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Il mondo è pieno di posti strani

Intervista ad Atlas Obscura.

 

Atlas Obscura è una rivista online nata come una versione lisergica della Lonely Planet e finita per diventare una delle migliori testate del web: è curiosa, strana e scritta bene. La sua linea editoriale, nel tempo, ha virato da “posti strani da visitare” a “il vero posto strano è il pianeta Terra”. Quindi storie e personaggi, oltreché luoghi. Quest’estate, per esempio, ha dedicato uno speciale al mondo sottomarino.

Il 20 settembre uscirà Atlas Obscura: An Explorer’s Guide to the World’s Hidden Wonders, un librone curato da Joshua Foer, cofondatore del sito e fratello di Jonathan Safran, autore di Ogni cosa è illuminata. Joshua però non è solo un fratello-di: è uno scrittore, autore de L’arte di ricordare tutto, un viaggio tra le persone con una super memoria alla Sherlock Holmes (Joshua è una di quelle persone; il titolo originale dell’opera era Moonwalking with Einstein).

Essendo The Towner un magazine dedicato ai luoghi delle nostre vite, non potevamo che tendere un ponte verso questa sorella maggiore d’oltreoceano e fare due chiacchiere con Reyhan Harmanci, direttrice del sito dal marzo del 2015. D’altronde, se – come detto – negli ultimi due anni Atlas Obscura (d’ora in poi AO) è cambiata, migliorando, è anche grazie a lei.

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La copertina di Atlas Obscura: An Explorer’s Guide to the World’s Hidden Wonders.

“Sono finita qui”, mi ha spiegato Harmanci, “grazie a una fortunata serie di eventi. Su tutti, il fatto che David Plotz, il CEO [ed ex direttore di Slate, Nda], ha cominciato a parlarmi del progetto mesi prima di trovare i finanziamenti per farlo. È stata una conversazione graduale ma capii presto che volevo lavorare in un posto mosso da valori così belli: curiosità, esplorazione, meraviglia”. E questo è AO, un grande archivio di luoghi e monumenti poco conosciuti, spesso inquietanti e strambi – ma perché fare un libro?

“Il progetto del libro”, racconta Harmanci, “precede di qualche anno il mio arrivo. Credo che i fondatori della rivista avessero capito quanto la collezione di posti interessanti e oscuri stesse avendo successo online. Solo che le guide online non offrono la stessa esperienza di un libro fisico pieno di belle foto”. Il volume, comunque, “non è pensato per fungere da guida”, spiega smontando il mio parallelo AO-Lonely Planet. “È più un’ispirazione che un consiglio pratico”.

 

 

Prendiamo i consigli del sito per chi visita l’Italia: tra i primi posti c’è l’isola di Poveglia, maledetta e abbandonata gemma della laguna veneta, e il Parco dei Mostri di Bomarzo, oltreché il dito medio di Galileo Galilei. AO ha un solo fondamento: “il mondo è più bello e strambo di quel che pensate”.

La tentazione di usare l’archivio come guida rimane anche a Reyhan, che ha ideato il suo viaggio da sogno in Giappone basandosi sui luoghi oscuri del sito che dirige. “Non sono mai andata in Giappone. E amo i gatti. Quindi visiterei Tashirojima, detta l’isola dei Gatti (a dire il vero ce ne sono più di una!). Anche l’isola delle volpi sembra incredibile e poi ci sono le bellezze naturali (come la foresta dei suicidi???). Praticamente”, conclude, “tutta la nostra guida del Giappone mi fa venire voglia di comprare un biglietto aereo”.

 

 

Torniamo così al punto d’inizio. Atlas Obscura non è una guida turistica eppure lo è. Dal 20 settembre esisterà anche sotto forma di librone, così da poterlo sfogliare e magari riuscire a capire cos’è davvero questa rivista. Forse è solo una rivista meravigliosa a cui serve una guida (una guida di una guida), per cui ho chiesto alla direttrice di scegliere i pezzi preferiti dell’archivio, che possono tornare utili a chi volesse scoprire questo strano mondo.

Reyhan Harmanci comincia col suggerirmi “The Duke, the Architect, the Multiverse”, una lunga storia su una convention dedicata alla teoria del multiverso organizzata da un duca scozzese all’interno di un’opera di land art mistico-spaziale. “The Spy Who Billed Me” si occupa invece della parte burocratica del lavoro di intelligence, quello dei conti e dei rimborsi spese, rispondendo alla domanda: “Chi rimborsa le spie?”.

 

 

Si prosegue poi con “What Happened to ‘The Most Liberated Woman in America’?”, la storia di Barbara Williamson, 76 anni, che negli anni Settanta fondò col marito una comunità nudista dedita all’amore di gruppo e ai matrimoni “liberi”. E oggi come se la passa? C’è poi “The Famous Photo of Chernobyl’s Most Dangerous Radioactive Material Was a Selfie” il retroscena su una foto poco famosa ma unica al mondo, quella scattata a Chernobyl a poche ore dal disastro del 1986. Forse era un selfie, forse chi l’ha scattato è ancora vivo. Forse.

Infine, Harmanci non poteva che indirizzarmi a una mappa dettagliatissima degli Stati Uniti letterari: posti protagonisti di grandi romanzi e racconti. Anche loro hanno reso il mondo “più bello e strambo di quel che pensate”.