Foto: Chiara Zucchellini.
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Intercity Inferno

Firenze Rifredi non è una stazione: è una Cerniera per l'Aldilà.

 

Di solito funziona così. Se fuori fa freddo, a Firenze Rifredi fa più freddo. L’aria si incunea cruda fra i binari, scivola lungo i palazzi color mattone, sferza e congela. In fondo, proprio laggiù in direzione Nord, agli antipodi del Cupolone del Brunelleschi che svetta in lontananza, un Lucifero invisibile sbatte soddisfatto le sue ali: e nell’alveo della stazione è subito Cocito.

Dalle banchine si leva alto il lamento di quei traditori che per risparmiare hanno preferito le carcasse maleodoranti degli Intercity agli agi vip delle Frecce. Hanno commesso grave peccato e per questo sconteranno la pena qui, a Rifredi, dimentichi per sempre delle amenità che offre il caos paradisiaco di Santa Maria Novella a soli 6 minuti di rotaia.

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L’ingresso dell’Ade.

D’altro canto, se fuori fa caldo, a Firenze Rifredi fa più caldo. Con la bella stagione il Cocito si scioglie, e sotto i binari scorre impetuoso Flegetonte. Manda calore dal basso, di lato, dappertutto, avvolgendo in una vampa da forno le anime in attesa. L’aria vibra, vibrano lontani i mattoni a spina di pesce del Cupolone, vibrano i suoi costoloni di pietra, e Firenze – quella vera – è un miraggio nel deserto.

Eppure, non importa quale sia la stagione, a Firenze Rifredi ci sono le aquile. Volano basse e se ne fregano del freddo, del caldo, di Brunelleschi e di chi aspetta il treno con il suo bagaglio invisibile di vita sottobraccio. Volano stampigliate sui vetri spessi che separano i binari dai palazzi e mi ricordano che mi sto avvicinando al bordo zigrinato della Cerniera che mi tiene assieme.

Sono ormai – quanti? – quasi dieci anni – oddio! – che faccio scalo a Firenze Rifredi saldando Modena a Pisa, e Pisa a Modena. In tempi non sospetti, quando la mia vita era ancora tutta quanta in Emilia Romagna, mi fermai lì una volta sola. Era il viaggio di ritorno da una vacanza al mare con amici. La stazione era deserta e, dato strano, per essere estate era una giornata fredda. Quindi, a Rifredi, più fredda. Tirammo subito fuori le giacche, il vento ci segava le guance e il nostro treno portava ritardo. Ci accampammo al binario 2 aspettando Godot, tetragoni alle intemperie, ammassati su una panca verde e scomoda che è ancora lì nello stesso punto. Per ingannare il tempo, il mio moroso di allora estrasse la chitarra acustica dalla custodia e suonò The Rover dei Led Zeppelin, bavero alzato e capelli al vento. Anche Luciferò apprezzò la colonna sonora e sbatté più forte le ali.

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Aquile + Palazzi + Freddo.

Se avessimo saputo che esisteva una parte di stazione al chiuso ne avremmo approfittato. Forse. Invece scoprii la biglietteria-sala d’aspetto solo diversi anni più tardi, quando già facevo la spola fra Emilia e Toscana. A un certo punto Rifredi fu elevata a scalo di tutti gli Intercity per permettere alle sole nuovissime Frecce di scoccare subito in centro città, a Santa Maria Novella. Quindi, come dicevo, gli habitué dello scompartimento a sei posti con tessuto vintage e poggiatesta ingrigito dal sebo furono dirottati di punto in bianco nella suburbia dei palazzoni e delle aquile, me inclusa.

Una volta rimesso piede a Rifredi mi tornarono subito alla mente The Rover, il clima inospitale, le vetrate spesse e sporche dove in controluce, in un punto ben preciso del binario 9, si legge uno dei classici evergreen toscani: “Pisa merda”. Accolsi quindi la stazione come una vecchia amica un po’ nostalgica e trasandata, senza dubbio imbarazzata per tutto quel traffico improvviso.

Per mesi rimasi convinta che Rifredi fosse tutta lì, concentrata nell’alveo dei suoi binari, abbracciata da colonne alte di terrazzi e spigolose strutture dismesse, con le sue pensiline troppo corte e le panchine verdi sempre occupate. Poi, un giorno, salendo i gradini in avanscoperta mi imbattei nella biglietteria-sala d’aspetto. La sensazione fu pari a scoprire un forziere d’oro: mai più Cocìto, mai più Flegetonte, ah finalmente. Entrai. Constatai subito un overbooking di posti letto, un russare forte, l’odore acre di chi vive in strada e quello del vino in cartone. Uscii.

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In attesa (ma con Fototessera sullo sfondo).

A dire la verità ogni tanto nella biglietteria-sala d’attesa ci ho svernato, ma non è la stessa cosa. Sebbene negli anni sia stata sgomberata dai suoi inquilini stabili, anche quando piove ed è tutto umido le anime in attesa si siedono in bilico sui vasi di fiori vicino alla gradinata che porta ai binari. E la sala d’aspetto rimane sguarnita: un interno hopperiano con luci al neon e sedili freddi e grigi. Perché è vero, non è la stessa cosa. Là non si sente bene tutta l’essenza della Cerniera. A Firenze Rifredi bisogna stare sulla banchina a patire, e basta.

