Foto: Federico Clavarino.
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The Castle

Viaggio nell’Europa di Federico Clavarino tra Kafka, Benjamin e l’immigrazione.

 

The Castle (2016, Dalpine) è il terzo libro fotografico pubblicato dal fotografo Federico Clavarino (Torino, 1984). Il lavoro, in mostra alla Galleria Viasaterna di Milano, parte della collettiva 2016 – Sulla Nuova Fotografia Italiana, si svolge in una collezione di simboli, di idee di Europa, in cui le immagini alludono, evocano, si richiamano, suggeriscono, giocano col fraintendimento, col numero: analisi lucida in quattro capitoli di un continente momentaneamente confuso e in cerca non tanto di definirsi, quanto di una propria identità tra le differenze.

Dopo i delicati colori di Ukraina Pasport (2011, Fiesta Ediciones) e di Italia o Italia (2014, Akina Books), Clavarino, che da anni ormai vive a Madrid, dove ha studiato e ora insegna fotografia, torna occuparsi dei luoghi, più in senso ideale che fisico, in bianco e nero, con contrasti pesanti e immagini che nella loro armonica disarmonia disturbano e invitano alla riflessione. Ispirato, tra molti, da Il Castello di Kafka, «un luogo che non solo emana un potere, ma anche un linguaggio che il protagonista non riesce a decifrare del tutto perché si materializza in una serie di regole e direttive assurde». In The Castle allora il linguaggio della fotografia, per sua natura frammentario ed ellittico, può essere usato solo per suggerire delle possibilità di senso, «delle connessioni tra cose apparentemente distanti e riavvicinate sulla pagina (o sulla parete), come se ci si ritrovasse davanti a un mondo in frantumi e si cercasse disperatamente di ricomporlo».

Come nasce e qual è la tua idea Europa come idea o collezione di idee (perdona il gioco di parole, ma vedo nel lavoro proprio un gioco prospettico) che troviamo in The Castle? Da quali osservazioni personali sei partito?
La domanda per me nasce dal sentimento di percepita insufficienza nel modo in cui viene definita l’Europa, nel discorso corrente e dai media. L’Europa intesa come pezzo di terra diviso in stati-nazione legati da patti di natura economica e politica, in cui sono inclusi o esclusi Paesi su basi assurde. L’Europa come il progetto a metà dell’Unione Europea; quella del piano Marshall e del Patto Atlantico, quella post-coloniale dal grande passato ora politicamente insignificante se paragonata a colossi come la Cina o gli Stati Uniti. L’Europa che ha deluso e che vede rinascere pulsioni nazionaliste e xenofobe. L’Europa fortezza circondata di gommoni.

 

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Tutto questo non potrà mai essere capito a fondo se non ci si chiede che cos’è l’Europa, cosa ci rende simili, oltre le differenze, le tensioni identitarie e gli stereotipi. La risposta è: una cultura, un cocktail di idee, immagini, di una serie di conoscenze che hanno viaggiato e che hanno dato forma a cose, persone, città. Ci sono miti comuni, una storia comune del pensiero (un misto di filosofia greca e di morale giudaico-cristiana) e un’ossessione politica ereditata dall’Impero Romano, che per primo ha generato l’unità territoriale europea e i cui simboli continuano a sopravvivere. Sono cose che attraversano la storia come fiumi sotterranei e che tornano ad affacciarsi in tempi e luoghi anche lontani. L’Europa coloniale ha esportato idee, strutture politiche, sistemi economici, icone. L’Europa del dopoguerra ha fallito: la mia opinione è che bisogna farne un’altra, più unita, più politica, più cosciente dei suoi attributi, più critica rispetto a se stessa, ma anche più pronta a farsi carico del suo ruolo storico. La grandezza di questa cultura è sempre stata la sua capacità di porsi delle domande e, quando ha smesso di farsele, è sprofondata nella barbarie. Ora, l’unico modo per trovare gli strumenti con cui affrontare la crisi attuale comincia dal chiedersi che cosa significa essere europei.

