Commenti

L’Italia vista dal cielo, 50 anni dopo

Dialogo con Folco Quilici.

 

Sullo schermo compare il disegno di una montagna frastagliata. L’inquadratura si allarga e l’immagine passa in dissolvenza a quella della montagna vera e propria ripresa da un elicottero che lentamente le gira intorno. Intanto una voce fuori campo racconta:

“Una delle estreme punte meridionali d’Italia, il Capo Vaticano, in Calabria. L’autore dell’antica stampa ha voluto mostrarci questo luogo come visto dal cielo e questa è una delle vecchie aspirazioni dell’uomo: vedere nel suo insieme, dall’alto, il mondo in cui vive. L’uso dell’elicottero e di speciali sistemi di ripresa cinematografica hanno reso disponibile la realizzazione del sogno: vedere dal cielo. E così, ecco immagini viventi di mari, coste, valli, paesi, quali un tempo poteva solo immaginare la fantasia di un artista”.

Subito dopo compaiono in sovrimpressione i seguenti titoli:

“La ESSO ITALIANA presenta Un documentario di FOLCO QUILICI L’Italia vista dal cielo BASILICATA E CALABRIA Testo di Giuseppe Berto”. Si tratta del primo dei quattordici documentari realizzati dal regista Folco Quilici tra il 1966 e il 1984. Quest’anno compiono cinquant’anni e il suo autore, quando gli spiego il motivo per il quale desidero intervistarlo, commenta: “Cinquanta? Per me sono passati duecento anni”.

Il francese, inventore di questo strumento denominato Helivision, era Albert Lamorisse. Inventore anche di un gioco da tavola, La conquista del mondo, conosciuto poi come Risiko!, e regista del cortometraggio Il palloncino rosso, Palma d’Oro Grand Prix al Festival di Cannes 1956. Il film racconta la storia di un bambino che libera un palloncino da un lampione e ne diventa amico inseparabile fino a volare nel cielo aggrappato a decine di altri palloncini. Albert Lamorisse morì nel 1970 durante le riprese di un documentario, precipitando da un elicottero mentre sorvolava l’Iran.

Trenta anni prima, siamo nel giugno del 1940, un comunicato del bollettino delle forze armate italiane annunciava che “Il giorno 28 volando sul cielo di Tobruch durante un’azione di bombardamento nemica, l’apparecchio pilotato da Italo Balbo è precipitato in fiamme. Italo Balbo e i componenti dell’equipaggio sono periti”. Tra i componenti dell’equipaggio c’era Nello Quilici, direttore del Corriere Padano, padre di Folco Quilici. Solo qualche anno prima, a Ferrara, Folco Quilici ha meno di dieci anni ed è in bilico sul terrazzo di casa, pronto a lanciarsi con un paracadute immaginario. Qualcuno lo acciuffa in tempo. Scoperta la passione aerea, una zia, capo ufficio stampa in Alitalia, gli fa provare il volo Bologna-Roma. Raccontando oggi la vicenda dice: “Fu un battesimo del volo che non scorderò mai”. Così come non ha scordato gli amici del padre, “Mi aiutarono molto sia negli anni del liceo che dell’Università. Il consiglio che più mi rimase impresso era di non forzarmi di scrivere cose che non conoscevo e invece di insistere molto su quelle che conoscevo e che sempre meglio avrei dovuto conoscere. Tra questi Carlo Belli, il primo a scrivere del Museo Archeologico di Taranto, mi fu maestro proprio nello scoprire i tesori del sud di cui nessuno parlava”.

 

 

Dopo l’incontro con il direttore della ESSO, Folco Quilici partì per incontrare Lamorisse, “Andai in Francia per farmi spiegare il funzionamento dell’helivision. Mi parve però che la serie di documentari francese avesse un taglio molto turistico, basato su scenari come la Costa Azzurra e i castelli, che già si conoscevano. Facemmo così anche noi un primo tentativo con un autore di documentari, ma il testo era banale. Decidemmo di buttare tutto, volevo essere il meno possibile documentaristico e dare invece il senso di un viaggio, di una scoperta. Devo dire che Lorenzo Cantini era una grande controparte, appoggiò subito la mia idea di ingaggiare degli scrittori”.

