Immagine per gentile concessione di Giacomo Nanni.
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Adamo nell’antropocene

Un'intervista a Giacomo Nanni.

 

Giacomo Nanni è un fumettista e illustratore italiano che da qualche tempo vive in Francia, a Parigi. Il suo ultimo libro – bellissimo – si intitola Prima di Adamo ed è stato pubblicato pochi mesi fa dall’eroica casa editrice Canicola.

The Towner: Ciao Giacomo, come stai?
Giacomo Nanni: Ciao. Stavo per iniziare a guardare un documentario sulle formiche della foresta pluviale.

Hai una passione per gli insetti?
Non particolarmente, ma è per un progetto a cui sto collaborando, ERC Comics, che mira a trasformare in storie a fumetti dei progetti scientifici finanziati dall’Unione Europea.

Quindi è a te che vanno i soldi degli operai di Sheffield?
Da qualche giorno, sì.

Sperando che Nigel Farage non legga quest’intervista e te li richieda indietro per finanziare la sanità inglese, vorrei chiederti di raccontare cosa c’entra questo progetto con la foresta pluviale.
Sto disegnando una storia ispirata alla ricerca del Prof. Hans Verbeeck, un bio-ingegnere che si occupa del comportamento delle liane nella foresta tropicale.

E come si comportano?
Bisogna pensare alla foresta pluviale come a un insieme di elementi in competizione per raggiungere la luce del sole, che è ciò che fa sì che essi possano mettere in atto la fotosintesi clorofilliana, assieme all’acqua e al diossido di carbonio, comunemente chiamato per errore “anidride carbonica”, che è un po’ come chiamare “indiani” i pellerossa americani.

Tu sei una persona molto precisa, puntigliosa, vero? Io l’ho capito da come tagliavi le cipolle quella volta che abbiamo fatto il sugo per la pasta, dopo averne bruciato la confezione per inscenare un’assurda protesta sul Post. Ma le liane, invece?
Quel che è successo negli ultimi anni è che le liane, a differenza delle cipolle, sono cresciute in modo esponenziale, mettendo in pericolo la vita degli alberi di cui hanno bisogno per potersi dirigere verso la luce. La caratteristica delle liane è di svilupparsi dal suolo e di arrampicarsi su alberi millenari arrivando con la loro forza persino a distruggerli, in parte per il peso e in parte perché gli sottraggono acqua. Lo studio di Verbeek vuole verificare se la proliferazione delle liane è legata a un adattamento al cambiamento climatico ora in atto e quanto questa proliferazione possa mettere in pericolo l’intero sistema delle foreste pluviali.

 

 

Insomma ritrovi le liane dopo averle già disegnate nel tuo adattamento di Jack London, Prima di Adamo. La scoperta delle leggi scientifiche che regolano il loro comportamento ha cambiato il tuo modo di vederle, pensarle e disegnarle?
Sì, é cambiato molto perché disegnando il racconto di London mi ero interessato al paesaggio della foresta nel suo insieme. Ora ho scoperto che con molta probabilità le liane a cui si aggrappava Tarzan erano piuttosto delle piante epifite, cioé aeree, che nascono e si sviluppano direttamente dai rami degli alberi senza appoggiarsi a terra.

Come le orchidee.
Si, ci sono orchidee anche nella foresta pluviale. Ho scoperto insomma che lo stereotipo di liana a cui ero abituato non é propriamente corretto.

Questa cosa delle liane che parassitano la foresta mi ricorda certi temi della fantascienza speculativa più recente, come la trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer. È come se queste liane fossero un’intelligenza collettiva.
In parte è un’idea particolarmente evidente nella foresta pluviale, e sì, in effetti “ragionano” in modo da adattarsi all’ambiente e si modificano anche in funzione degli insetti, senza bisogno di additivi chimici, sono intelligenti. Alcuni alberi vivono più di mille anni, hanno tempo di riflettere molto.