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Da quale letteratura è nato questo progetto?
Il primo punto di riferimento letterario di The Castle è l’omonimo Il Castello di Franz Kafka, il libro riprende il suo titolo insieme a una serie di temi e di immagini. Ad accompagnare lo sviluppo del progetto sono stati anche i primi due volumi di Homo Sacer di Giorgio Agamben, con le riflessioni sulla nuda vita e sullo stato d’eccezione. L’idea che il campo di concentramento potesse essere alla base dell’esperienza contemporanea delle società europee è ciò che mi ha portato a iniziare il progetto, ormai cinque anni fa. I libri di Agamben li ho scoperti dopo e mi sono serviti a dare struttura e profondità a quello che avevo in testa, come L’Atlas Mnemosyne di Aby Warburg. Anche l’opera di Walter Benjamin, soprattutto le tesi Sul Concetto di Storia e il saggio Per la Critica Della Violenza, è stata e continua a essere fondamentale per il mio lavoro, insieme agli scritti di filosofi più contemporanei, come Slavoj Zizek e Peter Sloterdijk. La lettura di Nietzsche, invece, è stata una costante degli ultimi otto anni e sicuramente ha avuto un’influenza considerevole sui miei ultimi due progetti. Le suggestioni poi provengono sempre da ogni luogo, fuori e dentro i libri, dalla mitologia Greca e la Bibbia alla fotografia di Moholy-Nagy, Michael Schmidt, Jason Fulford, John Gossage, fino all’opera di Anselm Kiefer, di Gerard Richter e altri; ma, soprattutto, dall’esperienza di ogni giorno. C’è un momento in cui osservi le cose abbastanza a lungo da vederle assurde, strane, problematiche, ed è a quel punto che inizia il lavoro, che le domande si fanno insistenti e il bisogno di creare costellazioni di senso diventa più urgente.

 

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In The Castle torni al bianco e nero dopo due progetti a colori. Questa scelta da cosa dipende e che cosa implica?
Ho lavorato quasi in contemporanea su Italia o Italia e The Castle: spesso lavoro allo stesso tempo su un progetto a colori e uno in bianco e nero perché il bianco e nero mi aiuta prendermi una pausa dal colore, che mi piace, ma mi stressa molto. Il bianco e nero, più flessibile, mi permette di lavorare comodamente anche in interni e con luci artificiali. Il colore, inoltre, non è un attributo innocente in fotografia, è carico di determinazioni temporali e di aspetti emotivi, mentre questo lavoro doveva riuscire a mischiare temporalità differenti e arrivare precisamente a definire concetti. Questo bianco e nero è per scelta opaco a suggerire una superficie grigia, metallica, sorda.

Che funzione ha la figura umana?
In tutto il lavoro appaiono solo giovani, se escludiamo le figure nelle doppie esposizioni del primo capitolo. Se il libro, come è mia intenzione, riesce a essere un appello, è a loro che è diretto.

In Italia o Italia hai voluto edificare un luogo, come “un architetto”. L’hai fatto soltanto attraverso immagini, senza includere alcun testo nel libro, mentre in The Castle mi sembra che tu abbia abbracciato una via più analitica, sia visivamente, sia nella scelta di dividere in capitoli il libro e di dar loro un nome preciso. Come evolve la narrazione nei quattro capitoli – The Dead, The Organizing Principles, The Castle, At Twilight?
I quattro capitoli nascono in parte dal metodo di ricerca su cui è basato il lavoro, ovvero dalle idee che contiene, e in secondo luogo dall’esigenza di organizzare il tanto materiale fotografico in gruppi di senso. Una volta create le “isole” di immagini e concetti si è trattato di lavorare su ognuna di loro e sulla struttura. Ho pensato di affrontare ogni capitolo diversamente: il primo intorno a un incidente (la doppia esposizione di un negativo a Varsavia e poi ad Auschwitz), il secondo seguendo un’idea di “atlas”, ovvero una serie di costellazioni di immagini che evocassero concetti; il terzo lavorando con coppie di fotografie che in modo più monumentale, fisico, risuonassero insieme potenti. Il quarto era formato da una ventina di immagini: alla fine ne sono rimaste solo cinque, sufficienti per lasciare in sospeso la domanda.

 