Scorrendo tutte le sigle delle puntate si legge: LIGURIA, Testo di Italo Calvino, LOMBARDIA, testo di Guido Piovene, SICILIA testo di Leonardo Sciascia, PIEMONTE E VALLE D’AOSTA, Testo di Mario Soldati. “Una legione di studiosi”, dice Folco Quilici, “di narratori del paesaggio italiano e delle sue opere d’arte. Gli scrittori si entusiasmarono. I soldi erano parecchi e si dava molta importanza ai loro desideri. Si faceva prima un lungo giro in macchina nella regione, nessuno ci correva dietro, si vedevano i paesaggi, i monumenti, si parlava tra di noi e con le persone. Una cosa che non si è mai più ripetuta. La ESSO per motivi di budget doveva ridiscutere ogni anno il progetto prima di approvarlo. Cambiavano presidenti, segreterie, c’erano riunioni interminabili a cui gli scrittori non partecipavano mai perché ne avevano terrore. E poi si cominciava a lavorare, di solito da fine estate o settembre, per tutto un anno”. Questo il tempo della produzione di ogni singola puntata: un anno di sopralluoghi, scambi epistolari con gli autori, bozze di testo, mappe geografiche, foto, piani di lavorazione. Oggi tutto questo è custodito in alcuni scatoloni che Folco Quilici ha traslocato dalla sede della sua casa di produzione romana alla sua casa di campagna. “Ho molti anni sulle spalle”, dice, “Non ho ancora aperto le scatole. C’è un materiale da esplorare”. Un ennesimo documentario, dove la terra da scoprire è celata dietro strisce di nastro adesivo.

Anche i volti sono paesaggio geografico. E mentre sullo schermo scorrono primi piani di uomini anziani che guardano in macchina, alternati a particolari di una coppola o di una mano che stringe un bastone, la voce fuori campo recita il testo di Giuseppe Berto, dalla prima puntata dedicata alla Basilicata e alla Calabria: “Il nostro sud è da troppo tempo una terra da rapina, cui si è tolto senza nulla aver dato per decenni, dalla prima metà del secolo scorso fino ai nostri giorni. La parte più valida della sua popolazione è stata costretta a cercar lavoro in terre lontane, è stato rubato l’uomo dopo che da tanti tempi erano stati qui strappati i beni delle campagne, dei paesi, delle città. Quando la rapina giunse dal mare essa ebbe un nome: la pirateria saracena”.

“La prima puntata”, racconta Quilici, “fu un motivo di scandalo senza fine. La presidenza della ESSO, e vari che mettevano bocca, pensavano si dovesse cominciare con una grande regione: la Lombardia, la Toscana, il Lazio. La mia idea invece di andare a pescare due regioni quasi mai filmate da nessuno suscitò infinite polemiche. Devo dire che tagliai corto. Lo presentai a loro, rimasero muti e silenziosi. Dissi, Vi saluto, devo andare in Africa a fare un lavoro. Torno fra tre mesi, poi ditemi com’è andata. Fecero riunioni, discussioni e accettarono la cosa”.

 

 

Il 1970 fu l’anno della Sicilia. Guardando alcune sequenze filmate, Leonardo Sciascia cita il celebre passaggio de Il Gattopardo, “Noi fummo i gattopardi, i leoni; chi ci sostituirà saranno gli sciacalli e le iene”, poi sulle scene di roccaforti cadute fa dire alla voce fuori campo: “Sì, è vero; furono in quei loro castelli imprendibili gattopardi e leoni a volte, contro l’autorità regia, ma furono anche iene e sciacalli nell’opprimere e spremere i poveri paesi ammucchiati ai piedi delle loro rocche”.