Ma a cosa è dovuta la loro proliferazione?
Le foreste pluviali immagazzinano da sempre una enorme quantità di diossido di carbonio, che altrimenti si disperderebbe nell’atmosfera; la proliferazione delle liane sembra un effetto dell’aumento del diossido di carbonio nell’atmosfera, ma questo è uno dei risultati che è da dimostrare; la proliferazione delle liane é sicuramente causata da un, per così dire, malfunzionamento delle foreste pluviali che potrebbe provocare a sua volta gradualmente una diminuzione del rilascio nell’atmosfera di ossigeno da parte di queste ultime. Anche questa reazione a catena è l’oggetto degli studi del prof Verbeek.

È abbastanza spaventoso immaginare che la natura, che tendiamo a considerare “ordinata”, retta da un ordine spontaneo, produca invece delle situazioni di questo tipo, come se fosse minata da un bug, non trovi?
È spaventoso sì, pensare che il bug sia causa nostra, umana e quindi culturale/tecnologica, fino al momento in cui non si spiegheranno le motivazioni scientifiche “naturali” di quel bug che è un effetto, non solo una causa, nel senso che un comportamento nuovo della pianta, pur essendo legato a una causa non naturale, non andrà mai oltre il campo d’azione naturalmente possibile di quel fenomeno naturale che chiamiamo pianta, riportando tutto ad un ordine come lo chiami tu, che è comunque sempre in divenire.

Di fantasmatico c’è il fatto che le voci narranti della storia saranno quelle dei fenomeni naturali, come il diossido di carbonio, l’acqua, le ‘formiche tagliafoglie’, le liane stesse, racconteranno la loro storia.

In un certo senso l’intervento dell’uomo sulla natura sta trasformando la natura, forse anche quella umana, in qualcosa di spaventoso e disfunzionale. E la natura reagisce in maniera ipertrofica, aggressiva.
Si potrebbe vedere così. Non so se ho utilizzato termini troppo catastrofici per descrivere la situazione, forse sono quelli che mi servono per costruire la mia storia. Da quel che ho capito, ci sono piante che reagiscono in modo aggressivo anche alla presenza di insetti, cospargendo di veleno le proprie foglie. La cosa divertente è che certi insetti si adattano a quel veleno e questo fa sì che nasca ancora un’altra varietà della stessa pianta. Mi scuso per l’anticlimax che sta per arrivare, non vorrei sminuire tutto quel che ho scritto, ma sta tutto su youtube, basta cercare bene, soprattutto documentari in inglese o francese.

Usi molto i documentari, o i documenti in generale, per, ehm, documentarti? Cioè, quanto c’è di vero e documentato in quello che disegni e quanto c’è di immaginato o fantasmatico? E il risultato, cioè il tuo disegno, la tua narrazione, soprattutto nel contesto di un lavoro scientifico come questo, diresti che ha un valore documentale oltre che artistico?
Ehm, per questo lavoro sì, mi sto documentando molto. Poi di fantasmatico c’è il fatto che le voci narranti della storia saranno quelle dei fenomeni naturali, come il diossido di carbonio, l’acqua, le “formiche tagliafoglie”, le liane stesse, racconteranno la loro storia. Il valore documentale sta nel fatto che le cose di cui parlano i vari personaggi non sono inventate. Esempio: sto cercando di capire se le formiche tagliafoglie della foresta pluviale usano le liane per passare da un albero all’altro, camminandoci sopra, visto che nidificano per terra, forse è poco probabile. Cerco quest’informazione perché sono molto simpatiche e ce n’è una colonia anche al Parc Zoologique de Paris. Ma se troverò che in effetti non usano le liane, passerò a un’altra specie di formiche meno simpatiche, ma più realisticamente inseribili nel contesto. Oppure mi invento una scusa per disegnarle comunque.

Cosa stai ascoltando adesso mentre disegni le liane?
I Can.

 

 

Ti piace il krautrock? Beh d’altronde i “crauti” sono liane, in un certo senso, o comunque io ci vedo una specie di vegetazione lisergica. Che altra musica ascolti o immagini di ascoltare mentre disegni liane impazzite?
Ho una playlist abbastanza varia, con molto Randy Newman dentro, ma anche Jay Reatard. Di recente ho scoperto Mocke, un chitarrista francese. Ma non voglio vantarmi troppo delle mie vaste conoscenze musicali. Di recente mi sono stati consigliati i Parquet Courts, ho dovuto far finta di non averli mai sentiti. Però è scoraggiante vedere che questo non aiuta le vendite dei miei libri a fumetti. A questo proposito devo specificare che i fumetti di ErcComics sono concepiti per il supporto digitale, quindi in parte sono animati o interattivi. Cose che non si possono fare sulla carta.