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Che funzione ha il testo in questo progetto e, in generale, nella tua narrazione?
Ho sempre cercato di evitare il più possibile l’uso del testo nei miei lavori. In Ukraina Pasport avevo persino cercato di evitare di usare un titolo: il nome del libro derivava da un’iscrizione in cirillico propria dell’oggetto che avevo usato per contenere il lavoro (il facsimile di un passaporto Ucraino). Mentre in Italia o Italia ho limitato il testo a quello che dovevo inserire per legge – il copyright, il mio nome, il titolo del libro e la data di pubblicazione. Mi interessava che le immagini si potessero difendere da sole. Il testo è potente: condiziona pesantemente la lettura delle fotografie, crea per loro un contesto, limita il campo. A volte questo è utilissimo e necessario, ma io avevo bisogno questa struttura venisse fornita dalla sequenza e dal ritmo delle foto. In The Castle c’è più testo. Ci sono i proverbi che accompagnano ogni capitolo e i testi alla fine del libro, le note nascoste nella copertina, aggiunte dell’ultimo momento per rispondere a necessità differenti a seconda di ogni capitolo. Nel caso del primo, avevo l’impressione che se non avessi narrato l’incidente da cui nasce il capitolo avrebbe perso forza, e anche che ci fosse bisogno di localizzare alcune delle altre immagini per aumentarne la comprensione. L’idea è che uno possa leggere il libro, lasciarsi guidare dalle immagini, poi leggere le note e tornare alle foto con occhi differenti. Per il secondo capitolo ho fatto una selezione di testi tra quelli che mi hanno guidato nello sviluppo del lavoro, una piccola bibliografia che permetta un approfondimento da parte del lettore, che lo porti da qualche altra parte, a libri molto diversi da quello che hanno in mano. Un libro è anche un portale aperto su altri libri. Il terzo capitolo è accompagnato da una serie di frammenti dell’antico testamento che parlano di fortificazioni, mentre all’ultimo capitolo è associata una delle tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin, che fornisce una chiave di lettura all’enigma delle ultime immagini del libro.

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Mi sembra che in questo progetto giochi molto di più con le connessioni, che non sono più sussurrate o suggerite lungo il filo del lavoro, bensì sottolineate, più imposte che proposte, con una capacità evocativa non inferiore, ma comunque diversa. Fa parte dell’idea che ti sei fatto del potere alla base del sistema?
Questo libro è più diretto di Italia o Italia, che giocava con connessioni e rimandi lungo la sequenza, per essere sfogliato e risfogliato, pieno di citazioni, omaggi, enigmi. The Castle risponde a un’urgenza differente. Le idee che contiene sono complesse, l’intenzione è quella di fare sì che colpiscano come pugni: vuole essere un lavoro meno bello, forse meno poetico, ma più potente. Ci sono delle parti del libro in cui non voglio che esista spazio per gli equivoci, ma sì per il pensiero. Io non voglio imporre nulla, ma voglio essere chiaro. Per quanto riguarda il discorso del potere, ogni sistema di conoscenza è anche un sistema di potere, e a seconda di come usiamo un linguaggio stabiliamo relazioni di potere differenti.

 

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Prima di studiare fotografia, ti sei formato in letteratura. Quanto gli studi alla Holden di Torino influenzano oggi la tua narrazione fotografica?
Non lo so. Direi che di sicuro la mia relazione con la letteratura influenza la maniera in cui mi avvicino alla fotografia, ma non saprei dire come; di sicuro gli studi a Torino mi hanno arricchito enormemente in quanto a strumenti narrativi, ma sono passati anni e mi è difficile rintracciare il corso di certe idee. Ho sempre avuto una pessima memoria, una delle ragioni per cui non sono mai riuscito a scrivere qualcosa di decente. La scoperta della fotografia per me è stata una manna, mi permetteva di fare cose che con la scrittura non riuscivo a fare. La letteratura in ogni caso rimane il mio primo punto di riferimento: vedo moltissima fotografia, frequento assiduamente musei e gallerie, mi avvicino a discipline differenti, ma alla fine torno sempre più spesso ai libri.

Che valore ha oggi per te la fotografia? Quale deve essere la sua funzione?
Per me la fotografia ha un valore enorme, è uno strumento per pensare e a me serve moltissimo, anche se non escludo assolutamente di integrare pratiche diverse in quello che faccio. Più in là di quello che possa farne io, la fotografia è un linguaggio sempre più usato, e Moholy-Nagy aveva ragione quando diceva che “colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro”. Il problema è che è pieno di analfabeti. Tutti usano la fotografia, ma ripetono le stesse immagini, scattano per mantenere in vita una realtà fabbricata nelle agenzie di pubblicità, in televisione, e via così. Le fotografie sono alla base della cultura visiva che da forma ai desideri e alle aspirazioni della gente, una cultura che plasma valori che io personalmente rifiuto. Credo nel bisogno di una migliore educazione fotografica e in generale relativa alla lettura delle immagini, che dovrebbe essere integrata nella scuola dell’obbligo, diretta a fornire strumenti critici alla gente, che le permetta di interpretare il flusso di immagini che scorre ininterrottamente davanti, un flusso che la gente stessa fabbrica di continuo, senza saperlo leggere.

 

Immagini per gentile concessione di Federico Clavarino.