“Sciascia non era un grande viaggiatore”, dice Folco Quilici, “Con un po’ di buona volontà arrivava fino a Palermo. C’incontravamo per chiacchiere e cene, mi aiutò a capire lo spirito della sua regione. Mi diede una montagna di testi sulla Sicilia e mi disse, Fai una prova a metterli insieme tu. Li misi insieme, poi a sua volta lui riscrisse tutto e così nacque la Sicilia”. Il film questa volta non comincia dall’alto ma dagli sguardi. Dagli occhi dei siciliani. “Prima d’iniziare il nostro volo alla scoperta della Sicilia vista dal cielo”, annuncia la voce fuori campo, “abbiamo chiesto ai siciliani stessi di definirci la terra che stavamo per conoscere. Abbiamo chiesto: insomma che cos’è la Sicilia?”.

Un uomo risponde: “La Sicilia è… mi confondo guarda”. Un contadino risponde: “È un paese agricolo”. Un altro ancora: “È una terra che produce tutto, che in nessuna parte del mondo si può trovare una Sicilia”.

“Quell’incipit fu una tragedia senza fine. Al momento di presentare il film a Palermo, il vescovo, il sindaco, il deputato che lo videro mi dissero che cominciare così era un insulto alla loro terra, perché le persone intervistate erano semplici, ignoranti. Nacque una polemica, volevano tagliare quella parte. Entrarono in gioco quelle banalità dell’opinione pubblica, diffuse specialmente dalle autorità che vogliono mostrare solo le cose che dal loro punto di vista sono belle, le cose brutte non bisogna farle vedere. Gli scrittori, quando capitarono cose simili per altre puntate, erano in polemica con le autorità e anziché aiutare a calmare le acque facevano scene isteriche. Quella volta per la Sicilia non mi ricordo come ho fatto, ma in qualche maniera ho fatto e le scene sono rimaste. Quando fu proiettato andò benissimo”.

 

 

La ESSO organizzava la prima proiezione nella sala cinematografica più importante del capoluogo di regione cui era dedicata la puntata. Veniva poi tradotta in inglese, francese, tedesco e russo. “Allora dell’Italia si conosceva il Colosseo, magari Capri, ma non si immaginava questa immensa ricchezza paesaggistica e di opere d’arte. In uno stesso anno il documentario fu presentato a Mosca e a Washington. Quella serie di film superò la cortina di ferro”.

Il suono di un mandolino accompagna le immagini di alcune cartoline d’epoca. Una voce canta in sottofondo, Quanno spunta a luna a Marechiaro, un’altra in primo piano introduce la puntata sulla Campania: “Il pino, il mare, il lungomare, il Vesuvio sullo sfondo. Non si può sbagliare. Sono le cartoline illustrate più celebri del mondo e tuttavia questo paesaggio, proprio per il fatto di essere così universalmente riconosciuto, è il più misconosciuto. Forse perché prima di essere una città, Napoli è una categoria umana. E il suo connotato più rilevante resta l’imprevedibilità”.

Di quell’episodio Folco Quilici ricorda, “Non fu molto felice per ragioni militari. Ogni volta che atterravamo c’era ad aspettarci un funzionario del Ministero della Difesa che aveva il compito di sequestrare il materiale. Dovevano prima visionarlo loro. Lo tenevano un mese, un mese e mezzo. Io riuscivo per fortuna a scattare centinaia di foto, i rullini non li sequestravano, e così cominciavo a farmi un’idea del montaggio da quelle. Per la Campania mi dissero che non dovevo mostrare il porto di Napoli perché poteva essere un obiettivo militare. Fu un’impresa titanica e un po’ sciocca mostrare Napoli senza mostrare il mare”. Forse per questo motivo a un certo punto la telecamera, s’inabissa in un altro blu e una voce spiega, “Architettura sottomarina ad aprirsi e svelarsi nell’ombra e svelarsi di quel cielo liquido e subacqueo che circonda Capri e quasi rovescia la dimensione naturale delle cose”.