Ma dicevamo, essendosi la stazione improvvisamente popolata di viaggiatori cominciò la lenta metamorfosi che ancora oggi perdura sotto le inflessibili sferzate climatiche. Lo sgombero della sala d’aspetto fu solo uno dei tanti tasselli. Qualcuno fiutò subito il business dei nuovi flussi e avviò un’attività di facchinaggio su giù e giù per i gradini. Il baraccio di fianco, proprio in cima agli stessi gradini, cambiò nome, rifornì la teca con paste meno “Luisone” e sostituì lo storico mobilio con sedie colorate e allegre. L’altro bar al di là della strada ampliò il ventaglio dell’offerta alimentare, accostando ai quadrati di pizza un bel pentolone pieno di odori bolliti e tranci di lampredotto per preparare i famosi panini fiorentini. Sempre all’esterno della stazione vennero montati un paio di cessi nuovi di zecca, quelli dove bisogna inserire la moneta per entrare, dove l’interno è un gabbiotto in metallo tutto automatico e, una volta dentro, vieni assalito dal terrore che la porta non si riapra più.

All’apparire delle aquile e dei palazzoni i viaggiatori meno navigati si guardavano interdetti, chiedevano conferma ai pendolari, esitavano davanti alla porta.

Poi, per non disorientare ulteriormente il viaggiatore della domenica – che se pensa a Firenze non la associa di certo al salotto rifrediano – vennero promosse buone pratiche di comunicazione e informazione. Già sull’Intercity la voce metallica dell’altoparlante prese ad annunciare lapidaria: “Prossima fermata Firenze Rifredi, unica fermata nella città di Firenze. Ripeto: unica fermata nella città di Firenze”. All’apparire delle aquile e dei palazzoni i viaggiatori meno navigati si guardavano interdetti, chiedevano conferma ai pendolari, esitavano davanti alla porta. Il più delle volte aspettavano l’apertura automatica, ma, ehi, è un Intercity: non lo sapete che la porta si apre premendo il bottone verde e tirando un paio di bestemmie?

Una volta scesi sulla banchina caricavano in spalla gli zaini con circospezione, tenevano stretta la valigia prima che il frullio d’ali di Lucifero la facesse volare via e cercavano aiuto con lo sguardo.

“Ma è la fermata giusta?”

“Secondo me abbiamo sbagliato.”

“Scusi, ma per Firenze va bene qui?”

“… E adesso?”

Per ovviare al giusto sgomento, cavalcando l’onda del restyling grafico delle stazioni, ci fu un massiccio investimento in cartellonistica. Provare per credere. Se vi mettete in un punto esatto del binario 2 o del binario 9 potete gustare al massimo il risultato: una progressione di insegne di varie altezze e grandezze che esplodono come una sequenza di finestre pop up. Firenze Rifredi, Firenze Rifredi, Firenze Rifredi, Firenze Rifredi… Insomma, l’hai capito o no dove sei? Mo’ scendi.

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Pop up.

Lo stesso sottopassaggio fece la sua metamorfosi, cambiando pelle all’improvviso e ricoprendosi di murales appositamente commissionati. Voci colorate di periferia, srotolate su una delle due pareti a seguire un filo conduttore: il viaggio, è chiaro.

Il risultato è un lungo serpentone composto dai vagoni di un treno visti da diverse prospettive. Questo convoglio d’acrilico attraversa prati di margherite e funghi amanita con occhi e bocche, in un ronzare di api ciccione e interdette. Altri funghi più strani compaiono qua e là, aggiungendo livelli di lettura al concetto di “viaggio”. L’effetto è immediato, d’un tratto compaiono zebre e giraffe accompagnate da assunti e domande esistenziali che a Rifredi acquistano un significato profondo.

“Anche le zebre vanno di fretta.”

“Anche le giraffe vanno al market: cosa compreranno?”

Firenze Rifredi predispone all’attesa, al pensiero, alla riflessione, all’indagine del sé. Fra writers alieni, cani affacciati al finestrino e (altri) funghi si compie un crescendo di scomodi quesiti filosofici, fino ad arrivare al climax all’imbocco del binario 9: “Perché l’Omino Bianco è tutto nero?”. Troppo destabilizzante anche per il presente scombinato in cui viviamo, su quest’ultimo è stata passata una mano d’intonaco anonimo a zittire i pensieri.

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L’immancabile istantanea sottopassaggio + graffiti.

In pratica, a Firenze Rifredi il sottopassaggio è più di un sottopassaggio. È un passaggio di stato. Ed è proprio quando ne percorro lo spazio lisergico che attraverso la Cerniera. Non si vede a occhio nudo, ma corre proprio lungo i binari tagliando il sottopassaggio senza pietà, e i suoi bordi sono il binario 2 e il binario 9. Conosco Rifredi come le mie tasche, eppure tutte le banchine adagiate nel mezzo, fra il 2 e il 9, mi sono sconosciute. Non restituiscono la giusta prospettiva. Sono materia inerte che serve a tener tirata la Cerniera: guai ad aprirla, potrei sprofondarci dentro assieme alle panche verdi, alle macchinette automatiche che mangiano i soldi, all’intrico di pali, tubi e tralicci che cuciono assieme binario 2 e binario 9.

Sul 2 si va verso Modena e sulla banchina si avverte già una parlata liquida, mentre le vocali si allungano e le “z” si limano in una cantilena pacata. Sul 9 si va verso Pisa: le “c” spariscono, le vocali si aprono o si chiudono nei punti giusti e le parole si fanno scanzonate e cadenzate. Io intanto scendo i gradini e ritrovo i funghi, le zebre, le giraffe. Le zigrinature della Cerniera sono sempre tutte lì, e tiro un sospiro di sollievo. Non importa la direzione in cui vado: fra un’ora o poco più sono a casa.

 

Foto dell’autrice.