A proposito di musica e vegetazione, musica di liane, ti vorrei consigliare questo disco che per me è il migliore del 2016 e parla di muschi, funghi e licheni. L’autore si chiama Boyarin e io lo immagino come un eremita che compone in una foresta ungherese ma credo che in realtà sia francese. Un giornalista ha descritto così il suo album: “It is like chamber music performed by the microfauna living within a fluorescent fungus city in the leaf litter beneath an ancient magical tree”.
Ottimo, non lo conosco, ora sto ascoltando Fungus. C’è una canzone che si intitola Grande-Garabagne, come nel Voyage en grande Garabagne di Henri Michaux.

Io vedo molte cose belle, poi il fatto di essere un autore italiano in Francia non viene giudicato come un fattore discriminante, quindi vince chi fa le cose migliori indipendentemente dal paese d’origine.

Testo che tu hai illustrato, molti anni fa, per la rivista Mano. Vedi che non cito cose a caso?
Bello questo Boyarin. È interessante il livello di complessità armonica. È una specie di progressive senza la prosopopea del progressive. Questo tipo di complessità attualmente lo ritrovi solo nell’heavy metal secondo me. Molte band attuali non si curano molto del loro livello tecnico dal punto di vista armonico e si accontentano di riprodurre più o meno sempre le stesse cose che hanno già orecchiato da altri. Questo non impedisce di produrre musica buona, non sto accusando nessuno. Il fatto di suonare musica complessa non garantisce di arrivare al cuore dell’ascoltatore, anzi, il più delle volte è un ostacolo. Quindi mi viene da pensare che Boyarin voglia porre degli ostacoli fra lui e chi lo ascolta. Cosa che non succede ad esempio con il metal. I Vektor per esempio fanno una specie di progressive thrash metal, e pur utilizzando progressioni armoniche complesse non ti impediscono di fare su e giù con la testa a ritmo mentre li ascolti, già dal primo ascolto. Poi in realtà in entrambi i casi ci sono comunque dei riferimenti, non stanno inventando proprio tutto. Boyarin prende dal barocco e dall’armonia modale, i Vektor dal barocco e dal jazz modale. Hanno molto in comune. Ma non sono un critico musicale, forse mi sbaglio.

Tu per esempio metti degli ostacoli tra te e il lettore, quando fai un fumetto? Ogni tanto penso di sì. Inoltre c’è una dimensione molto tecnica in quello che fai, nell’uso della tecnologia… Sei un fumettista progressive? Da principio è qualcosa che avrei potuto dire di Druillet, che è un progressive alla Yes chiaramente. Tu forse sei un progressive diverso, più contemporaneo. Qualcosa tra gli Animal Collective magari, per questa tendenza a ritagliare, rimontare, rilavorare, distorcere. No?
Sì Druillet é chiaramente un disegnatore alla Yes. Il termine Progressive viene sempre associato a qualcosa di pomposo ed intellettualizzato, perché all’epoca chi suonava quel genere voleva dare al rock dignità artistica, ma credo che ci sia qualcosa di buono nella definizione se si considera che significa di utilizzare all’estremo le proprie possibilità tecniche. C’è questa parola inglese: improve che è un sinonimo di progress, mi piace molto perché significa migliorare, ma contiene il termine “prove” che è come in italiano provare, verificare. In definitiva mettersi alla prova credo sia sempre una cosa positiva. Storicamente il punk si è messo in mezzo e ha fatto sì che parecchie cose molto creative che venivano fatte all’epoca fossero rimosse fino a qualche anno fa. So che va molto più di moda il punk, anzi non passa mai di moda, quindi la definizione di disegnatore progressive mi piace molto, grazie.