Il testo è di Michele Prisco, premio Strega 1966 con il romanzo Una spirale di nebbia, (Rizzoli). Di lui Folco Quilici ricorda, “Fu il meno collaborativo. Era molto chiuso. Mi diede un testo, peraltro molto bello, ma non partecipò alle riprese. E poi era tutto Napoli, Napoli, il resto della Campania non era altrettanto nel suo arco. Aveva una sorella infernale che si impicciava molto del suo lavoro”.

Gli faccio notare che dopo una veduta area del vulcano si parla degli operai che lavorano nei forni. Guardandolo, gli dico che ho avuto l’impressione che volesse dire esplicitamente che quella terra si era letteralmente data all’uomo, gli aveva dato un lavoro. Gli dico anche che spesso, dalle vedute aeree, sembra venir fuori una geografia umana, dove i luoghi rispecchiano la vita degli uomini e viceversa. Mi risponde: “Mah, se lo dice lei sono d’accordo. I film li ha appena visti mentre io sono venti anni che non li vedo, quindi credo a ciò che dice lei. Non ho molta voglia di rivedere le cose fatte. Mi arrabbio molto con me stesso. Mi accuso di sbagli o di omissioni. Preferisco non giudicarmi. Poi una volta il lavoro era diverso, non facevi in tempo a finirne uno che cominciavi un altro, magari in Oceania, in America del Sud, in Alaska. Durante l’edizione di un film ci lavoravo con accanimento, il montaggio era il momento più importante, più difficile delle riprese stesse, ma una volta finito, si ripartiva con altro”.

 

 

Lo scrittore con cui ha lavorato meglio, dice, è stato Guido Piovene: “Facemmo molti giri in macchina per la Lombardia e decidemmo di partire dal tema dell’acqua, che significava la grande agricoltura ma anche la grande industria. Fece un testo molto bello, ricordo che venne a Roma per vedere le scene, prese tanti appunti e si immerse molto nel lavoro, più di ogni altro autore.”

Grattacieli. Torre Velasca. Metropolitana. Uomini e donne all’ora di punta. Fra cappotti e ombrelli, semafori e automezzi, spuntano sguardi altrettanto in movimento, di chi cerca il momento giusto per attraversare una strada, di chi è in cerca di qualcosa o di qualcuno, e poi il Duomo visto dal basso, un palazzo con in cima l’insegna Aperol che si accende e quando si spegne la scena va a stacco su un sentiero di campagna avvolto nella nebbia. Comincia così l’episodio, con la voce fuori campo che si chiede, “Che cosa esiste della Milano di una volta? Della Lombardia di una volta?” e poi ancora, “Lombardia viva, problematica, che fa suoi i fermenti del nostro tempo. Noi la percorreremo in un itinerario diverso, in un ritmo diverso e cercheremo in un tempo lento delle riprese dal cielo di riscoprirne il volto di sempre”. Le immagini dall’alto sorvolano le alpi, “In una Valle Alpina, la Val Camonica, le rocce sono un libro di preistoria. Ci narrano di un popolo di cacciatori, i Camuni, che rappresentarono su queste rocce per alcuni millenni la propria vita. E proprio fra queste rupi nella preistoria cominciò in un certo senso l’industria lombarda”.

 

 

Nel libro L’ITALIA VISTA DAL CIELO, edito nel 1980, un prezioso diario di viaggio di quell’esperienza, Folco Quilici scrive a pagina 17: “Sono itinerari non solo in aree remote ma in ere remote. Si vola, lassù, dal presente al passato; dal nostro tempo a quello delle prime stagioni. In un altro passaggio scrive: “Quando si parla di continuità di vita, bisogna comprendere nella vita anche la morte che salda una generazione all’altra”. Sfogliando qualche pagina, il discorso si ricollega quando parlando della Sardegna vista dall’alto dice: “Essa mi si rivelava in un’immagine primordiale: la presenza dell’uomo, delle sue case e dei suoi paesi era come cancellata dall’altezza del mio punto d’osservazione sospeso tra le nubi che il vento di marzo spingeva su di un paesaggio che a fortuna aveva voluto io potessi filmare e fotografare in quello stupendo mese di luce e di solitudine”.

