i suoi svincoli, di fronte a un posto di blocco militare dismesso o in un museo bellico a cielo aperto? Ma soprattutto chi si aspettava di ritrovarsi faccia a faccia con un così imponente simbolo della storia recente semplicemente guidando lungo una consolare?

Per orientarmi ho girato intorno all’edificio tre volte senza potermi fermare, facendo appena in tempo ad appuntare il nome della località. Una volta a casa ho acceso il pc provando a inserire tutti i dati che avevo a disposizione; ho digitato: bunker, guerra, Appia, Sessa Aurunca, Avezzano Sorbello e uscita Sant’Agata, ma non ho trovato nulla. Così ho provato su Google Map e poi su Street View per rivedere con i miei occhi quel luogo; ma come mi avvicinavo alla rotonda, l’inquadratura soggettiva trovava un ostacolo invisibile e mi faceva saltare oltre, dall’altra parte della mappa.

Tutto si è stratificato, trasformandosi, diventando prima un luogo scomposto, poi consueto e infine invisibile.

Ho percorso più volte quel tratto di Appia facendo camminare virtualmente il mio omino sulla carta, ma del bunker nemmeno l’ombra, tanto che ho avuto il dubbio che si trattasse solo di una allucinazione dovuta al viaggio. Sarei saltato in macchina e avrei percorso oltre duecento chilometri solo per fugare ogni dubbio e invece ho cominciato a telefonare alle pro loco di ogni singolo comune in cui ricordavo di aver fatto l’avvistamento. Nessuno sapeva di cosa stessi parlando, si stupivano come se gli domandassi del lungomare di Perugia o di qualunque altro luogo immaginario. Solo un uomo del comune di Sant’Agata a forza di chiedere e scavare si è ricordato di quel luogo. Me ne ha parlato poco e controvoglia cambiando argomento appena ha potuto.

Ad oggi nessuno ha abbattuto il bunker e malgrado ciò non ci fa più caso. La strada si è integrata perfettamente intorno a quel carapace di cemento armato, l’ha avvolto, anche se non sembra stare proprio a suo agio. Tutto si è stratificato, trasformandosi, diventando prima un luogo scomposto, poi consueto e infine invisibile.