 

1-crop

 

Però a questo punto, per essere progressive per davvero, potresti raccontare storie fantasy. Come Gipi con Bruti, che non è una storia ma comunque un universo coerente. Invece nella tua carriera, finora, hai preso un’altra strada, che in termini di genere non è facile da definire: ci sono delle favole, o comunque una dimensione fiabesca un po’ malinconica, poi c’è il documentarismo esoterico di Vince Taylor (inedito in Italia) o del Casanova, che a me ricordano un rapporto all’immaginario alla Kenneth Anger (diciamo un realismo magico estratto dalla cultura pop), e ancora c’è l’adattamento di London che di nuovo fa cozzare la dimensione scientifica con l’inconscio collettivo.
Il documentarismo esoterico di Vince Taylor è soprattutto farina del sacco dello sceneggiatore Maxime Schmitt, che non a caso potremmo considerare il quinto Kraftwerk, il Kraftwerk alsaziano nascosto nell’ombra, quindi se non in ambito prog siamo in ambito kraut sicuramente.

Ma tu ti sei documentato un sacco. Hai arredato, diciamo, la casa di Maxime Schmitt con una quantità enciclopedica di frammenti che sembrano descrivere una storia segreta in cui tutto è collegato, da Elvis al punk. Ma invece perché non fai un fumetto di supereroi? Recentemente ho letto il Silver Surfer disegnato da Allred, è piuttosto divertente, e poi c’è questa vena pop che non dovrebbe dispiacerti…
Ho raccolto dal web più di duemila immagini, disegnando “Vince Taylor n’existe pas”. Allred bravissimo.

Secondo me oggi, anche se nessuno lo dice abbastanza, stiamo vivendo un periodo d’oro per il fumetto di supereroi: perché si è superata l’adolescenza, cioè la fase di emulazione di Watchmen e Dark Knight, e invece ci sono bravi sceneggiatori che sanno innovare senza perdere il sense of wonder… Tutto questo per dire che ho l’impressione che se oggi vado e prendo a caso un fumetto di supereroi, ho più possibilità di trovare una cosa buona che se prendo a caso un fumetto indipendente (penso in particolare alla Francia, dove ormai tutto si è sclerotizzato nell’estenuante imitazione degli stessi modelli che ormai hanno venti o trent’anni). Vabbè, questa come sai è un po’ la roba che dico da un po’, che ho scritto su Linus con Matteo Stefanelli sulla gentrificazione del fumetto. Ma tu che ne pensi dello stato del fumetto indipendente oggi?
Non lo so. No, io vedo molte cose belle, poi il fatto di essere un autore italiano in Francia non viene giudicato come un fattore discriminante, quindi vince chi fa le cose migliori indipendentemente dal paese d’origine. Pensa se in Italia ci fosse un’invasione di disegnatori francesi. Il problema è che di base, un fumetto francese è difficile per un lettore italiano perché non ammicca al lettore, è più educato, in più c’è un elemento di spleen che è endemico, Baudelaire viene insegnato a scuola, come in Italia si insegna Carducci.

In Italia, come sai, viene pubblicata una minima parte della produzione francese. Ti faccio un esempio: Nylso si può permettere di uscire contemporaneamente con due libri in bianco e nero, totalmente poetici e introspettivi, senza alcuna concessione all’avanspettacolo, senza citare Star Wars, senza riferimenti nerd, e viene apprezzato ora, nel presente come il genio che è, qui. Capisco la tua fascinazione per il fumetto di supereroi. Mi spiace non riuscire a mantenere intatto quel “sense of wonder” lì. Sono anni che non leggo un fumetto di supereroi. Mi dispiace, trovo puerile la retorica dell’eroe a fumetti. Non è puerile per niente la retorica dell’eroe in sé, che anzi trovo nobilissima. Ma proprio per questo non riesco, nella mia mente, a trattarla a suon di muscoli e superpoteri. Mi ricordo benissimo quando da bambino schizzavo ragnatele dai polsi stringendo medio e anulare sul palmo della mano. O quando mi ero convinto che con un po’ di allenamento avrei potuto fare come Bruce Wayne. Probabilmente sono cresciuto male.