La sensazione di solitudine era condivisa con l’operatore e con il pilota, di lui ricorda Folco Quilici, “Si era allenato con il pilota che aveva portato l’elicottero ne La Dolce Vita”. Da terra venivano seguiti da un auto, per i rifornimenti di benzina e le soste. “Abbiamo avuto vari piccoli incidenti, anche molto gravi. Una volta finì la benzina appena decollati. Atterrammo di fortuna su un fienile. Un inverno vivemmo una brutta avventura. Di ritorno dalle Dolomiti trovammo Padova ricoperta di nebbia, si vedeva solo qualche punta di campanile. I segnali della benzina si facevano sempre più rossi. Anche lì il pilota riuscì a trovare un campo dove atterrare”. L’Italia è vista dal cielo ma anche dal basso. In ogni regione cercavano una manifestazione che potesse rispecchiare lo spirito del luogo, scorrono così sagre, processioni di uomini che si fustigano a sangue, funerali di paese, un uomo travestito da capra che suona una vecchia fisarmonica accompagnando la mietitura del grano. Su tutto ciò, un’ombra: quella dell’elicottero. Si muove sempre da sinistra verso destra, sorvola lo schermo, s’imprime nelle campagne e nei monumenti come un personaggio della storia. L’elica è un linguaggio. “Ci tenevo che si vedesse l’elicottero al lavoro”, commenta Quilici, “Volevo fosse chiaro che non era materiale raccolto così, un po’ casualmente, ma c’erano un itinerario e un protagonista, ed era quell’elicottero che arrivava, atterrava, ripartiva”.

 

 

Nel ruolo del personaggio minore c’è la musica, nonostante i nomi dei musicisti nei titoli di testa: Musiche di Ennio Morricone, Musiche di Piero Piccioni, Musiche di L.E. Bacalov. “Devo dire che non fu un’operazione di cui ero particolarmente fiero. Non amavo molto la musica nel film e dove ho potuto ho messo il rumore dell’elicottero, delle campane, il vento. La musica, quindi, ho cercato di ridurla al minimo per non essere soffocante e i musicisti non erano molto contenti di essere così sacrificati. Di solito venivano a vedere tutto il materiale, o glielo mandavo con qualche videocassetta e mi davano venti o trenta pezzi ispirati a ciò che avevano visto. Magari io gliene chiedevo uno o due in più, ma non c’è stato un intervento basilare come con gli scrittori. Gli scrittori venivano sempre a vedere in anteprima il lavoro. Quando vedevano il materiale gridavano, strillavano, saltavano sulla sedia, erano molto entusiasti perché fino ad allora non si era mai visto niente di simile”.

Mi abbozza quindi una piccola mappa regionale degli scrittori, “La Lombardia di Piovene è molto ricca. La Liguria di Calvino la ricordo per l’asciuttezza. La sovrabbondante arte toscana di Mario Praz. Di Ignazio Silone che curò i testi dell’Abruzzo ho due ricordi: bisognava chiamarlo Maestro e non voleva vedere nessuno. Ci volle tutta una manovra diplomatica per incontrarlo. Mi diede il testo, bello, ma senza nessuna indicazione concreta. Ma fu anche il bello dell’impresa, con testi molto diversi nessun film è uguale all’altro”. E in nessuno degli episodi compare un logo o una stazione di servizio della ESSO, “Lorenzo Cantini mi fece togliere ogni scena dove vagamente poteva vedersi un impianto. Quando abbiamo girato a Venezia mi ha fatto togliere un sacco di materiale dalle riprese di Mestre perché si vedevano molte stazioni di servizio e non voleva minimamente che sembrasse una pubblicità”.

La puntata della Sardegna, l’ultima del ciclo, si chiude con le immagini di una mandria di cavalli bradi in fuga, “Incombe qui lo stesso pericolo di tutti i paesi”, commenta la voce fuori campo. Il pericolo della natura che soccombe all’uomo, della modernità che non trova il giusto equilibrio con il paesaggio. Poco dopo, su un fermo immagine di un’aquila in volo compare la parola: FINE.